(foto: Getty Images)

Li chiamano embrioidi e sono strutture complesse ricavate da cellule staminali embrionali. Lì, nelle piastre di laboratorio, sotto gli occhi dei ricercatori della Rockefeller University di New York, le cellule opportunamente stimolate hanno cominciato a auto-organizzarsi, mimando i primissimi stadi dello sviluppo umano. È la prima volta, scrivono i ricercatori su Nature Cell Biology, che si riescono a ottenere modelli di embrioni umani tanto avanzati, che potrebbero aiutare a studiare l’infertilità e le malformazioni congenite. Una ricerca eccitante, dicono gli esperti, ma che solleva nuovi dubbi bioetici.

Embrioidi complessi

Studiare lo sviluppo embrionale umano è un affare difficile. I passaggi cruciali che il nuovo organismo in formazione deve affrontare avvengono all’interno del corpo materno e esistono linee guida internazionali precise che vietano di tenere in laboratorio embrioni umani oltre i 14 giorni di sviluppo – limitazioni che ancora oggi impediscono la piena comprensione di tutto il processo (e quindi anche di quello che potrebbe andare storto).

Per questo gli scienziati negli anni hanno cercato di sviluppare dei modelli di embrioni, i cosiddetti embrioidi, cioè strutture ricavate da cellule umane che mimassero il meglio possibile lo sviluppo di un vero embrione. E oggi il team di Ali Brivanlou della Rockefeller University di New York ha sfondato un muro che finora non si era riusciti a superare, ottenendo embrioidi più complessi e più simili a embrioni umani.

embrioni
(immagine: Mijo Simunovic, Ph.D., Simons Junior Fellow, The Rockefeller University)

Fornendo il giusto segnale molecolare (una proteina chiamata Bmp4) nelle dosi appropriate, le cellule si sono auto-organizzate in 3D assumendo le dimensioni, la polarità e l’espressione genica di un embrione umano a 10 giorni di sviluppo e per la prima volta i ricercatori hanno osservato quella che in biologia dello sviluppo si chiama rottura della simmetria assiale, con la comparsa di una struttura embrionale tipica (la stria primitiva) e l’inizio della transizione dei tessuti da una tipologia all’altra.

Un passaggio critico per un modello ricavato da cellule staminali embrionali, che mai prima d’ora si era ottenuto senza i segnali provenienti dai tessuti extra-embrionali o dalla madre, scrivono i ricercatori. “Abbiamo inventato un modello di embrioni umani che si sviluppa fuori dall’utero e non è il prodotto dello sperma e delle cellule uovo, ma è il prodotto di cellule staminali embrionali umane che si auto-organizzano in strutture complesse”, ha dichiarato Brivanlou alla National Public Radio statunitense.

“Il processo di rottura della simmetria è un sacro graal della biologia dello sviluppo”, ha proseguito Brivanlou. “Essere finalmente in grado di ricreare e studiare quel primo momento di rottura della simmetria è elettrizzante. Mi sento davvero come se guardassi uno degli aspetti più misteriosi della nostra esistenza”.

Nuove domande bioetiche

Per Brivanlou e i suoi colleghi questi nuovi embrioidi potrebbero condurre a importanti scoperte, con implicazioni che potrebbero arrivare a comprendere meglio le origini di alcune malattie.

Ma sebbene l’eccitazione sia condivisa dalla comunità scientifica qualcuno si sta già chiedendo se non sia il caso di vagliare accuratamente la ricerca dal punto di vista bioetico. Per esempio, per quanto tempo si dovrebbe consentire agli embrioidi di svilupparsi? Quando da semplici modelli potrebbero diventare veri embrioni?

Domande lecite, hanno risposto gli scienziati della Rockefeller University, che è giusto farsi, ma a loro avviso questi embrioidi non potrebbero mai svilupparsi in veri embrioni umani e quindi in bambini, per cui non sarebbe corretto attribuirgli lo stesso status morale. Al massimo si può lavorare per aumentare la loro complessità.

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