(foto: chinaphotographer via Getty Images)

Sembra fatto a posta: quando si parla di vaccinazioni anti Covid-19, il caos dilaga. Sempre. Dopo il pasticciaccio (comunicativo e non solo) che ha accompagnatole vaccinazioni under 60 con il vaccino AstraZeneca, negli scorsi giorni è stato il premier Mario Draghi a gettarsi nella mischia, con parole che mischiano due dei temi caldi delle ultime settimane: vaccinazioni eterologhe e analisi del titolo anticorpale. “L’eterologa funziona – ha spiegato il premier in conferenza stampa – Io mi sono prenotato per fare l’eterologa, la prima AstraZeneca che ho fatto ha dato una risposta di anticorpi bassa e allora mi si consiglia di fare l’eterologa. Quindi come funziona per me funziona per quelli che hanno meno di 60 anni”. Sull’efficacia dell’eterologa e sull’affidabilità degli anticorpi per valutare l’effetto della vaccinazione purtroppo i dubbi sono ancora più delle certezze, e le indicazioni degli esperti piuttosto ambivalenti (oltre al fatto che al momento l’opzione di cui parla Draghi non sia disponibile in tutte le regioni per il resto degli over 60 italiani). Vediamo comunque cosa dicono le ricerche disponibili.

La vicenda Draghi

Nel caso del premier italiano la questione non è tanto legata alla sicurezza della seconda dose con un vaccino diverso da quella della prima, come è stato per moltissimi italiani under 60 a cui è stato imposto di cambiare vaccino in corsa in risposta ai possibili pericoli di trombosi collegati al preparato di AstraZeneca. Anzi: per Mario Draghi l’utilizzo di un mix di farmaci diversi sarebbe preferibile per massimizzare l’immunità offerta dalla vaccinazione. Dopo aver effettuato la prima dose le analisi devono aver segnalato una presenza di anticorpi inferiore alle aspettative. E questo deve aver spinto il medico del premier a consigliare un richiamo con un vaccino differente. In questo senso, la strategia ha delle basi scientifiche piuttosto solide anche se ancora limitate. Innanzitutto, i vaccini a vettore virale, come quelli di AstraZeneca e Johnson & Johnson, hanno la tendenza a risultare meno efficaci se ripetuti più volte: il nostro sistema immunitario non reagisce infatti solamente all’antigene di Sars-Cov-2 veicolato dal vaccino, ma anche all’adenovirus che funge da vettore, e quando si effettua un richiamo ci sono buone chance che la risposta immunitaria elimini una parte considerevole di questi adenovirus prima che raggiungano le cellule e facciano il loro lavoro, limitando l’efficacia dell’iniezione.

Da qualche decennio, inoltre, è sempre più evidente alla comunità scientifica che effettuare prime e seconde dosi con vaccini diversi (che veicolino lo stesso antigene, ovviamente) tende a dare risultati migliori rispetto ad una vaccinazione omologa. Il perché non è ancora del tutto chiaro, e probabilmente l’effetto dipende anche dalle tecnologie utilizzate, e dall’ordine in cui vengono somministrati i vaccini. A sentire le ipotesi degli esperti, differenti tecnologie vaccinali attivano componenti differenti del nostro sistema immunitario, e nelle giuste condizioni questo può effettivamente potenziare l’effetto complessivo della vaccinazione

Allo stesso tempo, vaccini diversi utilizzano versione leggermente diverse dell’antigene virale e quindi mischiare più vaccini può produrre una risposta più completa, con più anticorpi che vengono attivati contro il patogeno, e quindi anche una maggiore resilienza nei confronti della comparsa di nuove varianti del virus. Come dicevamo, anche l’ordine degli addendi è importante nelle vaccinazioni eterologhe. Nel caso dei vaccini anti Covid mancano dati affidabili su quale sia la migliore combinazione (ovviamente, visto che i vaccini sono in commercio da appena 6 mesi), ma alcuni indizi lasciano immaginare che sia proprio la prima dose con vaccino ad adenovirus (come AstraZeneca) e il boost convaccino a mRna (Pfizer o Moderna) a garantire la massima efficacia.

