Telecamere di videosorveglianza (Pixabay)

In principio, e in assenza di una cronologia ufficiale, è stata Pisa a sperimentare la prima anagrafe delle telecamere in Italia. Anno Domini 2013, nella città della celebre Torre pendente il prefetto di allora, Francesco Tagliente, lancia un censimento per conoscere l’esatta collocazione e i responsabili dei dispositivi di videosorveglianza privata presenti sul territorio. Negozi, condomini, aziende e tabaccai hanno una rete informale di 1.472 “occhi” elettronici puntati su strade, piazze e vicoli, stando ai numeri della prima ricognizione, a cui Tagliente vuole collegare un nome, un cognome e un numero di telefono per sapere a chi bussare, se le registrazioni di una videocamera si rivelassero necessarie in un’indagine

Da allora l’idea dell’anagrafe delle telecamere ha fatto proseliti lungo lo Stivale. Da Novara, dove nel 2017 arriva sui banchi del consiglio comunale la proposta del Movimento 5 Stelle, a Terni. Da Piacenza, che la battezza il 9 marzo 2015, a Milano. Da Casoria, dove i privati possono collegare alle rete municipale i propri impianti, a Rimini, dove nel 2019 l’amministrazione firma un accordo con le associazioni di categoria. Fino all’ultimo progetto in ordine tempo, promosso dal Comune di Torino. Argo, l’hanno chiamato al Palazzo civico, come il mitologico gigante dai cento occhi. 

Tuttavia, a dispetto di annunci, investimenti pubblici e promesse di aumentare la sicurezza in città avvalendosi, all’occorrenza, delle telecamere private, le anagrafi non sono sempre riuscite a decollare, come emerge da un’inchiesta di Wired, condotta anche per mezzo di richieste di accesso civico agli atti. Gli sviluppatori di quella di Piacenza dichiarano di non averla più aggiornata dal 2016. Mentre a Milano, in quasi due anni, si sono iscritti in 30.

Telecamere di videosorveglianza (Pixabay)
Telecamere di videosorveglianza (Pixabay)

Filo dirette con le telecamere

Le anagrafi delle telecamere hanno poco del gigante Argo e molto più delle Pagine gialle. Sono a tutti gli effetti delle banche dati dove archiviare i contatti dei titolari dei sistemi di videosorveglianza privata presenti in città. Immaginiamo un tabaccaio, che abbia una telecamera che controlla il distributore automatico di sigarette, o un impianto posizionato sopra il cancello di accesso di un condominio. Se carabinieri, polizia o vigili impegnati in un’indagine si rendono conto di aver bisogno delle riprese per far luce sulla dinamica o per verificare l’alibi di un sospettato, possono interrogare l’anagrafe, che restituisce i recapiti del responsabile di quelle immagini. 

“Prima le forze dell’ordine dovevano andare sul posto, controllare se c’erano telecamere, capire di chi fossero. Si apriva un’ampia finestra di tempo per avere le immagini. Ora invece sanno in anticipo quante ce ne sono, chi le possiede e chi ha la password per accedere ai dati”, spiega a Wired Gregorio Galli, a capo della Galli data service, una società di consulenza in ambito privacy e Gdpr che ha curato il progetto dell’anagrafe delle telecamere per conto della prefettura di Piacenza. “Questo è un modo per sapere in modo più veloce chi detiene quelle informazioni. Se passa qualche giorno si rischia che quei dati si perdano, sottolinea Anna Scavuzzo, vicesindaca di Milano con delega alla sicurezza.

Proprio a Pisa, nell’aprile del 2014, un anno dopo il lancio, l’anagrafe delle telecamere finisce sotto i riflettori. A detta del prefetto Tagliente, le immagini degli impianti privati hanno contribuito a far luce sull’aggressione fatale a un cameriere. Dopodiché la palla passa al successore, Attilio Visconti, che annuncia potenziamenti. Come emerge da un documento interno, nel 2016 all’anagrafe vengono destinati 1.122,91 euro dei circa 22mila che la prefettura incassa da un fondo del ministero dell’Interno. A fine ottobre, nel frattempo, il Comune ha annunciato il raddoppio del sistema municipale di videosorveglianza. Sono state installate 21 nuove telecamere, per una spesa complessiva di 130mila euro.

Palazzo del governatore, Piacenza (foto: Giovanni Dall'Orto, Wikipedia)
Palazzo del governatore, Piacenza (foto: Giovanni Dall’Orto, Wikipedia)

L’esperimento sul Trebbia

Dopo Pisa, Piacenza. La città emiliana “è stata la seconda in Italia ad avere un’anagrafe delle telecamere”, dice Galli. È il 2015, l’imprenditore bussa alla prefettura con un dossier per replicare l’esperimento toscano. “Il progetto è durato un anno, dall’inizio del 2015 alla consegna a novembre del 2016”, racconta l’imprenditore, che dichiara di essersi fatto carico dei costi del progetto a titolo promozionale. Tuttavia, da allora “non c’è stato più un coinvolgimento, prosegue. E la banca dati, salvata “su un portatile, dove hanno una sorta di Google maps con dei puntini in corrispondenza delle telecamere”, spiega Galli, fotografa la Piacenza di quattro anni fa. Per condurre il censimento, nel 2015 la Camera di commercio locale consegna a Galli liste di indirizzi di posta elettronica certificata dalla Camera di commercio locale per raggiungere negozianti, amministratori di condomini, partite Iva e professionisti.

