Redatto da Oltre la Linea.

Sono arrivati in Turchia gli S-400 russi, alla faccia della Nato. In tempi recenti  Turchia e Russia si sono notevolmente avvicinate l’una all’altra, per interessi di carattere militare, geostrategico e pure economico.

Nella prima metà di luglio, infatti, il Cremlino e la Sublime Porta hanno raggiunto un accordo per la compra-vendita dei sistemi anti-missilistici russi S-400 – gli stessi che, peraltro, anche la Siria di Assad avrebbe tutta l’intenzione di acquistare (ricordando che già ha in dotazione gli S-300 di eredità sovietica).

La conferma è arrivata direttamente dal Ministero della Difesa turco: le batterie missilistiche saranno attive dall’aprile del 2020.

Turchia, Russia e gli S-400

La notizia di questa spesa, equivalente a circa 2 miliardi di dollari, non è passata inosservata a Washington, che avrebbe tutto l’interesse di mantenere Ankara compattamente all’interno dell’Alleanza Atlantica: gli Stati Uniti hanno minacciato sanzioni in merito al programma degli F-35. Sospensione delle consegne e della partecipazione turca alla produzione del cacciabombardiere.

Tuttavia, come fa notare molto approfonditamente l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, questa scelta di Erdogan è stata nettamente – ed in maniera del tutto ovvia – contestata oltreoceano. Essa aveva destato la preoccupazione per una possibile defezione della Turchia dalla NATO. Insieme al timore per un altrettanto possibile allontanamento della stessa dall’orbita americana.

Gli S-400 russi in Turchia contro una possibile occupazione Nato

«Washington aveva avvertito con chiarezza cristallina che la partecipazione turca al programma degli F-35 americani, i cacciabombardieri “stealth” dell’ultima generazione, è incompatibile con l’acquisto degli S-400. Il 18 luglio l’esclusione è stata formalizzata: Ankara è fuori. La NATO è finora, faticosamente, riuscita a tenersi fuori dalla controversia relegandola al piano bilaterale turco-americano. Più difficile ignorare la patata bollente quando lo spiegamento delle batterie, con l’assistenza e la presenza di tecnici russi, sarà operativo. Che è solo questione di tempo».

Questo scenario, in certo qual modo, viene confermato dalle parole – raccolte nel Bel Paese soltanto dalla versione italiana di Sputnik News – Lüftü Ozshahin, analista turco esperto di filosofia politica. La Turchia ha perseverato con convinzione nella propria operazione di acquisto dei sistemi di protezione anti-aerea russi per timore di una potenziale occupazione territoriale del territorio anatolico da parte della NATO. Vera minaccia per il Paese.

La Nato in Turchia

«Non esiste una NATO che protegga la Turchia. C’è la NATO che tiene al guinzaglio, controlla e, se necessario, organizza colpi di Stato».

Consapevolezza, da parte di Ozshahin, della natura imperialista con la quale è stata fondata l’Alleanza Atlantica. Estremamente evidente soprattutto a partire dalla caduta del Muro di Berlino e dal collasso dell’Unione Sovietica, quando i suoi presupposti di natura difensiva da un nemico comune sono caduti, sostituiti da quelli di voler contribuire alla “esportazione di democrazia” nei confronti dei cosiddetti “Stati canaglia”. Uno strumento dell’egemonia a stelle e strisce in giro per il mondo.

Gli S-400 russi in Turchia contro una possibile occupazione Nato

Un’egemonia, tuttavia, che pare star giungendo al termine, in favore di un multipolarismo globale più equilibrato. Emblemi di questo processo potrebbero essere la progressiva coscientizzazione dell’inefficacia della NATO (in primis, a partire da niente di meno che Donald Trump), l’emersione sempre più evidente della Cina, la de-dollarizzazione del mercato internazionale e del mondo finanziario americano, e così via.

La Turchia – la quale, non incidentalmente, ha avvertito gli Stati Uniti che potrebbe pure rinunciare all’acquisto dei loro Boeing – potrebbe essere uno spartiacque in questo senso. Paese da sempre essenziale all’Alleanza Atlantica, ma pronta a stringere accordi militari ed economici con la Russia capaci di minare il filo rosso che lega Ankara a Washington. Per ora le acque sono relativamente tranquille, ma sarà assolutamente fondamentale, nei prossimi tempi, seguire l’evoluzione di questa vicenda, per meglio capire lo scacchiere internazionale.

(di Lorenzo Franzoni)

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