(foto: Ernesto Ruscio / Zoe Vincenti)

Giacomo Rizzolatti, il neuroscienziato che vent’anni fa ha scoperto i neuroni specchio, è stato oggi ospite al Wired Next Fest. In una sala X gremita di gente, ha portato il pubblico in un breve viaggio alla scoperta dei segreti del cervello, tra innovazione scientifica e riflessioni sul significato profondo di concetti complessi come coscienza ed empatia.

Il punto di partenza è stato lo stato dell’arte della ricerca sui neuroni specchio. “Quello che è cambiato in questi anni è che all’inizio sembravano un tipo di neurone un po’ particolare”, ha esordito Rizzolatti, “mentre oggi sappiamo che è un fenomeno molto diffuso, presente anche in molte altre specie animali. Un ricercatore inglese ha dimostrato che lungo la via cortico-spinale ci sono dei neuroni specchio, in aree non solo legate alle aree motorie ma anche emozionali e associate alle cosiddette vitality form, come ad esempio l’affettività. Tra gli animali citati neuroscienziato ci sono le scimmie, gli uccelli, i ratti (che, data la loro abbondante disponibilità, sono fondamentali per la ricerca in farmacologia) e i pipistrelli, attraverso una scoperta pubblicata sulla rivista Science appena qualche mese fa.

La chiacchierata sul palco è stata anche l’occasione per risolvere qualche fraintendimento: “I neuroni specchio non riguardano solo la vista”, ha spiegato Rizzolatti, “perché per capire le azioni altrui devo prendere in considerazioni non solo i gesti che percepisco con gli occhi, che sono i primi a cui si pensa quando si parla di specchio. Gli stessi neuroni che si attivano quando una scimmia vede un’azione si attivano anche quando la scimmia ascolta la stessa azione”.

Giacomo Rizzolatti al Wired Next Fest: “Dobbiamo rendere i robot capaci di esprimere capacità empatiche”
(foto: Ernesto Ruscio / Zoe Vincenti)

I neuroni specchio, infatti, sono strettamente collegati a gran parte delle nostre attività quotidiane. “I neuroni specchio non codificano il movimento in sé, ma lo scopo dell’azione, che viene generalizzato al di là dei singoli movimenti”, ha detto Rizzolatti. “Quando vedo un’azione fatta da un’altra persona, ho un modello interno che capisce cosa sta succedendo, sulla base di tutta una serie di azioni che abbiamo già archiviate nel nostro cervello”.

Ma come avviene questo salvataggio cerebrale? “In alcuni casi, come per le emozioni, l’archiviazione deriva dall’evoluzione. Altre azioni sono invece imparate e acquisite. Gli esempi non mancano: un pianista che sente le note, un cestista professionista che riesce a capire anche senza guardare se la palla sta per finire nel canestro o meno, un ballerino classico i cui neuroni specchio si attivano quando vede qualcuno ballare, soprattutto se è del suo stesso sesso e compie gli stessi passi a cui è abituato. “Mi piace ripetere che addirittura i migliori commenti calcistici sono quelli fatti dai calciatori”, ha chiosato Rizzolatti.

L’applauso del pubblico non è mancato quando – proprio a partire dalla cruda cattiveria di certi commenti sportivi – il discorso è caduto sull’hate speech sui social e sul web in generale. “Sono convinto che le parolacce portano violenza, ha detto il professore, “e proprio per questo dovremmo cercare di eliminarle. Dire che sei uno sciocchino non è la stessa cosa di dire che sei… un’altra parola che inizia per esse”.

Se di solito i neuroni specchio sono associati (correttamente) al concetto di empatia, in realtà hanno molto a che fare pure con la nostra stessa cultura. “L’imitazione non è una cosa da sciocchi, ma è la base della cultura”, ha detto Rizzolatti. “Se non sono in grado di imitare, non ci può essere progresso. Negli ultimi secoli il numero di neuroni specchio da imitazione è aumentato enormemente, e proprio da lì è nata la cultura e si sono sviluppate tutta una serie discipline tecniche e artistiche.

Giacomo Rizzolatti al Wired Next Fest: “Dobbiamo rendere i robot capaci di esprimere capacità empatiche”
(foto: Ernesto Ruscio / Zoe Vincenti)

Quando si parla di empatia, l’esempio più semplice è immaginare di vedere una persona che prova disgusto o vomita: come sappiamo, si attivano nel nostro cervello gli stessi neuroni di quando proviamo davvero disgusto. Ma attenzione: “Essere empatici non vuol dire solo qualcosa di positivo”, ha spiegato, “i delinquenti sadici sono fortissimi nell’empatia. Non a caso, se uno è un sadico è perché vuole vedere le emozioni dell’altro”.

Capire a fondo l’empatia, allo stesso tempo, è uno dei filoni principali su cui dovrà progredire anche la robotica e l’intelligenza artificiale, soprattutto se si tratta di relazione uomo-macchina. “Sono convinto che non possono esserci macchine consapevoli”, ha chiarito Rizzolatti, “ma nella pratica si possono dotare i robot o gli avatar di esprimere capacità empatiche e stati affettivi. Se devo passare un bicchiere d’acqua a una persona anziana, devo farlo con il giusto tatto. I robot non servono solo per fare delle azioni, ma anche per farle nel modo giusto.

E come si entra nel territorio del sentimento? “Nel campo sociale conta più il come del cosa, ha ribadito Rizzolatti. “Noi continuamente rappresentiamo alle persone i nostri stati affettivi, ma i neuro-scienziati finora hanno ignorato questi aspetti. Affinché sia utile, un robot deve avere questa sofisticazione, e finora con un robot non riusciamo affatto ad attivare le aree dell’affettività nel cervello umano. Tra persone nessuna interazione è neutra, mentre con i robot per adesso non accade, nemmeno nei prototipi più avanzati”.

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