(foto: Orbon Alija via Getty Images)

Più di 28mila casi e 565 morti, circa 1.300 ricoverati e più di 1.100 guariti. Questo il bilancio, al 6 febbraio, del nuovo coronavirus responsabile dell’attuale epidemia in Cina e fuori dalla Cina – ci sono 269 casi in altri paesi, di cui complessivamente 24 in Europa. I dati sono riportati dalle autorità nazionali all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). L’andamento mostra che la crescita dei contagi è ancora in atto: basti pensare che dal 5 al 6 febbraio sono stati confermati quasi 4mila nuovi pazienti, per lo più in Cina, ma c’è un lieve aumento (molto più attenuato rispetto alla Cina) anche in alcuni dei paesi colpiti. Alla luce di questa situazione cosa potrebbe accadere in futuro? Fino a quali cifre (e fino a quando) i contagi potrebbero continuare a salire? Lo abbiamo chiesto a Pier Luigi Lopalco, epidemiologo e docente di Igiene all’università di Pisa. Qui intanto la mappa dell’epidemia.



Coronavirus, dal passato al presente fino al futuro

Intanto, le stime sono in continuo aggiornamento. I numeri del contagio vengono riferiti all’Oms dalle autorità locali. “Per questo, anche considerando il sovraccarico di richieste cui il sistema sanitario cinese sta affrontando è possibile che i numeri siano sottostimati rispetto a quelli reali”, sottolinea Lopalco. “Inoltre già prima del 31 dicembre – data in cui è stato rilevata la presenza di una polmonite dalle cause sconosciute – c’erano sicuramente alcuni casi (non sappiamo quanti) di coronavirus”. A suo tempo questi malati possono aver contagiato un certo numero di persone, che a loro volta a catena hanno infettato altri pazienti. “Non sappiamo quanto è ampia questa base di malati e il numero dei contagi attuali e futuri potrebbe dipendere anche dalle sue dimensioni”.

Uno scenario favorevole

Fatta questa premessa è possibile soltanto ipotizzare alcuni scenari probabili. “Anche se ancora tutto è in via di definizione”, chiarisce l’esperto. “Una prima ipotesi, più favorevole, è che la Cina reagisca in maniera molto efficiente, contenendo e bloccando quanto più possibile i focolai. Il tutto attraverso l’identificazione precoce, la quarantena e una via via maggiore capacità di risposta sanitaria all’emergenza”.

In questo caso, spiega lo scienziato, potremmo arrivare presto, anche nel giro anche di poche settimane, a una situazione in cui il grafico delle nuove diagnosi, che ora è in crescita, raggiunga un plateau, cioè una zona in cui il numero di casi nel tempo si mantiene costante e non ci sono nuovi contagiati. E poi, piano piano, si passa alla diminuzione dei malati e all’aumento delle persone guarite, fino alla scomparsa della malattia. “Di fatto una volta superata l’infezione non si rimane portatori sani del nuovo coronavirus”, precisa l’esperto, “ovvero non si è più contagiosi”. E questo è un elemento confortante.

E uno scenario meno favorevole

Il secondo scenario, meno positivo, è che ci siano maggiori criticità nel contenere l’epidemia e che qualche focolaio possa raggiungere paesi (pensiamo per esempio a quelli africani) in cui i sistemi sanitari non hanno strumenti sufficienti per bloccare la diffusione del virus. “Riuscire a riconoscere prontamente il nuovo coronavirus, a isolare i contagiati e a rintracciare persone venute in contatto con loro”, spiega Lopalco, “come è avvenuto per esempio in Italia per i due pazienti cinesi ricoverati allo Spallanzani, è essenziale per bloccare il focolaio sul nascere. Ma per farlo bisogna avere prontezza con l’identificazione precoce e l’isolamento, attraverso materiali, come una quantità sufficiente di kit diagnostici, strutture e reti sanitarie adeguate, che non tutti i paesi al mondo possiedono”.

In questo scenario, i casi potrebbero aumentare molto e il plateau potrebbe essere raggiunto più tardi, anche fra alcuni mesi. “L’augurio è che si possa evitare questa evenienza. Ma qualora si verificasse non bisognerebbe comunque farsi prendere dal panico. Questo perché, come rimarca l’esperto, il nuovo coronavirus ha una letalità più bassa di quella di altre note epidemie, come la Sars e la Mers. “Di fatto – sottolinea Lopalco – nei casi più severi può causare una polmonite virale con sintomi e gravità simili a quelli della polmonite da pneumococco. Inoltre se i tempi si allungheranno con un’epidemia che durerà mesi, avremmo raggiunto una maggiore capacità diagnostica e forse anche una terapia”. Recentissima infatti è la notizia di uno studio, pubblicato su Nature, condotto da ricercatori cinesi di Wuhan e Pechino, che mette in luce la presenza di due farmaci, già esistenti e utilizzati (per altre patologie) che potrebbero essere efficaci per trattare il nuovo coronavirus. Ma l’Oms richiama alla cautela e indica che “al momento non c’è alcun farmaco efficace”. I test svolti sono in vitro e, come sempre avviene, bisognerà approfondire gli studi con lunghe sperimentazioni prima di poter arrivare a una terapia.

