(foto: Sharon McCutcheon/Unsplash)

Quella del trattamento dei pazienti affetti da Covid-19 direttamente tra le mura di casa è una delle questioni più discusse fin dall’inizio della pandemia. E ancora oggi, a più di 14 mesi dai primi casi di contagio registrati in Italia, il dibattito sembra tutt’altro che concluso, ma anzi sta assumendo valenze e significati che vanno ben oltre gli aspetti strettamente medici e scientifici. Se da un lato è fin troppo ovvio quanto assistere una persona da casa sia – quando possibile – una soluzione ottimale, dall’altro non ha molto senso contrapporre le cure domiciliari ai trattamenti preventivi di immunizzazione come i vaccini, quasi come se una cosa escludesse l’altra. Un tema, però, che si è caricato ora anche di attenzione politica, e come tale ha alimentato la polarizzazione e la formazione di schieramenti d’opinione radicalmente opposti.

Su tutto ciò che riguarda lo stato dell’arte nella ricerca di terapie efficaci contro l’infezione da Sars-Cov-2 abbiamo appena dedicato un approfondimento ad hoc qui su Wired, mentre di seguito ci concentreremo soprattutto sul contesto. Vale a dire, su quegli aspetti comunicativi, cognitivi e (talvolta) di vera e propria disinformazione che rischiano di spostare le discussioni su un piano più ideologico che sostanziale.

Cosa vuol dire cure domiciliari per il Covid-19

Come ben noto, nella grandissima maggioranza dei casi l’infezione da Sars-Cov-2 si risolve con sintomi lievi o blandi, tali da non richiedere necessariamente un ricovero ospedaliero. Si parla, dati alla mano, perlomeno del 95% delle persone che risultano positive al tampone oro-rino-faringeo. In pratica, le cure domiciliari sono adatte a chiunque non manifesti sintomi così gravi da avere bisogno di una terapia intensiva, a patto che si venga seguiti passo passo dal medico anche quando la malattia non compromette le funzioni vitali del paziente. Ossia che si realizzi la vigile attesa, non l’aspettare passivamente che il quadro clinico degeneri, bensì seguire attentamente l’evoluzione dei sintomi e dell’infezione.

In termini pratici, la cura domiciliare si concretizza anzitutto nel monitoraggio dei parametri vitali, non solo come febbre o altri sintomi evidenti ma anche con l’ausilio di un saturimetro per verificare il livello di saturazione dell’ossigeno nel sangue. Il calo di questo valore, infatti, può essere indicativo di un’infezione polmonare. In questo senso possono essere svolte a casa anche operazioni leggermente più complesse, come la verifica della possibile polmonite tramite un ecografo. Poi naturalmente c’è la possibilità di adoperare specifici farmaci e ausili, come l’eparina quando il paziente ha un rischio specifico di sviluppare trombosi, oppure un antibiotico quando può esserci una sovra-infezione batterica che potrebbe dare complicanze, o ancora somministrare l’ossigeno quando la sua concentrazione nel sangue diminuisce.

Ciò significa, in particolare, che si può pensare di continuare a seguire un paziente a casa in tutte quelle situazioni in cui il quadro clinico è stabile, o perlomeno non ci sarebbe differenza tra le cure domiciliari e i trattamenti che si riceverebbero in ospedale. I benefici di questo approccio sono evidenti: far restare i pazienti – soprattutto se anziani o fragili – in un ambiente più protetto e accogliente, evitare di esporre al rischio di contrarre altre infezioni in ospedale e ridurre la pressione sulle strutture sanitarie, garantendo cure in generale migliori a chi ne ha davvero bisogno, dunque riducendo la letalità complessiva di Covid-19.

Questo approccio richiede però una presenza forte della medicina territoriale, tra medici di famiglia posti nelle condizioni di seguire i pazienti con la giusta attenzione e strutture distribuite in modo da essere davvero vicine alle persone. Un tema tanto infrastrutturale quanto culturale, che dipende dagli investimenti ma anche dalla formazione dei medici di medicina generale, che sono chiamati a individuare le terapie più adatte al paziente sulla base dei sintomi e del quadro clinico. Sapendo, naturalmente, che non può esserci un trattamento universale valido per tutti.

Il problema dell’efficacia delle terapie

Quando si è di fronte a un farmaco nuovo o a una patologia nota da poco, definire se e quanto un trattamento sia efficace non è un’operazione semplice. Lo abbiamo visto per i vaccini: le sperimentazioni in generale prevedono (come minimo) che ci sia un confronto tra un gruppo di persone che riceve il trattamento e un altro (con le stesse caratteristiche) che non lo riceve, in modo che si possa fare un confronto sensato ed evidenziare se ci siano o meno differenze statisticamente significative.

Spesso però, a livello di discussione, si confonde il concetto di prova scientifica di efficacia con altre valutazioni non sistematiche, citando dei singoli casi o delle esperienze individuali come se fossero sufficienti a dimostrare qualcosa di generale. Dato che fortunatamente Covid-19 si risolve in molti casi con la guarigione completa, si può creare una distorsione cognitiva per cui, somministrando ai pazienti qualche trattamento, questo sembrerebbe in ogni caso avere indotto la guarigione.

