(Foto: Spencer Platt/Getty Images)

Covid-19 non ferma la ricerca contro le malattie autoimmuni come la sclerosi multipla, una malattia neurodegenerativa che colpisce circa 130mila italiani e nel mondo 2,8 milioni di persone (dati riportati dall’Associazione italiana sclerosi multipla onlus – Aism). Oggi un gruppo di ricerca dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano e dell’università Vita-Salute San Raffaele ha identificato una nuova proteina che potrebbe avere un ruolo centrale nella progressione della malattia. La scoperta del suo ruolo, pubblicata su Nature, è per ora avvenuta su modello animale, dunque la sperimentazione sarà ancora lunga. Il risultato apre però nuove strade di studio per trovare trattamenti che blocchino la malattia.

Bloccare l’infiammazione

Difficoltà nei movimenti, disturbi visivi, problemi cognitivi, fatica, dolore sono solo alcuni sintomi della sclerosi multipla, una patologia autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale. Il sistema immunitario non riconosce alcuni componenti di questo sistema e li attacca. Il processo infiammatorio può generare aree in cui c’è una perdita o ci sono lesioni della mielina, guaina che isola le fibre nervose. Queste aree sono definite placche e contribuiscono alla perdita di varie funzioni, da quelle motorie a quelle cerebrali nei casi più gravi.

Dall’imaging al sequenziamento dell’rna delle cellule

I ricercatori lavorano da 10 anni per ottenere questi risultati, sia attraverso tecniche di imaging a risonanza magnetica per esaminare i tessuti cerebrali malati, sia mediante analisi cellulari e molecolari. In particolare nel lavoro si sono chiesti perché e come le lesioni e queste placche si espandono cercando di comprendere come arrestarle. Per farlo si sono concentrati sulle parti danneggiate e demielinizzate che si trova proprio ai bordi delle lesioni. Grazie all’imaging a risonanza magnetica  hanno individuato le parti dei tessuti malati da mettere a fuoco, nell’anello esterno delle lesioni, che guidano la propagazione della malattia.

La proteina C1q

Una volta individuate queste zone hanno prelevato e analizzato le cellule (più di 66mila) attraverso una particolare tecnica di sequenziamento genetico dell’rna messaggero, confrontandole con cellule sane. Lo strumento ha consentito di avere informazioni sui geni maggiormente espressi in ognuna di queste e dunque capire cosa le differenzia da quelle sane. Molte cellule, fra cui quelle della microglia, che rappresentano la principale difesa del sistema immunitario, erano infiammate.

Nel lavoro gli scienziati hanno individuato un tassello finora non noto. Le cellule della microglia attivano vari geni, a loro volta responsabili della produzione delle corrispondenti proteine. In particolare, c’è una proteina, chiamata in sigla C1q, generata dalle cellule della microglia, che sembra essere coinvolta nella progressione della sclerosi multipla. Una volta identificata, i ricercatori hanno studiato il suo ruolo in un modello di topo con encefalomielite. La proteina C1q risulta essere un “mediatore essenziale” delle cellule della microglia infiammate. Utilizzare un trattamento che inibisce questa proteina potrebbe rappresentare una strada importante per contrastare la sclerosi multipla, come spiegano gli autori.

Lo studio è ancora agli inizi di un lungo percorso ma i primi dati sono certamente promettenti. “Questo lavoro – commenta la ricercatrice Martina Absinta, neurologa del San Raffaele, tornata in Italia dopo un lungo periodo di ricerca negli Stati Uniti – suggerisce che l’infiammazione cronica nella sclerosi multipla progressiva potrebbe essere modulata farmacologicamente. La speranza è che l’inibizione di C1q possa rappresentare un approccio terapeutico nuovo per ridurre le lesioni croniche attive e fermare la progressione della disabilità nella sclerosi multipla”.

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