Coda sull’Everest (foto: Nirma Purja, profilo Facebook)

Ha fatto il giro del mondo la foto che mostrava l’Everest affollato nei giorni scorsi. Non di rado lo ha fatto come accompagnamento purtroppo a notizie relative alla morte di alcuni degli scalatori che si cimentavano nell’impresa di raggiungere la vetta della montagna più alta del mondo (8.848 metri).

E più volte è stato proprio l’affollamento a esser accostato alla morte di queste persone, undici in questa stagione, malgrado l’ufficio del turismo nepalese abbia respinto le accuse. Perché dietro l’affollamento immortalato e diventato virale dall’alpinista Nirma Purja – ma non solo, situazioni analoghe si erano già verificate in passato – ci sarebbe proprio un incremento nel numero di permessi rilasciati dalle autorità per esplorare la zona.

Il business dei permessi

La scalata all’Everest, al confine tra Cina e Nepal, può essere compiuta dal versante tibetano/cinese o nepalese. Secondo quanto riferito dal New York Times i permessi rilasciati per salire sulla montagna continuano ad aumentare: per questa stagione le autorità nepalesi ne avrebbero concessi 381. Al prezzo circa di 11 mila dollari ciascuno.

L’aspetto commerciale collegato a queste spedizioni è forse il fattore che più ha pesato sull’affollamento: non solo perché più permessi rilasciati significano più persone sulla montagna (molti scortate dalle guide sherpa), ma anche perché la ridotta finestra di bel tempo avrebbe spinto molti, scalatori e accompagnatori, a tentare la salita, proprio per soddisfare anche le necessità commerciali legate alle spedizioni.

Rischi per la salute

Ma tempi ridotti di salita possono peggiorare sensibilmente lo stato di salute di chi tenta l’impresa, racconta a Wired.it Luigi Festi, presidente della Commissione centrale medica del Cai (Club alpino italiano).

Chi magari si trovava al campo base e pensava di diluire la salita con i dovuti tempi di acclimatamento si è trovato ad accorciarli e ad affrettare la salita, spinto dalla ridotta finestra temporale a disposizione”, spiega il chirurgo, che è anche l’ideatore del master Mountain Emergency Medicine dell’Università dell’Insubria e dell’Università di Milano-Bicocca. E, aggiunge, “questo può portare le condizioni legate all’ipossia, già stressanti per l’organismo, all’eccesso”.

L’acclimatamento, ricorda l’esperto, è l’unico modo per evitare le malattie d’alta quota e i sintomi correlati – da mal di testa, a nausea, vomito, respiro affaticato – che possono anche essere letali. Edema cerebrale, polmonare o ipotermia sono le principali cause di morte ad alta quota.

L’esercizio non basta

Se è pur vero che la predisposizione personale (come i fattori genetici) e la preparazione fisica possono influenzare la risposta alle alte quote e la sopravvivenza in ambienti estremi, l’acclimatamento è e resta fondamentale, spiega Festi ricordando alcune regole fondamentali di base: “Generalmente si consiglia, per altitudini sopra i 3000-3500 metri, di procedere non superando i 300-400 metri di dislivello al giorno, e di prendersi una giornata di riposo ogni 2-3 giorni. Il campo base dell’Everest si trova a oltre 5000 metri, senza un adeguato acclimatamento, avremmo tutti bisogno di ossigeno a quelle altezze”.

A differenza dei professionisti, continua l’esperto, che si allestiscono da sé i campi intermedi, gli scalatori non professionisti trovano già tutto pronto e questo rischia di diminuire i tempi di salita e quindi ridurre l’acclimatamento.

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(Foto: Daniel Oberhaus (2015), CC)

La “zona della morte”

Oltre una certa quota, sopra gli 8.000 metri, però, bisognerebbe salire e scendere rapidamente, specie per gli alpinisti senza grande esperienza”, aggiunge Andrea Ermolao, direttore della Uoc di Medicina dello Sport e dell’esercizio all’Azienda ospedaliera dell’Università di Padova, direttore del corso di perfezionamento in Medicina di montagna. Qui siamo in quella che è nota come zona della morte (death zone), dove le condizioni sono proibitive per l’essere umano.

“Per questo è necessario ridurre il tempo che si spende oltre queste quote, rimanere più del necessario è pericoloso: aumentano le possibilità di soffrire di mal di montagna, i rischi di congelamento e di incidenti”, spiega. Anche per chi sale con l’aiuto dell’ossigeno. Verosimilmente necessario per tutti, fatta accezione di alpinisti professionisti (Reinhold Messner e Silvio Mondinelli, per esempio, ne hanno fatto a meno) rappresenta un aiuto fondamentale a quote così elevate.

“La diminuzione della pressione atmosferica e della disponibilità di ossigeno disponibile riducono drasticamente le capacità funzionali, al punto che compiere pochi passi diventa faticosissimo. È come se avessimo un motore che gira a potenza molto ridotta”, riprende Ermolao, “l‘ossigeno aggiunge cavalli a questo motore”. Specialmente oltre una certa quota, continua l’esperto, alcune persone procedono più lentamente e rischiano di rimanere bloccate: “Questo porta a consumare più ossigeno, col rischio di poter contare prima su questo aiuto per poi rimanerne senza”.

I passaggi

I passaggi di montagna, che riducono il transito a una persona alla volta magari, rappresentano un ulteriore rischio collegato all’affollamento.“Il traffico ad alta quota prolunga i tempi di esposizione in condizioni di ipossia e ipotermia, ritardando i tempi per arrivare in vetta e amplificando l’affaticamento anche di tre-quattro volte”, riprende Festi.

E ancora la discesa, specie se prolungata, per l’affaticamento, magari per le temperature ancora più rigide e la perdita, in parte, della motivazione e della concentrazione, rappresenta un momento delicatissimo. Tanto che l’alpinista tedesco Ralf Dujmovits, ricordando diversi amici persi durante le discese, ha confidato alla Bbc: “La vera cima è tornare al campo base – quando sei tornato puoi davvero lasciarti andare al piacere per tutto quello che hai fatto”.

La montagna non è solo fatica e allenamento: è responsabilità, etica e consapevolezza delle reali capacità: “Può succedere, in queste condizioni estreme, anche di essere al limite delle proprie forze, di voler arrivare e far finta di nulla pur di raggiungere il proprio obiettivo. Questo può significare anche che se qualcuno ha un malore può essere ignorato pur di non far fermare la fila, eccetto da chi è responsabile e dedicato all’accompagnamento”, ammette Festi.

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