Un virus nuovo

Il nuovo coronavirus, dunque, può causare una polmonite simile a quella da pneumococco (che è un batterio). Ma non bisogna per niente sottovalutarlo, come rimarca Lopalco. E secondo l’esperto anche il paragone con la pandemia influenzale del 2009 causata dal virus H1N1, la cosiddetta influenza suina, non è appropriato. “Con lo pneumococco e con i virus influenzali conviviamo da millenni e la maggior parte dei pazienti anziani aveva già incontrato nel corso della vita uno o più virus simili all’H1N1. Mentre l’2019-nCoV è un virus completamente nuovo per il sistema immunitario”, spiega Lopalco. “Per questa ragione non abbiamo ancora strumenti preventivi (vaccini) e terapie come per la polmonite pneumococcica”.

Pertanto bisogna evitare che il virus diventi endemico, aggiunge, cioè costantemente presente e radicato in una regione, e che possa dunque presentarsi anche in altre forme (mutato) in quella zona e di nuovo riemergere. “Tutte le misure delle autorità sono volte a evitare questo”, specifica l’esperto. “Se 2019-nCoV diventasse endemico rappresenterebbe un ulteriore rischio per la salute e un nuovo patogeno con cui i sistemi sanitari dovrebbero fare i conti”.

Il futuro del coronavirus 2019-nCoV

L’altro punto di domanda riguarda come il patogeno potrebbe cambiare nel tempo. Bisogna considerare che ad ogni passaggio uomo-uomo il virus viene replicato milioni di volte. E in queste copie ci sono degli errori (i virus mutano molto facilmente) che possono favorire o meno il suo maggiore adattamento alla nostra specie. “Bisognerà capire come evolverà”, spiega Lopalco. “In generale nel cambiare i virus che si adattano più facilmente all’essere umano diventano via via meno grave ma più contagioso. In questo caso, pertanto, la diffusione potrebbe essere maggiore con sintomi attenuati. “Nell’ipotesi di un’ampia e prolungata circolazione, come potrebbe avvenire e sta già accadendo in Cina”, aggiunge Lopalco, “il patogeno potrebbe continuare a circolare in forme diverse e la popolazione potrebbe nel tempo diventare parzialmente immune”. Ma ancora non sappiamo se e come questo avverrà.

Coronavirus e influenza H1N1, un confronto sui numeri

Più di uno studio – fioccano (per fortuna) le ricerche sul coronavirus, su Pubmed 62 studi alla voce 2019-nCov – ha valutato il cosiddetto “basic reproduction number” o tasso netto di riproduzione, indicato con R0. Si tratta di un parametro che in epidemiologia individua il numero di casi infettati da un singolo malato. Diverse ricerche (qui o qui ad esempio) hanno stimato che R0 assuma un valore fra 2 e 3, mentre alla data del 23 gennaio l’Organizzazione mondiale della sanità riporta che potrebbe essere intorno a 2 (da 1,4 a 2,5) – gli studi sono della fine di gennaio 2020 e i numeri sono in continuo aggiornamento. Prendendo per buoni i valori, questo significa che ogni paziente può infettare mediamente altre 2 persone (o da 2 a 3 persone, secondo gli altri studi). Il numero rappresenta un valore medio – ovviamente il contagio non avviene se il paziente è completamente isolato.

Nuovo coronavirus e H1N1, le differenze

Che differenza c’è, ad esempio, con epidemie recenti e molto estese come quella della pandemia influenzale del 2009 da H1N1, la cosiddetta influenza suina? La velocità del contagio in quel caso era più elevata, spiega l’epidemiologo, ma la capacità del virus di trasmettersi (o meglio il tasso netto di riproduzione, che misura il numero di persone infettate da un singolo paziente) è comparabile fra le due infezioni. “Nel caso dell’H1N1 – aggiunge Lopalco – il tasso di mortalità era più basso e simile a quello di altri virus influenzali”.

Alcune ricerche, fra cui uno studio sul New England Journal of Medicine, indicano che l’epidemia del nuovo coronavirus risulta raddoppiare circa ogni 7 giorni. “Questo significa che una persona malata impiega più o meno 7 giorni per contagiare altri due pazienti”, chiarisce Lopalco, “sempre parlando di stime medie. La pandemia del 2009, nota come influenza suina o H1N1, aveva lo stesso tasso di riproduzione ma un tempo di incubazione più breve”. In altre parole, se la capacità di infettare – e dunque il potenziale pandemico – era simile, nell’influenza H1N1 la velocità del contagio era molto più alta. “I contagi che il nuovo coronavirus produce in una settimana, la suina li generava in un giorno”, aggiunge Lopalco. “Per questo nel caso dell’influenza H1N1 i malati sono stati numerosissimi”. Insomma, la chiave è il tempo: se si riescono a isolare i contagiati da nuovo coronavirus si arresta la diffusione dell’infezione.

In generale la pandemia influenzale del 2009 è stata (finora) molto più estesa per numero di contagi, più simile, in questo, all’influenza stagionale. Una stima globale di tutti i casi è difficile da avere, dato che è complesso capire quante persone furono effettivamente colpite da questo virus e non da altri. L’Oms ha riferito che dal 2009 al 2010 (agosto 2010) ci sono stati circa 18.500 morti. Mentre i centri Cdc americani (Centers for Disease Control and Prevention) parlano di quasi 61 milioni di malati solo negli Stati Uniti dall’aprile 2009 all’aprile 2010 e circa 12.500 morti, sempre negli Usa. Il tasso di mortalità in questo caso era dello 0,02%, secondo l’agenzia Reuters, ovvero c’erano 2 morti su 10mila contagiati, dunque per ora più basso di quello del nuovo coronavirus, che risulta meno diffuso ma con un tasso di mortalità più alto.

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