Si chiamano Ray-Ban Stories e sono gli occhiali smart nati dalla collaborazione fra il colosso italiano Luxottica e il social network Facebook. Annunciati un anno fa, sono stati finalmente lanciati. Ci si possono fare video (soprattutto) e scattare foto, fare telefonate e ascoltare musica o altri contenuti. Nient’altro. Tutto passa dall’applicazione collegata Facebook View che scarica scatti e clip per liberare la memoria dei dispositivi, consente piccole modifiche e il salvataggio sulla gallery dello smartphone o la condivisione sui social.

Il primo problema è palese: quando le fotocamere integrate negli occhiali stanno registrando, si attiva un piccolo led bianco sia nell’angolo destro all’interno che all’esterno della montatura. Per allertare chi ci sta di fronte che è in corso una registrazione. Secondo le indagini di Facebook, il bianco sarebbe più visibile del rosso o del blu.

Se da un lato la possibilità di scattare e riprendere gli altri con uno strumento che – tranne tentativi di poco successo come gli Spectacles di Snap – la generalità delle persone considera inerte, cioè non in grado di acquisizioni digitali è scivolosa, dall’altro è pur vero che negli smartphone non c’è neanche quel segnale luminoso. Solo che il telefono, per quanto onnipresente, è comunque un oggetto esterno: gli occhiali sono integrati, fanno parte dell’abbigliamento o delle necessità per correggere i difetti della vista. Ci sono miriadi di situazioni in cui, nonostante lo teniamo sempre in mano, sfoderare il telefono per una foto sarebbe inopportuno (se non proibito): con uno scatto dall’occhiale, invece, sarebbe tutto più semplice. E la lucina forse non così evidente, specie nei primi tempi di distribuzione.

La risposta degli sviluppatori

Facebook e Ray-Ban hanno dedicato un intero sito alla questione della privacy con i nuovi occhiali. Dichiarano anzitutto che Facebook View è un’app autonoma per importare foto e video “dando il controllo su cosa condividere e quando”: è separata da Facebook, vero, ma vi si accede comunque con gli stessi estremi.

Si possono impostare le preferenze per gli scatti, i comandi vocali e le notifiche e gestire le informazioni da condividere con l’applicazione madre. Le informazioni sul tema garantiscono poi – e ci mancherebbe – che nessun contenuto sarà condiviso sui social senza permesso e che c’è sempre bisogno di usare il pulsante (o il comando vocale, per ora solo in inglese) per fare foto o video. Insomma, gli occhiali non vanno da soli. Anche se non esiste una funzionalità di spegnimento automatico, visto che va sempre utilizzato il pulsante interno.

I Ray-Ban Stories possono essere utilizzati con un solo account alla volta. Nel caso si dovessero smarrire, le foto e i video saranno accessibili solo dopo il login su Facebook, per il quale valgono le solite modalità di protezione, compresi i sistemi a doppio fattore di autenticazione e un team dedicato a blindare l’accesso all’account.

Dunque di fatto quei contenuti non sono disponibili senza le credenziali anche in caso di abbinamento di un nuovo account (i Ray-Ban Stories non si possono infatti disattivare in remoto: chi dovesse trovarli o rubarli può usarli con un nuovo profilo). Rimane da capire tuttavia se e come sarebbe possibile accedere in altro modo ai contenuti rimasti in memoria negli occhiali: i contenuti sono crittografati prima o dopo lo scaricamento sull’app? Anche in termini di assistente vocale, è l’utente a decidere se deve o meno ascoltare le richieste, se deve memorizzare nuovi comandi e attivarsi per fare foto o video da 30 secondi.

La questione della pubblicità

Di nuovo, Facebook garantisce che non accederà a quei contenuti e non li utilizzerà per veicolare inserzioni pubblicitarie mirate sui suoi prodotti. Tuttavia il proprietario può scegliere se condividere una serie di metadati come il tempo speso a registrare video, il numero di scatti effettuati o la durata media delle clip al fine di offrire “prodotti migliori e più personalizzati”. Una formula piuttosto generica che lascia sia intendere la possibilità di utilizzare quei metadati per migliorare le prestazioni del dispositivo sia, in qualche modo, per veicolare altri tipi di comunicazioni in un futuro prossimo.

Questo è fondamentalmente ciò che Facebook e Ray-Ban hanno comunicato rispetto alla privacy. Fornendo anche un vademecum agli acquirenti, composto a ben vedere da indicazioni piuttosto scontate. Di fatto, una confessione implicita di ciò che, potenzialmente, si può fare con uno strumento così capillare, nascosto e integrato nel proprio look quotidiano.

I produttori invitano a rispettare le scelte degli altri in termini di volontà di essere immortalati, a spegnere del tutto gli occhiali in posti come studi medici, spogliatoi, luoghi di culto o bagni pubblici, far notare alle persone che gli occhiali registrano solo quando la luce è accesa (in questo senso, Facebook chiede agli utenti di farsi anche un po’ “promotori” del prodotto, cosciente che quel meccanismo non sia così palese ed evidente), raccomanda di “rispettare la legge” e non usare gli occhiali per molestare, registrare codici o altre informazioni (basti pensare a una persona in fila a uno sportello Atm dietro a chi stia prelevando) o in generale violare le norme sulla privacy così come invita a non distrarsi mentre si guida o si lavora. Più che consigli, sono appunto tutti i rischi di un uso distorto e contrario alle condizioni d’uso del prodotto: il solo fatto di elencarli significa che non ci sono modi efficaci per contrastarli.

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