Il dosaggio degli anticorpi

Passando all’utilizzo dei test sierologici per verificare l’efficacia della vaccinazione, a oggi indicazioni ufficiali non ce ne sono, e la decisione è lasciata a medici e cittadini, su cui ricadono ovviamente anche gli eventuali costi (va detto, contenuti) dell’esame. L’opinione degli esperti comunque sembra piuttosto compatta: un test inutile, che non offre garanzie sull’efficacia della vaccinazione. È lo stesso parere espresso, in America, dall’Fda, che sconsiglia alla popolazione il ricorso al dosaggio degli anticorpi, sulla scorta di una mancanza di dati certi con cui interpretare un eventuale risultato positivo o negativo.

È noto che una piccola percentuale dei vaccinati, a prescindere dal vaccino che si riceve, non svilupperà l’immunità sperata verso la malattia. Ma non è detto che un livello di anticorpi inferiore all’atteso identifichi i pazienti a rischio: l’immunità a Sars-Cov-2 non sembra legata unicamente alla presenza di elevati livelli di anticorpi, e non tutti i test sierologici disponibili sul mercato sono ugualmente efficaci nell’identificare gli anticorpi prodotti in risposta al vaccino.

Anche sul piano della ricerca di base, sono ancora poche le certezze riguardo agli indicatori che possono aiutare a prevedere il livello di immunizzazione nei confronti di Covid-19 fornito da un vaccino (o da una precedente infezione) a un singolo paziente. I livelli di anticorpi presenti nel sangue sono chiaramente uno dei candidati principali per questo ruolo, ma non sempre si rivelano efficaci, perché l’immunità nei confronti di un patogeno può prendere diverse strade.

La cosiddetta immunità adattativa, quella che sviluppiamo in seguito al contatto con un virus o un patogeno, è composta di due elementi principali: l’immunità umorale, collegata all’attività degli anticorpi, e quella cellulare, in cui sono i linfociti T a fare la parte del leone. Nel primo caso, i virus circolanti nell’organismo sono individuati dagli anticorpi e poi neutralizzati. Nel secondo, quello dell’immunità cellulare, il processo avviene all’interno delle cellule infette, attraverso l’espressione dell’antigene virale sulla loro membrana e l’attivazione dei linfociti T, globuli bianchi che si legano all’antigene e distruggono la cellula, per spezzare il ciclo di replicazione del virus, ma che possono anche svolgere altre funzioni, attivando per esempio i linfociti B per stimolare la produzione di anticorpi in seguito all’incontro con il patogeno.

Umorale o cellulare?

Entrambi questi meccanismi entrano in azione per contrastare le infezioni, ma quale risulterà più importante dipende da molti fattori, non ultimo il comportamento del virus stesso. Nel caso di Sars-Cov-2 non è ancora chiaro quale sia più importante per garantire l’immunità: alcune ricerche sembrano indicare che il livello di anticorpi neutralizzanti sia un ottimo proxy del livello di protezione sviluppato da un paziente; altre puntano in direzione di un ruolo importante dei linfociti T, sia per eliminare le cellule infette, sia come mediatori che stimolano la produzione di nuovi anticorpi dopo aver individuato il virus. A complicare ulteriormente la situazione, poi, c’è il fatto che impedire l’infezione non è l’unico obiettivo della vaccinazione: se una persona può contrarre il virus ma non svilupperà mai forme gravi della malattia (perché il sistema immunitario è pronto a entrare in azione velocemente per tenere sotto controllo la situazione), sul piano dei rischi individuali ci si può probabilmente dichiarare soddisfatti. E potrebbe essere proprio questo quello che avviene nelle persone vaccinate che presentano bassi livelli di anticorpi circolanti, nel caso in cui ci siano reservoir di linfociti B pronti ad entrare in azione al prossimo incontro con il virus.

La situazione, insomma, è complessa, ed è presto per avere certezze sui meccanismi immunologici che proteggono da Covid-19. Effettuare un test sierologico dopo il vaccino per accertarsi che abbia avuto successo ha quindi senso? Difficile a dirsi. Fatto salvo che la cosa migliore è affidarsi alle indicazioni del proprio medico, quel che si può dire è che attualmente conoscere i risultati del test non modificherebbe in modo particolare le indicazioni per i pazienti, visto che viene consigliato comunque a tutti i vaccinati di continuare a seguire le misure di prevenzione che abbiamo imparato a conoscere nell’ultimo anno di pandemia, e che in quasi tutte le regioni Italiane al momento non è possibile scegliere una vaccinazione eterologa per migliorare gli effetti del vaccino.

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