(foto: Ap/LaPresse)

Dopo un lungo ricovero ospedaliero, è morto oggi a 53 anni Davide Vannoni, alle cronache come l’inventore del metodo Stamina, una supposta tecnica (senza presupposti scientifici) che prometteva la cura di un centinaio di malattie. Il metodo era riuscito a entrare, all’interno del Sistema sanitario internazionale e, sulla spinta di una forte campagna mediatica, aveva ricevuto dal Parlamento il via libera per una sperimentazione clinica, che non è mai partita a causa della mancanza di basi scientifiche.

Nel 2015, il comunicatore Davide Vannoni aveva patteggiato una pena di un anno e dieci mesi per associazione a delinquere e truffa, dopo le indagini della procura di Torino che riteneva avesse ingannato i propri pazienti. Era poi arrivata la sospensione della pena, ma Vannoni doveva astenersi dal reiterare la tecnica in futuro. Era andato in carcere nell’aprile 2017, per aver ripreso l’applicazione delle terapie di Stamina in Georgia e aver tentato di farle arrivare a Santo Domingo.

La nascita del metodo Stamina

Nel 2004, a nemmeno 40 anni, Davide Vannoni, si sveglia in preda a un’emiparesi facciale e nessuno sa spiegargli il perché. Si ipotizza la complicanza di un’infezione da Herpes virus, ma nessuna cura sembra funzionare. L’uomo è amministratore unico di una piccola società di comunicazione e indagini di mercato, la Cognition Srl., e grazie ai suoi studi in lettere e filosofia si era appena aggiudicato anche una cattedra all’Università di Udine, dove tiene il corso di psicologia generale. Non è disposto ad arrendersi a vivere il resto della propria esistenza con il volto deformato e, saputo di una ricerca su cellule staminali in corso in un’università ucraina, decide di correre il rischio: lì si sottopone a un carotaggio per farsi prelevare alcune cellule del midollo osseo, dette mesenchimali, cellule che in seguito al trattamento con alcune sostanze chimiche gli vengono reimpiantate. Con la speranza che possano ripristinare il difetto trasformandosi, nel suo volto, in fibre nervose sane e cancellare le tracce della malattia.

Questo però non successe, o perlomeno non vi sono documenti né riscontri clinici che lo attestino ed era difficile non notare in Vannoni i segni di una paresi. Ma dopo il trattamento si dichiarava migliorato ed entusiasta. Da quel momento inizia ad appassionarsi alle cellule staminali e alle loro affascinanti proprietà: il potere di rigenerare i tessuti e, in alcuni casi, trasformarsi in cellule completamente diverse dal sito dove sono state prelevate. Ed è così che il metodo Stamina arriva in Italia, entrando agli Spedali civili di Brescia e al Burlo Garofolo di Trieste, dove si trattavano anche i bambini grazie all’aiuto del pediatra Marino Andolina, anche lui arrestato successivamente.

La risposta della scienza

Gli scienziati di tutto il mondo hanno da subito bollato il metodo come inconsistente,  inefficace e potenzialmente insicuro. Una delle riviste più attendibili per la ricerca, Naturel’ha accusato di plagio di immagini e falsificazione dei dati in documenti ufficiali. Il metodo Stamina, e con esso la condotta del suo ideatore, Davide Vannoni, continuava a far discutere. In ballo c’era la vita di centinaia di malati di patologie incurabili che stavano affidando le loro speranze a chi sosteneva di poterli guarire iniettando nel loro sangue un mix di cellule che per motivi inspiegati e miracolosi sarebbe andata a riparare il loro sistema nervoso.

A causa della pressione dei media e dell’opinione pubblica, nel 2013 il parlamento firmava il decreto Balduzzi, che autorizzava chi aveva iniziato le terapie con il metodo Stamina a proseguire nel trattamento. E che approvava una sperimentazione clinica da tre milioni di euro. Dopo il rigetto da parte di due comitati scientifici, a causa delle carenti basi scientifiche del metodo, questa non è mai partita.

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