Tempo di Fuorisalone e anche Eni torna all’Orto Botanico di Brera, con l’installazione diffusa che prende il nome di The Circular Garden. Se nel 2018 l’azienda di San Donato Milanese aveva colto l’occasione dell’evento per raccontare l’evoluzione del concetto di smarthome, nel 2019 invece il focus è sull’economia circolare e sul racconto dell’applicazione dei suoi principi nel perimetro delle proprie attività.

Il racconto dei progetti del gruppo, dai biocarburanti all’efficienza energetica degli edifici, avviene all’ombra di sessanta grandi archi in micelio che spiccano nell’orto e delimitano quattro aree, in cui va in onda, su dei totem ad hoc, la narrazione delle sfide per abbracciare un modello che coniughi al contempo trasformazione e continuità nella crescita. L’installazione è un progetto dello studio Carlo Ratti Associati, ed è parte della mostra Human Spaces, organizzata dalla rivista Interni: risponde, nel suo chilometro e mezzo di estensione, alla domanda sulla possibilità che un’architettura torni proprio lì dove è nata, seguendo un andamento circolare. A contribuire al progetto, anche esperti di livello internazionale, olandesi in particolare, nel campo della micologia.

Se dal micelio, componente vegetativa del fungo, si può creare architettura sostenibile che poi torna alla natura, anche nel mondo dell’energia i processi possono essere ripensati per transitare da una prospettiva lineare a una circolare, facendo leva, come per Eni, su tre direttive: l’output sostenibile, la gestione del fine vita attraverso il riuso e il riciclo, l’estensione della vita utile di asset già sfruttati.

L’anello di congiunzione, tra l’installazione e le sfide del gruppo, è in una circolarità spesso non subito comprensibile a occhio nudo ma che avviene nei processi profondi. Come spiega a Wired Monica Spada, VP Long Term Positioning Initiatives, “questo incontro e questa installazione realizzata con Carlo Ratti rappresentano quello che è un posizionamento di tutta la azienda sui temi dell’economia circolare. L’azienda ha un approccio di lungo termine, quindi integra i mega trend di decarbonizzazione, economia circolare e sostenibilità nel modello di business per renderli vantaggi competitivi. Eni ha iniziato un percorso di trasformazione e cambiamento che va in questa direzione di lungo termine e che adotta i principi di minimizzazione degli scarti, valorizzazione dei rifiuti e riduzione degli sprechi che sono propri dell’economia circolare. Questa installazione è una sintesi, una cornice circolare che viene dalla terra e alla terra torna,  è la cornice ideale per raccontare le nostre esperienze di circolarità trasversali a tutta l’azienda”.

Processi sul lungo termine, quindi, ma anche obiettivi a distanza più ravvicinata, come prevede il Piano strategico 2019-2022, che annovera l’economia circolare come una delle leve per una crescita organica. Chiarisce la manager, alla domanda su quale dei tre pilastri del circolare sia allo step più avanzato: “L’economia circolare è una delle leve di un  percorso di decarbonizzazione, che ha già dei target fissati dal 2014 al 2025, che oggi vengono rilanciati al 2030. Quindi l’economia circolare è una di queste leve di decarbonizzazione, è parte di una strategia piuttosto ampia. Quando parliamo di economia circolare parliamo di cose che già esistono, sono già realtà, come la bioraffineria di Venezia che è stata avviata nel 2014. Questa è una realtà industriale consolidata che oggi si replica a Gela e che ci permetterà entro il 2021 di avere oltre un milione di tonnellate di biocarburanti prodotti.  Ci sono iniziative industriali che avranno realizzazione anche entro il piano, come il Progetto Italia (mira alla realizzazione di impianti in aree industriali Eni per produrre energia destinata all’autoconsumo dei siti, con l’obiettivo di 220 MW di capacità installata entro il 2021, ndr). Per il progetto waste to fuel, la conversione della frazione umida in un biolio, abbiamo lanciato l’impianto pilota (a Gela, realizzato da Syndial) e abbiamo un piano di scale up fino a tre impianti entro il piano. Non ci sono quindi ambiti che consideriamo tecnologie disruptive, innovative molto lontane da noi ma sono soluzioni già concrete e incrementabili”.