Nel frattempo, però, in città attività hanno aperto e altre chiuso. Solo l’anno scorso nel commercio il numero di imprese è calato di 131 unità. Di conseguenza la mappa non è aggiornata, perché, aggiunge Galli, “occorre farlo in locale, sul computer che hanno in mano. Un vincolo che ci è stato imposto è che il portatile non fosse raggiungibile via web. Una precauzione più che giustificata, con l’obiettivo di prevenire violazioni informatiche. Wired ha inviato una richiesta di accesso agli atti anche alla prefettura di Piacenza, che si avvale dell’anagrafe, ma dopo tre mesi è ancora senza risposta.

Gli “occhi” dei privati per controllare la città: che fine hanno fatto le anagrafi delle telecamere
(foto: Marco Passaro/Fotogramma/IPA)

All’ombra della Madonnina

Anche a Milano uno dei problemi è capire come tenere aggiornata l’anagrafe. Dal lancio dell’iniziativa, a febbraio del 2019, l’adesione si conta sulla punta di sei mani. In una metropoli di 1,3 milioni di abitanti, 5.856 ristoranti nel 2019 e 764 sportelli bancari, all’anagrafe, scrive l’ufficio sicurezza urbana del Comune in risposta a una richiesta di accesso civico agli atti da parte di Wired, “il numero di impianti di videosorveglianza privata registrati […] al momento (19 ottobre 2020, ndr) ammonta a numero 30 telecamere. Di queste, 26 sono nel municipio 9, uno dei quartieri in cui è suddivisa la città e che comprende le aree a nord (Comasina, Affori, Porta Nuova, Niguarda, Bovisa e Fulvio Testi). Tre si trovano nel municipio 1 (centro storico) e una nel quarto (quadrante est, da porta Vittoria fino a Forlanini e Santa Giulia). 

La vicesindaca, tuttavia, tira dritto: “Penso che il processo sia necessario e irreversibile. Queste trenta sono un primo obiettivo raggiunto con Assimprendil (l’associazione degli imprenditori edili, ndr)”. La questione centrale, quindi, diventa portare a bordo più impianti e tenerli aggiornati

La procedura di Palazzo Marino oggi prevede un reclutamento volontario. Chi vuole contribuire va sul sito del Comune, accede con Spid (il sistema pubblico di identità digitale), inserisce i dati dell’impianto e questi confluiscono nella mappa interattiva in mano alle forze dell’ordine. Come emerge dai documenti ottenuti con l’accesso civico, l’archivio registra la posizione della telecamera, le ore in cui è in funzione, durata e luogo di conservazione delle registrazioni, nomi e contatti per ottenere un rapido accesso alle riprese. 

Telecamere di videosorveglianza (Pixabay)
Telecamere di videosorveglianza (Pixabay)

La ricetta milanese

Per spingere le adesioni, Scavuzzo pensa “a un sistema automatico che alimenti l’anagrafe, per esempio collaborando con le associazioni di categoria. Contatti sono in corso con Federfarma, che rappresenta le farmacie, e Abi, che riunisce le banche, per demandare la raccolta dei dati da inserire all’anagrafe. Inoltre, aggiunge, “non dobbiamo ricominciare ogni volta da capo”. Come è successo a Piacenza, dove in pochi mesi il registro è invecchiato. La numero due di Palazzo Marino propone di “legare la richiesta di installazione della telecamera all’esterno, che è soggetta al regolamento Cosap perché interessa una porzione di area pubblica, all’impegno a registrarla all’anagrafe”.

Terzo strumento: pianificare collaborazioni con gli sviluppatori dei nuovi quartieri residenziali, destinando una parte degli oneri a scomputo alla videosorveglianza. “Come l’illuminazione è un vantaggio per il quartiere, così lo sono le videocamere – spiega Scavuzzo –. Le norme ci consentono di fare valutazioni di congruità tecnologica ed economica e il sistema privato integra quello pubblico. “Non lo considero alternativo – chiosa – ma di supporto. Queste telecamere hanno un’azione limitata, ma possono fornire informazioni aggiuntive”.

