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Nuova puntata della saga sul glifosato, l’ingrediente principale di Roundup (il diserbante targato Monsanto/Bayer più utilizzato al mondo), messo sotto processo perché sospettato di essere nocivo per la salute umana. Non c’è accordo tra le istituzioni e pare nemmeno nella comunità scientifica, divisa tra chi ritiene non ci siano evidenze concrete e chi si dice convinto della pericolosità dell’erbicida. A dimostrazione del fatto, a pochi giorni dal parere positivo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense, arriva ora un nuovo studio dell’università della California (San Diego) che sembra dimostrare una correlazione tra l’esposizione al glifosato e la malattia del fegato grasso non alcolica, una condizione di sofferenza epatica che predispone allo sviluppo di cirrosi.

Lo studio

L’indagine, pubblicata sulla rivista Clinical Gastroenterology and Hepatology, è stata condotta dal team di Paul J. Mills, capo del Dipartimento di Medicina di Famiglia e Sanità Pubblica della Scuola di Medicina dell’Università di San Diego. I ricercatori hanno confrontato l’escrezione di glifosato e di un suo metabolita (detto ampa) nelle urine di pazienti affetti da malattia del fegato grasso non alcolica con quella del gruppo di controllo (cioè di persone non affette da questa particolare condizione clinica). Complessivamente la ricerca ha coinvolto 93 persone.

Ne è emerso che nelle urine dei pazienti con malattia del fegato grasso non alcolica c’era una presenza significativamente maggiore di glifosato e di ampa rispetto a quanto trovato nel gruppo di controllo. Differenza dimostratasi indipendente dall’età, dal sesso, dall’etnia e dalla presenza di condizioni (sovrappeso per esempio) o malattie concomitanti.

Facendo riferimento alla tossicità epatica dell’erbicida (evidenziata da alcuni – non molti – studi su animali nutriti con l’aggiunta di basse dosi di glifosato), e al fatto che in vent’anni il tasso di incidenza di malattia del fegato grasso negli Usa sia cresciuto di pari passo con l’utilizzo del diserbante, gli esperti californiani concludono che un’associazione tra lo sviluppo di questa condizione epatica e l’esposizione all’agente chimico è possibile.

Resta però molto lavoro da fare, commentano gli autori della ricerca. Lo studio, a dire il vero, non è molto ampio e restituisce un dato preliminare da confermare. Inoltre gli esseri umani sono esposti a così tante sostanze chimiche di sintesi che valutare l’effetto di una sola di esse è davvero difficile.

Le posizioni ufficiali

Vicenda intricata quella del glifosato, che si ramifica tra scienza, giustizia (ci sono sentenze di tribunale che riconoscono la responsabilità dell’erbicida in alcuni casi di tumore), politica e economia. Qui vi avevamo fornito una panoramica generale.

Riducendo ai minimi termini la questione, a oggi la situazione sembrerebbe essere questa: non esistono prove sufficienti per affermare l’effettiva pericolosità del glifosato per la salute umana. A questa posizione avevano aderito nel 2017 sia istituzioni come l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa) e l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa), sia organizzazioni internazionali quali l’Oms e la Fao. Più di recente a esprimersi (di nuovo) sulla questione è stata l’Agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense (Epa), ribadendo la non cancerogenicità del glifosato. A sostenere a spada tratta la pericolosità del glifosato come sostanza probabilmente cancerogena, invece, è l’Agenzia internazionale per la ricerca contro il cancro (Iarc).

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