Redatto da Oltre la Linea.

Aprile 2019: in Cina si è corso il millesimo gran premio della storia della Formula 1. Una gara opaca in un contesto (quello cinese) opaco per storia e spettacolo offerto. Specchio della situazione, i vincitori: gli stessi del Gran Premio numero 900, corso nel 2014, Hamilton e la Mercedes. Sono passati 5 anni e, di fatto, niente è cambiato.

Le promesse di maggiori sorpassi grazie alle nuove ali introdotte nel 2019 non sono state mantenute, nonostante l’investimento non da poco sostenuto dai team (si ipotizzava sui 15 milioni a scuderia, mica bruscolini per scuderie come la Williams ormai al risparmio anche sui ricambi).  All’appello è mancata anche la ritrovata competitività dei pretendenti al titolo (Ferrari in primis) che dopo il terzo Gran Premio stagionale si ritrovano lontanissimi come non mai dalla ditta di Stoccarda.

Una Freccia d’Argento in tutti i sensi, che da 100 gran premi non ha un rivale adeguato nella corsa al titolo.
La spasmodica ricerca di un competitor che possa quantomeno essere accostato all’immagine di antagonista, è palese nei gesti e pensieri affettuosi che Toto Wolff costantemente manda verso i colleghi. Una volta la Power Unit Ferrari, una volta l’estrema velocità in rettilineo delle Rosse, una volta il rinato motore Honda: una creazione continua di avversari “tosti” per creare pregio in una competizione che vede, di fatto, la sfida quasi contro nessuno.

Così, mentre in Superbike il dominio netto di Ducati è stato arginato intervenendo sul regolamento in corsa, a campionato iniziato e immediatamente dopo poche gare di questo 2019, in Formula 1 si continua a mandare in onda un film già visto, con un solo vincitore annunciato.

In pratica, dal 2000, i campionati di Formula 1 sono catalogabili in ere della durata di qualche anno: prima quella Schumacher/Ferrari, poi la Vettel/Red Bull, infine la Hamilton/Mercedes. Ogni tanto qualche comparsa (Alonso/Renault, Brawn e Rosberg), ma escludendo Alonso e la sua presente figura, poca cosa in una visione macroscopica di questi quasi 20 anni passati.

Ora si rischia di chiudere il più lungo ciclo dell’era moderna di Formula 1, quello contraddistinto dall’introduzione delle power unit, con l’egemonia di un unico costruttore senza il minimo antagonista (oltre il 10% dei GP totali della storia del Circus).

A questo problema regolamentare e di prestazioni, si aggiunge quello dello spettacolo: Liberty Media ha creato un forte hype intorno alla cifra millenaria, in maniera immotivata. Spettacolo ai minimi storici (sicuramente la gara più noiosa di questo inizio 2019) in un contesto che, tolto l’effetto show globale, di fatto non aveva radici o motivi storici per sentire propria questa ricorrenza.

Il che porta a due domande. Primo: ha senso inserire circuiti in paesi nuovi, quando queste persone fino a oggi hanno potuto farne realmente a meno? Qual è l’apporto vicendevole che se ne ricava? E secondo: in una Formula 1 sempre più tecnologica e aerodinamicamente dipendente, il circuito non è forse l’unico fattore che può rimescolare le carte e forgiare spettacolo?

La Cina progettata da Hermann Tilke quasi quindici anni fa, è scenografica per il corredo, ma sulla prova della pista non ha creato che pochi sbadigli. Senza scavare a fondo, esce quindi uno dei problemi più grandi di questa F1 fatta di social e american style: quello dei circuiti come veri forgiatori dello spettacolo, unico elemento dotato di tale forza da poter rimescolare un mazzo di carte già visto.

(di Davide Bologna)

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