Redatto da Oltre la Linea.

In una giornata piena di ricordi per le imprese sportive di Niki Lauda, vado controcorrente e dico addio a un’altra sua caratteristica così importante: la sincerità nella Formula 1.
Perché del campione austriaco tutto si può dire, tranne che fosse un’ipocrita: duro, onesto, educato nei modi ma schietto. Una sincerità scomoda anche per un pilota come lui che aveva più volte dimostrato con i fatti di essere un vero campione.

Nella storia recente della Formula 1, solo Lauda e Alonso hanno abbandonato più volte il linguaggio politicamente corretto per dire quello che tutti, in una maniera piuttosto che nell’altra, pensavano. Ma tacevano per vergogna.

Indimenticabili almeno un paio di passaggi:
Hanno fatto una macchina di merda
Che colpa ne ha la Mercedes se alla Ferrari gettano solo spaghetti e non mettono in strada la macchina nel modo giusto?

Biennio 20014-2015: la Mercedes, di cui è diventato presidente onorario, comincia a mietere successi su una Ferrari travolta dall’ondata quadriennale della Red Bull. Dopo l’era Schumacher a Maranello brancolano nel buio e le voci nel paddock rumoreggiano di complotti e simili. Lui ribalta la frittata mettendo in evidenzia una disorganizzazione interna senza troppi peli sulla lingua. Gente che si straccia le vesti, scuse successive e altro, ma la realtà, di fatto, era quella.

Formula 1, Niki Lauda: addio alla sincerità
Lui poteva dirlo: lui che era un campione del mondo dalla tenacia inarrivabile, madre di imprese leggendarie e inarrivabili a distanza di 40 anni.

Ritiro e ritorno

Siamo nel 1979, Niki Lauda si ritira dalla Formula 1 nel Gran Premio del Canada senza nemmeno partecipare: è già stato due volte campione del mondo e non ha più nulla da dimostrare.
Quasi due anni dopo, l’annuncio: nel 1982 sarà nuovamente al volante di una F1, una McLaren si scoprirà più avanti. Uno stop che non sembra aver effetti su di lui: chiede 4 gare per acclimatarsi, e alla terza invece vince. Il terzo titolo mondiale arriverà nel 1984, in una impresa tentata da molti ma riuscita quasi a nessuno: solo Alain Prost quasi dieci anni dopo vincerà al rientro dall’anno sabbatico.

Lo stesso Schumacher ci provò, senza riuscirci e con magri risultati: un solo podio appena in tre anni, offuscato dal compagno di scuderia Nico Rosberg.

L’altra, quella che tutti conosciamo, quella che gli valse il titolo di leggenda: dopo soli 42 giorni dall’incidente, al Gran Premio d’Italia 1976, decide comunque di correre. Sanguinante, provato dalle ferite e con una palpebra che non gli permetteva di vedere bene: giunse quarto, e ricominciò l’inseguimento al collega Hunt per il titolo mondiale.

(Davide Passate)

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