Per realizzare i progetti di economia circolare non mancano accordi con altri soggetti. Nel caso degli oli esausti per alimentare le bioraffinerie, ad esempio con il Conoe ma anche con diverse aziende municipalizzate per favorire la raccolta. Con attori del mondo accademico, come il Politecnico di Milano, Versalis, la società del gruppo operante nella chimica, collabora al fine di realizzare il concept design per un frigorifero ai polimeri polistirenici, più facile da disassemblare e smaltire di un equivalente oggetto in acciaio. La stessa Versalis è partner, in quanto fornitore della materia prima, di un progetto per rendere l’erba sintetica più circolare e meno impattante dal punto di vista ambientale una volta raggiunto il fine vita. Tuttavia, nel caso delle sfide sulla circolarità, competenze e know how sono già in azienda, spiega Spada: “Queste innovazioni nascono da tecnologie proprietarie. L’ecofining è una tecnologia proprietaria che ci ha permesso la conversione della green refinery e quindi di realizzare il green diesel. Il waste to fuel (per la trasformazione della frazione organica dei rifiuti solidi urbani in bio olio, ndr) è una tecnologia proprietaria. Oggi stiamo lavorando a una serie di altre tecnologie che nascono tutte da competenze in houseI processi che avviamo sono principalmente di natura organica, perché abbiamo competenze, tecnologie e anche asset già pronti a questo tipo di sfida circolare, quindi il grosso dell’evoluzione, soprattutto quella che è già realtà, nasce dalle nostre competenze e dalle nostre tecnologie”.

Tecnologie, know how e un approccio integrato di filiera laddove possibile. Tuttavia, la trasformazione più grande è sempre quella culturale, guardando anche a un perimetro globale, essendo il gruppo presente in tutto il mondo, anche laddove spesso c’è un problema di accesso all’energia. Afferma Spada: “Siamo in paesi dove a volte non c’è accesso, la volontà è quella di arrivare a tutti. Le sfide che abbiamo di fronte sono sfide molto complesse, stratificate, trasversali, sono dei trend che plasmeranno un nuovo mondo, che sappiamo sarà low carbon, circolare e lo deve essere per tutti. Per farlo dobbiamo essere consapevoli delle sfide che abbiamo di fronte e di come il nostro contributo sia fondamentale per migliorare questo approccio. Come azienda lavoriamo anche con i nostri colleghi, chiediamo di raccogliere olio esausto e di portarlo in azienda. Lavoriamo anche in processi di formazione, per fare iniziative formative e culturali, per raccontare un mondo rispetto al quale dobbiamo prepararci tutti, aziende, discipline, singoli contaminandoci”.

Eni, nel giardino con Carlo Ratti inseguendo l’economia circolare

Se le sfide di Eni sono complesse, non meno lo sono quelle del mondo dell’architettura e del design: anche in questo caso, si tratta trasformarsi o perire, di abbracciare l’utopia, di un altro pensiero possibile, o scivolare nell’oblio. Quanto gli archi di micelio rappresentano l’Utopia, chiediamo a Carlo Ratti, architetto e ingegnere, direttore del Senseable City Lab del Mit e partner fondatore di Carlo Ratti Associati? Risponde a Wired: “Quella è una citazione che viene da Richard Buckminster Fuller. Diciamo che se oggi l’architettura e il design  continuano a occuparsi di questioni un po’ secondarie, di rendere più belli degli oggetti che già ci sono…necessariamente sarà oblio. L’utopia è occuparsi dei grandi temi di oggi, che sono  chiaramente legati alla sostenibilità, al cambiamento climatico, alla città, alla comunità. Se riusciamo come progettisti, architetti, designer, ingegneri, pianificatori, a occuparci di questi temi, allora quello sarà, come diceva Buckminster Fuller, Utopia”.

Le installazioni, in ottica circolare, torneranno alla terra (saranno comunque visibili al pubblico fino al 19 aprile): rappresentano un paradigma o una metafora dell’architettura del futuro? Conclude Ratti: “Credo ci siano due futuri. Uno molto prossimo che necessariamente farà in modo che non ci siano più rifiuti, un imperativo non solo per chi fa architettura ma per tutte le industrie. Altra cosa è pensare a futuro più lontano, quello in cui possiamo pensare a una architettura che cresce come a una pianta. Se noi pensiamo a quella pianta è un seme che ha dentro delle istruzioni, un codice, una programmazione sofisticatissima che lo trasforma in una struttura tridimensionale che lo fa vivere, che recupera l’energia dal sole e poi lo fa tornare alla terra. Oggi l’architettura è molto lontana dal livello di sofisticazione che ha la natura. Penso che nel lungo periodo vedremo un avvicinamento del mondo naturale e artificiale”.

 

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