Per esempio, se somministrassimo a tutti i pazienti Covid-19 un bicchiere d’acqua con una zolletta di zucchero, in ogni caso il 95% circa di questi guarirebbe, e si potrebbe avere l’impressione che il merito sia dell’acqua miracolosa. Sostenere che i propri pazienti trattati a casa non siano finiti in ospedale, o che quelli trattati con un certo farmaco siano guariti tutti, non è affatto una prova sufficiente a far concludere che la strategia adottata sia davvero efficace. Anzi. Per moltissimi dei trattamenti più discussi nel corso dell’ultimo anno, pubblicazioni alla mano, le prove scientifiche di efficacia sono ancora scarse o del tutto nulle (come per il caso dell’idrossiclorochina), e addirittura per alcuni trattamenti sono state raccolte piuttosto delle prove di inefficacia.

Va da sé che, in un contesto di rapida evoluzione delle conoscenze scientifiche a disposizione, le nuove evidenze hanno portato più volte a rivedere le linee guida, talvolta anche con differenziazioni a livello regionale. Il che però non dovrebbe scandalizzare, ma anzi essere la prova evidente di come il metodo scientifico non ci permetta di avere delle verità assolute e immutabili, quanto piuttosto un progressivo raffinamento delle nostre conoscenze.

A complicare il quadro dei tanto discussi protocolli per le cure domiciliari ci sono poi altri tre elementi. Il primo è che in generale per Covid-19 è difficile prevedere a priori il livello di rischio di ciascuna persona, perché anche i più noti fattori di rischio (età avanzata, obesità, patologie pregresse,…) non sono affatto associati in modo chiaro allo sviluppo di complicanze. Dunque non è facile capire a chi somministrare che cosa prima che si manifesti una determinata condizione. Secondo, almeno per alcuni dei trattamenti, la somministrazione delle terapie può portare effetti collaterali di varia natura, perciò somministrare farmaci alla cieca già nelle prime fasi della malattia può essere poco sensato, oltre che controproducente in casi specifici (come l’uso di un cortisonico come il desametasone) in cui il trattamento può compromettere la risposta immunitaria del paziente.

E infine c’è la solita confusione più o meno involontaria tra correlazione e causa-effetto: il fatto che qualcosa accada subito dopo qualcos’altro non basta per indicare che a causare l’effetto sia stato il primo dei due elementi. Ciò vale in positivo, come quando si sostiene che la vitamina C la D guarisca da Covid-19, oppure in negativo, affermando che un vaccino causi determinati effetti avversi. Il che in generale è comunque possibile (come è stato per il caso delle rarissime trombosi associate a VaxZevria), ma va dimostrato con una seria analisi dei dati, e non con valutazioni aneddotiche o emozionali.

Le strambe argomentazioni sulle terapie domiciliari

Se fino a qui la questione può sembrare perlopiù di natura accademica e regolatoria, in realtà le direzioni in cui spesso la discussione e il dibattito degenerano sono anzitutto partitiche e speculative, per non dire in certi casi complottiste. Non sono mancati nemmeno negli ultimi giorni gli esempi di prodotti di comunicazione tipicamente a tesi, che partono da un’assunto e portano argomentazioni unidirezionali per dimostrarlo.

Non si tratta di cherry picking della letteratura scientifica, ma di qualcosa di più astratto e generico. “Il governo vuole tenerci chiusi in casa”, “ci ricattano con i vaccini, facendo valere le restrizioni finché non ci vacciniamo tutti”“le case farmaceutiche vogliono lucrare il più possibile sulla pandemia”, “impediscono di usare le cure domiciliari perché allora non servirebbero più i vaccini”, “le persone sono morte di Covid-19 solo perché sono state trattate con le terapie sbagliate”, tanto per citarne alcune molto comuni.

Si potrebbero in proposito ribadire le solite argomentazioni, come il fatto che i vaccini non siano affatto le prncipali fonti di reddito da parte delle case farmaceutiche (mentre lo sono per esempio integratori e vitamine) o che i vaccini sarebbero comunque utili anche se avessimo cure super efficaci (perché sarebbe preferibile evitare la malattia che ammalarsi e sperare di guarire), ma il punto sta altrove. Ossia che la salute delle persone venga utilizzata per fare propaganda. Come se il ritenere che le cure domiciliari siano efficaci o meno fosse una questione di credo politico anziché di evidenza scientifica.

Nelle versioni più azzardate, poi, il tema della regolazione delle terapie domiciliari sarebbe diventato – si legge e si ascolta qua e là – la prova della censura messa in atto dal governo per dare concretezza alla cosiddetta dittatura sanitaria. Un modo per mettere a tacere quelle voci indipendenti che propongono metodi alternativi di cui millantano l’efficacia. Con l’effetto finale di confondere il ragionevole dibattito scientifico su come trattare al meglio i pazienti a casa con un più caotico disquisire di terapie domiciliari come avversarie dei vaccini, o di trasformare un trattamento che si è dimostrato inefficace nell’elisir miracoloso che i poteri forti vogliono fare sparire.

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