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Gli antimalarici sono efficaci contro il coronavirus? Mentre Donald Trump e il suo entourage continuano a sponsorizzarne l’uso per segnare un punto decisivo nella battaglia contro Sars-Cov-2 e ordinano all’India milioni di dosi, la comunità scientifica non riesce a dare un segnale chiaro: se da una parte i maggiori esperti al mondo invitano alla cautela sottolineando l’attuale inconsistenza delle prove sperimentali, dall’altra i medici di mezzo mondo hanno cominciato a prescrivere clorochina e idrossiclorochina ai pazienti affetti da Covid-19. Se ci aggiungiamo i sospetti interessi economici, poi, capire in chi riporre fiducia diventa un bel problema.

Ecco quello che sappiamo.

Antimalarici, antireumatici

Clorochina e idrossiclorochina sono farmaci che da oltre 70 anni sono usati nella profilassi della malaria, per impedire al parassita che la provoca di annidarsi nel nostro organismo a seguito della puntura delle zanzare vettori. Il meccanismo d’azione non è tuttora chiarissimo, ma tant’è i farmaci funzionano e il fatto siano anche economici non guasta. Bisogna però fare attenzione alle dosi e valutare l’anamnesi del paziente per non incorrere negli effetti avversi più gravi, tra cui il collasso cardiovascolare.

Clorochina e idrossiclorochina nel tempo hanno trovato anche un’ulteriore applicazione e oggi sono usati con successo nel trattamento di alcune malattie reumatiche, quali il lupus eritematoso sistemico e l’artrite reumatoide. I reumatologi li prescrivono di routine, conoscendone bene i pro e i contro.

Anche antivirali?

Nel mondo scientifico l’idea che questi farmaci abbiano un’azione antivirale è stata proposta ormai da diverso tempo, ma non sempre gli studi hanno dato risultati univoci. Molto dipende dal virus in studio. Tuttavia una delle forti motivazioni che hanno spinto a iniziare a somministrare clorochina e idrossiclorochina a chi contrae Covid-19 è il fatto che questi farmaci avessero già dato qualche evidenza di efficacia contro un altro coronavirus, quello della Sars nel 2002-03. L’ipotesi era e rimane che agendo sul pH delle cellule queste molecole impediscano al virus di infettare e/o di completare con successo il ciclo di replicazione.
Sulla base di alcuni esperimenti in vitro portati avanti a febbraio, i medici di Wuhan sono stati i primi a somministrare i vecchi antimalarici ai pazienti, riportando un apparente successo. Ma, complici il caos del contesto e la fretta, la comunità scientifica ritiene che le conclusioni presentate non fossero attendibili. Stessa cosa per l’ormai famoso trial francese, che avrebbe trattato i pazienti senza però assolvere a tutti i crismi che una sperimentazione di questo tipo dovrebbe avere (in primis la randomizzazione) – il che a parere degli esperti mondiali rende i dati inconcludenti, al pari delle segnalazioni aneddotiche che da quel momento in poi si sono accumulate.

Per venirne a capo – sostengono anche dall’Oms, fautore anche del mega trial Solidarity – l’unica via è quella di avviare sperimentazioni cliniche serie, ragionate, con criteri che consentano di capire se la somministrazione del farmaco (qualunque esso sia) produca un effettivo beneficio per i pazienti trattati rispetto a un gruppo di controllo.

La via preventiva

Eppure in questi ultimi giorni il fronte scientifico appare più sfilacciato che mai. Una lettera pubblicata sulla rivista Annals of the Rheumatic Diseases a firma di alcuni reumatologi della Sapienza, poi appoggiata anche dalla European League against Rheumatism, sembra esserne una dimostrazione. Nel documento gli esperti valutano i pro e i contro dell’uso preventivo di clorochina e idrossiclorochina, una sperimentazione che potrebbe essere avviata sulla base di esperimenti in vitro che hanno mostrato (sono dati preliminari) come somministrando i farmaci alle cellule in coltura già prima della loro esposizione al coronavirus si limiti la capacità del patogeno di replicarsi. Se la via profilattica dovesse essere provata – sostengono i reumatologi – si può fare affidamento sulle conoscenze sul profilo di sicurezza dei farmaci accumulate in anni e anni di utilizzo e vigilanza sui pazienti reumatici.

Un avvertimento, però: i farmaci non dovranno mancare (cosa che invece sta accadendo, soprattutto negli Stati Uniti) per quei pazienti che oggi sono affetti da patologie che traggono certificato beneficio dal trattamento con antimalarici.

Scontro alla Casa Bianca

Una spaccato di questo complesso panorama lo si può avere sbirciando quanto sta succedendo negli Stati Uniti. Il presidente Trump è da tempo un forte sostenitore dell’utilizzo degli antimalarici, tanto da averne promesso un cospicuo rifornimento (29 milioni di dosi ordinate dall’India), ignorando e scontrandosi con gli esperti della sua task force, primo fra tutti Anthony Fauci, immunologo di fama mondiale e a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases che sostiene la linea scientifica più rigorosa – e indubbiamente più lenta. Il rischio è quello di impiegare ingenti risorse senza ottenere nessun beneficio oggettivo.
A tal proposito c’è anche chi ha avanza l’ipotesi che dietro alla presa di posizione della Casa Bianca ci siano interessi economici, legati alle partecipazioni dello stesso presidente Trump, ma anche di una pare del suo entourage e di altre persone a lui vicine, nel business delle case farmaceutiche che più avrebbero da guadagnarci.
La Fda, intanto, ha autorizzato l’impiego dell’idrossiclorochina come farmaco di emergenza per trattare i pazienti Covid-positivi e le richieste negli Usa sono schizzate alle stelle, tra le più disparate testimonianze dei medici, divisi tra entusiasmo e palese scetticismo.

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