Redatto da Oltre la Linea.

Tra i primi obiettivi dichiarati dal governo Conte bis sembra esserci la lotta senza quartiere all’evasione.
Si fa tanto parlare in questi giorni di lotta al contante, con varie iniziative messe in atto dall’esecutivo per incentivare all’uso dei pagamenti elettronici. Il fine è ovviamente quello di garantire una tracciabilità dei pagamenti e abbassare in questo modo la quota di evasione fiscale.

Evasione fiscale: i numeri

L’Italia tra i Paesi in Europa col più alto tasso di evasione fiscale. La somma evasa è molto considerevole, parliamo infatti di quasi 110 miliardi l’anno. Le imposte maggiormente evase restano l’IVA e l’Irpef. Parliamo dunque delle categorie di impresa e lavoro autonomo. Come riporta infatti il Messaggero: ” la propensione all’evasione rimane mediamente attorno al 21,3-21,4%, schizza al 27,4% se si parla di Iva e vola al 69,9% se si guarda all’Irpef pagato dagli autonomi.” Ogni anno, secondo il governo, vengono evasi circa 35 miliardi di IVA.

Quando si parla di evasione tuttavia non si può fare a meno di considerare che l’Italia resta un Paese con una pressione fiscale elevata. Come riporta la Cgia di Mestre infatti l’Italia nel 2018 si è piazzata al settimo posto per pressione fiscale sui 28 Paesi dell’Unione Europea, con un ammontare complessivo di 33,4 miliardi in più pagati dai contribuenti rispetto alla media europea.

Evasione fiscale: chi è il pesce grosso?

Sempre dalla Cgia arrivano però dati interessanti. Mentre il governo infatti cerca di recuperare l’evasione partendo dal basso (con la strategia della lotta al contante) viene fuori un dato assolutamente significativo. Le grandi aziende evadono 16 volte di più delle piccole.

Lo studio, come riporta l’Ansa evidenzia come “lo scorso anno sulle attività economiche (…) la maggiore imposta media accertata per ogni singola grande azienda sia pari a poco più di 1 milione di euro, per la media impresa di 365.111 euro e per la piccola di 63.606 euro.”

In merito a questi dati, il coordinatore dell’Ufficio studi degli Artigiani di Mestre Paolo Zabeo ha dichiarato: “Questi dati ci dicono che la potenziale dimensione dell’infedeltà fiscale delle grandi aziende è enormemente superiore a quella delle piccole (…) Una maggiore attenzione verso questi soggetti sarebbe auspicabile, visto che le modalità di evasione delle holding non è ascrivibile alla mancata emissione di scontrini o ricevute, bensì al ricorso alle frodi doganali, alle frodi carosello, alle operazioni estero su estero e alle compensazioni indebite. Reati, quest’ultimi, che non verranno nemmeno sfiorati dalle misure di contrasto all’utilizzo del contante che il Governo metterà a punto nelle prossime settimane

Forti coi deboli e deboli coi forti: una vecchia storia

Passano gli anni e cambiano i governi, ma la lotta all’evasione fiscale nel nostro Paese continua ad essere attuata partendo dal basso. Certo, l’evasione fiscale resta a tutti gli effetti un furto ai danni dello Stato, ma abbandonare l’idealismo e calarsi nella realtà è operazione talvolta necessaria. Non si può far finta di non vedere che, con una pressione fiscale elevata come quella italiana, per alcuni soggetti l’evasione rappresenti sostanzialmente una forma di sopravvivenza.

Passi dunque l’incentivo all’uso dei pagamenti elettronici, ma perché non abbattere allora il costo che questi hanno per i commercianti? Perché non intervenire sulle commissioni bancarie applicate sui pagamenti elettronici che costano ulteriori quattrini ai negozianti?

Perché infine, focalizzarsi sempre sulla microevasione e mai su quella dei grandi gruppi, delle holding e delle multinazionali? Recuperare denaro dall’evasione dei pesci grossi sarebbe non solo moralmente doveroso, ma potrebbe garantire anche qualche risorsa per abbassare la pressione fiscale. Allora sì, che sia in via di principio che nel concreto si toglierebbe ogni scusa di “evasione di sopravvivenza” ai piccoli evasori. Il governo sia forte coi forti, esserlo coi deboli è facile.

(di Simone De Rosa)

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