Nonostante il timido debutto, il Comune di Milano non intende rinunciare all’anagrafe delle videocamere. Nel frattempo, spiega Scavuzzo, “siamo impegnati nella revisione del piano telecamere, che prevede sia nuovi impianti sia la sostituzione degli obsoleti”. Con l’azienda locale dei rifiuti, Amsa, Palazzo Marino ha sperimentato un sistema di videocamere mobili (fototrappole) per contrastare l’abbandono illecito di rifiuti.

Con A2a Smart City, il braccio tecnologico della multiservizi meneghina, il Comune lavora all’aggiornamento del parco delle telecamere pubbliche (circa duemila). “Non con Consip (la centrale degli acquisti pubblici, ndr), che ha modelli di cinque anni fa”, dice Scavuzzo. Meno soddisfacenti si sono dimostrate, finora, soluzioni high-tech. “Abbiamo valutato il sorvolo con i droni sui parchi pubblici durante la prima fase dell’emergenza Covid-19 – conclude la vicesindaca – ma è stato utile fino a un certo punto”.

Torino
(Foto: pixabay.com)

Un’anagrafe 4.0 sotto la Mole

Occhi privati ma cervello pubblico. È questa la strategia che intende percorrere il Comune di Torino con il suo progetto Argo. L’anagrafe delle telecamere non sarà solo una banca dati passiva. Come spiegano dagli uffici di piazza Palazzo di città, gli impianti privati monitoreranno la situazione per conto delle forze dell’ordine e le immagini saranno analizzate attraverso l’uso di algoritmi, alla ricerca di elementi utili nello svolgimento di un’indagine: dal colore di una macchina alla fisionomia di un passante. Qualcosa di simile al progetto a cui si lavora a Casoria. E già immaginato da Tagliente per una fase due della sua anagrafe a Pisa.

Per aggirare le complicate procedure che legano la spesa pubblica, il Comune proporrà un accordo ai cittadini: io autorizzo la tua telecamera che si affaccia su strada pubblica, tu me la affidi per controllare cosa succede nel quartiere. 

“Il vantaggio è che anche i privati potranno mettere al servizio dell’ordine pubblico delle telecamere – spiega un portavoce del Comune – pur non avendo accesso a quel flusso di dati che sarà accessibile solo alle autorità”. L’incentivo, nelle intenzioni dell’amministrazione Appendino, sarebbe quello di garantire ai cittadini una maggiore sorveglianza delle zone pubbliche, cercando un compromesso con il diritto alla privacy dei passanti. “Per questo non saranno ammesse telecamere di spazi chiusi come gli atrii dei condomini”, chiosa il portavoce. 

“La decisione non spetta solo al sindaco e dovrà essere condivisa col prefetto, precisano da Palazzo Civico: “Ma l’intenzione è di far confluire anche questo flusso di immagini nel sistema di algoritmi sul quale il Comune ha già investito tanto e che ci permette di risolvere alcuni casi in sede d’indagine”.

Il riferimento è alla prima iniziativa AxTo (si legge “Aperto’”, richiamando un gioco di parole caro a chi abita sotto la Mole), che nel 2021 ha previsto l’incremento di telecamere in città fino a raggiungere i 360 occhi digitali, come scrive La Stampa. A questi dovrebbero aggiungersi le installazioni per le quali il Comune vuole coinvolgere direttamente i cittadini. Tutti i flussi di dati invece già convergono sul progetto Argo – di fatto, tecnologia che permette un’analisi informatica delle immagini – il cui scopo è quello di “individuare le anomalie rispetto a una situazione di routine”, dichiarano dal Comune. 

Telecamere di videosorveglianza (Pixabay)
Telecamere di videosorveglianza (Pixabay)

Il ruolo degli algoritmi

Niente riconoscimento facciale dunque, quanto piuttosto un massiccio uso del machine learning, ovvero della capacità di un sistema di algoritmi di apprendere una serie di comportamenti e, eventualmente, individuare le eccezioni. “Se una telecamera registra un movimento sospetto, come per esempio una persona che corre, gli operatori potrebbero ricevere un alert – spiegano -. Il medesimo comportamento non risulterà sospetto ai nostri computer se la telecamera è posta davanti a una scuola, dove normalmente i bambini giocano e si spintonano”.

Tale tecnologia, per la quale sono previsti nuovi investimenti, permette a un operatore in carne e ossa di interrogare il computer inserendo alcuni parametri che le telecamere ricercano nella folla (la targa di una macchina o tutti i cittadini con un cappello), permettendo così di restringere i fattori di ricerca in fase di indagine.   

Secondo l’ultimo osservatorio del Politecnico di Milano sul mercato dell’internet delle cose, nel 2019 è cresciuta del 12% la spesa degli italiani per digitalizzare le proprie case (670 milioni), trainata proprio dal mercato della videosorveglianza. Una rete di occhi sul territorio a cui guardano i Comuni per accelerare la transizione verso la smart city. Non esclude un’anagrafe locale il nuovo prefetto di Firenze, Alessandra Guidi, in una città che ha tagliato il nastro delle mille telecamere.

 

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