(foto: Toru Yamanaka/Getty Images)

Camogli“Quando guardiamo un video in cui un robot fa qualcosa di straordinario, dovremmo ricordarci che per ciascun tentativo andato a buon fine ce ne sono stati probabilmente altri 20 che sono falliti malamente”. Parafrasando una famosa dichiarazione del Ceo di Boston Dynamics Marc Raibert, Giorgio Metta ha sottolineato dal palco del teatro di Camogli, in provincia di Genova, l’importanza del fallimento nel processo di apprendimento robotico.

Metta attualmente è il vice-direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia (l’Iit), ma è stato selezionato come prossimo direttore a partire da gennaio 2020, quando diventerà a tutti gli effetti il successore di Roberto Cingolani. A margine del suo intervento alla Summer school in media ecology e comunicazione digitale, ha raccontato a Wired la sua visione sulla robotica del futuro, sia in termini di sviluppi tangibili sia sul tema degli equilibri e della competitività a livello internazionale.

Giorgio Metta, al di là dei miglioramenti incrementali in termini di intelligenza artificiale e sensoristica, quali novità dobbiamo aspettarci dal panorama degli automi umanoidi? 

“Se vogliamo che un robot sia capace di fare capriole, o di cadere senza rompersi, ciò che serve è l’utilizzo di nuovi materiali. Il prossimo iCub, ad esempio, potrà essere usato senza rompersi molto più a lungo, perché avrà dei meccanismi che lo salveranno dalla rottura quando andrà a sbattere contro qualcosa. Può sembrare una banalità fine a se stessa, ma nella realtà dei fatti è fondamentale perché, quando si tratta di imparare, i robot fanno degli errori proprio come i bambini.

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Giorgio Metta (foto: Gianluca Dotti)

“Quando un bimbo gioca, inizialmente cade spesso, ma questi sbagli sono proprio ciò che gli serve per apprendere. Un robot dovrebbe essere utilizzato in modo analogo, mentre tradizionalmente la componentistica robotica è molto fragile. Oltre alla flessibilità, i nuovi materiali dovranno garantire agilità, sostenibilità, non pericolosità per la salute e la possibilità di distribuire la massa del robot in modo che possa muoversi più facilmente”.

Dato che tra i prossimi sviluppi ha citato la questione della sostenibilità, oggi nel design dei robot in che misura si tiene conto di questioni come l’economia circolare e il risparmio energetico?

“Il robot che facciamo all’Iit, prima di andare eventualmente in produzione, dovrebbe subire un meticoloso processo di ottimizzazione ingegneristica. Oltre a essere costruito con materiali biodegradabili, un robot sostenibile deve anche essere composto da materiali più leggeri, che permettano di consumare poco.

Non mi piacerebbe essere la persona che ha introdotto sul mercato i robot non circolari

“Sarei l’ennesimo a portare nel mondo qualcosa che diventa rifiuto, quando già oggi abbiamo il problema di smaltire tutta la tecnologia di scarto generata del digitale. Sarebbe bello, invece, evitare di ripetere gli stessi errori del passato, soprattutto se la tecnologia robotica diventerà così pervasiva come si immagina. Il metallo degli automi si può riciclare, ma il vero tema sono le plastiche, ed è un settore in cui l’Iit può dire la sua, perché ci sono delle ricerche in corso per usare gli scarti da agricoltura per ottenere dei materiali a base di cellulosa”.

Oggi è ancora possibile, da parte di un centro di ricerca medio-piccolo, competere con i big dell’intelligenza artificiale? Su quale terreno avviene il confronto?

“Già oggi esiste un oligopolio di poche grandi aziende, come pare evidente dai mezzi che hanno a disposizione in termini di dati, di capacità di calcolo, di soldi e di persone. Un investimento come ha fatto Google con Deep Mind, con 600-700 persone impiegate senza la necessità di avere un profitto, è un’operazione che possono permettersi in pochi.

“E non si tratta di competere solo con le grandi aziende, da Google in giù, ma c’è anche un tema di investimenti. Negli Stati Uniti e in Cina lo sforzo economico è enorme, e dal canto suo anche l’Europa sta provando a investire, per non rimanere indietro.

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(foto: Chip Somodevilla/Getty Images)

“La competizione che si può ancora portare avanti è anzitutto quella sui verticali: un esempio sono proprio gli automi, in cui come tradizione italiana possiamo ambire a realizzare delle eccellenze. Tutto ciò che discende dalla robotica, come l’elaborazione veloce di informazione in tempo reale, o la necessità di ovviare alla scarsa disponibilità di capacità di storage delle informazioni, porta a sviluppare cose nuove e diverse da quelle di Google. È pur vero che Google potrebbe poi acquisire le stesse competenze, ma avere un know how di robotica come ora ha l’Italia non è una cosa che si può ricreare da un giorno all’altro”.

Questo significa che l’intelligenza artificiale di un robot è profondamente diversa da quella di un super-computer?

“C’è un limite intrinseco delle tecnologie, determinato da quanto costa energeticamente fare dei calcoli. Nei robot non si ha a disposizione tutta l’energia che si vuole – né si dovrebbe averla nei supercomputer, da un punto di vista etico e di sostenibilità – e soprattutto occorre fare calcoli in maniera veloce, con tempi dell’ordine dei millisecondi. La decisione di un robot deve essere rapida, dato che si tratta di controllare un oggetto che si sta muovendo: non si può permettere che i robot prendano decisioni su tempi lunghi, né che imparino lentamente. Se porto un robot a vedere la mia casa, ad esempio, non posso aspettare una settimana prima che si possa muovere per le stanze in modo confidente.

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Giorgio Metta (foto: Pietro D’aprano/Getty Images)

“Sono questi i motivi per cui si studiano algoritmi diversi e specializzati per i robot, ed è qui che possiamo essere competitivi: chi sa padroneggiare questi temi ha delle capacità che potranno essere applicate un giorno ai robot domestici, ma che in realtà già oggi trovano un’utilità nell’industria più digitalizzata. Pur essendo in buona parte un sistema autonomo, un robot deve poi essere in grado di collegarsi efficacemente alla rete, per cui il 5G rappresenta una prospettiva di sviluppo molto interessante”.

A proposito di prospettive, tra i temi più caldi per la robotica ci sono il miglioramento dei sistemi di riconoscimento facciale e di riconoscimento vocale a distanza: ci saranno quindi delle novità anche in ambito sorveglianza?

“Per noi queste tecnologie sono solo dei pezzettini che servono per far funzionare meglio una macchina. È chiaro che ci sarà un impatto sociale distribuito, perché il riconoscimento facciale è la base di un sistema di video-sorveglianza. Va detto però che non si sta inventando alcunché di nuovo, ma semplicemente le performance migliorano e garantiscono risultati più soddisfacenti, da applicare dai sistemi di autenticazione in poi. Il parlato aggiunge la capacità di costruire un’interfaccia uomo-macchina più naturale, e perciò sarà fondamentale per i futuri lanci sul mercato, mentre non è molto importante per i tecnici.

“In tutti i casi credo comunque che questa innovazione incrementale non farà la differenza, perché si tratta di tecnologie che ci sono già. Il problema privacy esiste nel presente e, ai fini pratici, passare dalla capacità di conoscere 10mila persone a un milione non cambia granché. Oggi sappiamo che tecnologie di questo tipo sono già installate negli aeroporti, e non penso ci siano all’orizzonte novità disruptive”.

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