Redatto da Oltre la Linea.

Si chiama Francesca Peirotti ed è stata definita da alcuni la “Carola Rackete italiana”. Come spiega il prof. Marco Gervasoni sul sito di Nicola Porro, Francesca Peirotti è una simil Carola: 31 anni, poliglotta, studi internazionali, legami con Ong. Ed è stata condannata a sei mesi di prigione dai giudici francesi per avere introdotto dalla frontiera di Ventimiglia in Francia alcuni clandestini. Lo stesso reato di cui è accusata Carola.

Se di Francesca nessuno s’interessa

Politicamente corretta, legata alle Ong e al partito internazionale dell’Open Border. Una visione del mondo che, almeno da queste parti, abbiamo sempre contestato e duramente criticato. Francesca, però, ha un problema: è italiana ed è stata dimenticata da tutti, in modo particolare da quelli che la pensano come lei e dovrebbero difenderla da una condanna molto dura. E invece nulla: avete sentito i parlamentari del Pd parlare di lei? No.

Pur non avendo quindi alcuna simpatia per le simil Carola, scrive Marco Gervasoni, «dobbiamo denunciare i pesi e le misure diverse applicate nei due casi, visto che l’unica differenza tra Francesca e Carola è che la prima è italiana e la seconda è tedesca (e Francesca non ha speronato nessuno, e non ha portato immigrati da fuori, perché già stavano nello spazio Ue)».

Francesca, la “Carola italiana” lasciata sola in carcere

Nel caso di Francesca, però, «nessun sostegno da parte di media internazionali, nessuna manifestazione contro Macron, nessuna presa di posizione di parlamentari piddini, e nessun appello strappalacrime (neanche un video da telefono) della solita compagnia di giro savianesca» osserva il professore. «Nessuna parola, purtroppo, neppure da parte dalle nostre autorità. Mentre nel caso di Carola si sono messi presidente e ministro degli esteri tedesco, ministro degli interni francesi, e molto altro. Per un reato ben meno grave di quello di cui è accusata Carola, Francesca ha subito una dura condanna e, avendo scelto la strada del ricorso, rischia di essere colpita da una pena ancora più dura».

(La Redazione)

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