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L’antibiotico-resistenza è un’emergenza sanitaria a livello globale, un problema alimentato dall’uso improprio e eccessivo di antibiotici. Spesso siamo portati a pensare che riguardi quasi solamente il consumo umano, e ci adoperiamo per ridurlo, ma il problema si manifesta anche e soprattutto negli animali – e ha perfino un impatto sull’ambiente. Oggi un nuovo studio pubblicato su Science accende i riflettori sull’impennata dell’antibiotico-resistenza negli allevamenti nei paesi a basso e medio reddito, mostrando i confini di un fenomeno in crescita che richiede un’azione immediata. I ricercatori, coordinati dal Center for Disease Dynamics, Economics and Policy (Cddep) a Nuova Delhi, presentano numeri e mappe di quella che rappresenta una delle minacce globale della salute pubblica.

Agli animali negli allevamenti, dai maiali ai polli, viene somministrata una quantità tripla di antibiotici rispetto all’essere umano. Attualmente, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, la domanda di carne è in crescita. Per rispondere a queste esigenze gli allevatori impiegano molti antibiotici negli animali per farli crescere più rapidamente e per prevenire malattie. Col rischio che, a fronte di un vantaggio a breve termine, come riuscire a produrre un maggior quantitativo di carne, si possano avere effetti negativi sul lungo periodo sia nel bestiame che sulla popolazione esposta. Infatti, sono aumentate le infezioni resistenti e difficili da trattare sugli animali e negli esseri umani.

Per conoscere meglio l’entità del fenomeno, gli autori hanno realizzato una mappa geo-spaziale (si trova qui) dell’antibiotico resistenza nei paesi a basso e medio reddito, analizzando i dati di più di 900 studi condotti dal 2000 al 2018. I batteri considerati sono patogeni comunemente presenti nei cibi, fra cui Escherichia coli, stafilococco aureo, campylobacter, salmonella non tifoidea.

Il problema riguarda principalmente polli e maiali. In questi 18 anni la quantità di batteri presenti in questi animali che non rispondono agli antibiotici è quasi triplicata, mentre nei bovini è quasi raddoppiata. La maggiore resistenza riguarda antibiotici diffusi come tetracline, penicilline e sulfamidici. La mappa dei paesi a basso e medio reddito dell’antibiotico-resistenza, pubblicata nello studio su Science, mostra che i principali focolai di resistenza multipla sono stati registrati soprattutto in Asia, Turchia e India. Nel dettaglio: regioni che presentano questo problema sono: l’India nord-orientale, in Pakistan (nord), Iran, Turchia (est), nella costa meridionale del Brasile, sul delta del Nilo, sul delta del Fiume Rosso in Vietnam e nelle aree intorno a Città del Messico e Johannesburg. Ma il problema non riguarda tutti i paesi in via di sviluppo: ad esempio, nell’Africa sub-sahariana le percentuali di antibiotico-resistenza rimangono ancora basse in molti paesi.

In tutte le zone a basso e medio reddito ‘attenzionate’ è necessaria un’azione immediata per contrastare l’impatto negativo sulla salute degli animali, sulla produttività degli allevatori e sulla salute dei consumatori. Lo studio ha messo a fuoco le regioni dove questa minaccia è più viva e indicando dove intervenire. L’obiettivo ultimo di poter fornire strumenti e strategie per un uso calibrato degli antibiotici. “Abbiamo un piccolo margine d’azione per aiutare i paesi a basso e medio reddito a spostarsi verso pratiche di allevamento maggiormente sostenibili”, ha sottolineato Ramanan Laxminarayan, direttore del centro Cddep che ha guidato la ricerca. “Le nazioni ad alto reddito – dove gli antimicrobici sono utilizzati già dagli anni ’50, dovrebbero fornire supporto per realizzare questa transizione”.

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