(foto: Thanasis Zovoilis via Getty Images)
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Come passa il tempo, è già arrivata la primavera, è trascorso un altro anno. Chissà quante volte abbiamo sentito pronunciare o abbiamo ripetuto noi stessi queste frasi. Mentre i giorni dell’infanzia e dell’adolescenza sembravano interminabili, da adulti spesso può sembrare che il tempo scorra più velocemente. Ma da dove nasce questa percezione? Stavolta la relatività e lo spazio-tempo di Einstein non c’entrano. Le ragioni potrebbero essere di natura cognitiva, emotiva, sociale e culturale. Ma oggi arriva anche una nuova spiegazione potrebbe risiedere nel modo in cui il cervello rielabora le immagini. Ad avanzare questa ipotesi è un ricercatore della Duke University, Adrian Bejan, docente di ingegneria meccanica alla Duke, che ha pubblicato i risultati in uno studio sulla rivista European Review.

L’autore ha osservato che la maggior parte delle immagini mentali, le rappresentazioni della nostra mente degli episodi e delle sensazioni vissute, proviene dall’infanzia e dalla giovinezza. Le persone a volte si stupiscono dei loro ricordi dettagliati di momenti più o meno felici di quando erano piccoli o giovani, quando ogni momento sembrava lungo. E che questo non dipende dal fatto che si trattava di esperienze più gratificanti o significative. Mentre i ricordi e le immagini sono molto più abbondanti nella prima parte della vita, la percezione è che il tempo passi più veloce a partire dall’età adulta e sempre più quando si è anziani.

L’ipotesi di Bejan, che è ingegnere meccanico, è che questa distorsione della percezione abbia un’origine fisica, o meglio meccanica, definita. In pratica, l’idea è che nell’adulto le reti nervose mature crescano per dimensioni e complessità, dunque che in qualche modo i percorsi neurali abbiano strade più lunghe e tortuose. Inoltre, invecchiando queste reti si degradano e fanno fatica a trasmettere in maniera sempre corretta i segnali elettrici. 

Questa maggiore complessità, spiega Bejan, è alla base del fatto che le immagini mentali sono acquisite e elaborate più lentamente quando si è adulti e si va avanti con l’età. In altre parole, quando si è giovani la mente riceve e cattura un numero maggiore di immagini nella stessa durata di tempo. Una prova, secondo l’autore, arriva anche da particolari movimenti degli occhi, le cosiddette saccadi, che servono per mettere a fuoco un oggetto e a fissarne l’immagine. Questi movimenti avvengono circa 3-5 volte al secondo negli adulti, mentre come mostrano vari studi, nei bambini piccolissimi risultano più frequenti e questo perché sono in grado di processare più rapidamente le immagini rispetto agli adulti.

Facendo un passo ulteriore, questa minore velocità con cui le immagini vengono percepite e registrate nei nostri ricordi potrebbe creare un disallineamento nel tempo della mente, una differenza rispetto al passato, che può dare origine alla sensazione che il tempo trascorra più rapidamente. Insomma l’orologio della mente, la sequenza di immagini che sono il riflesso dell’insieme di stimoli forniti dai nostri organi sensoriali, sembrerebbe funzionare diversamente da quello reale. E può ingannarci o tenderci qualche scherzo percettivo.

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