Redatto da Oltre la Linea.

Cominciamo col chiarire un semplice concetto: ha senso credere che da qualche parte, nell’est Europa, esistano uno o più centri di influenza in grado di influenzare le elezioni politiche a livello internazionale? La risposta è no. I fantomatici hacker russi, moderni untori della nostra epoca, non corrispondono alla descrizione che la stampa mainstream attribuisce loro.

Chi sono gli hacker russi?

Secondo la vulgata collettiva gli hacker russi, lungi dall’essere pirati informatici in senso stretto, risultano essere dei non meglio definiti social media influencers al servizio del Cremlino, nella logica di favorire i candidati ideali agli interessi strategici di Mosca. Questi troll russi sarebbero organizzati in “fabbriche“,  o meglio uffici, dove “gli impiegati – poche decine all’inizio, diverse centinaia poi – lavoravano giorno e notte“.

Vladimir Putin, come in ogni racconto che si rispetti, risulta essere il grande regista della trama informatica che, attraverso finanziamenti milionari, guida la struttura per il tramite di suoi “fedelissimi”.

Approfondendo il tema parrebbe che il profilo professionale ricercato dalla “fabbrica dei troll russi” sia piuttosto variegato. L’hacker russo per forza di cose dev’essere preparato a livello informatico, oltre ad avere competenze in ambito grafico e nel social media management. Non basta, i contenuti, per non destare sospetti, devono essere redatti nella lingua del paese target da influenzare. Viene da sé la necessità di avere conoscenze linguistiche da madrelingua.

Completa il curriculum del perfetto hacker russo una passione sfrenata per la politica interna di ogni singolo paese occidentale, la conoscenza di tutte le sfaccettature interne di ogni dinamica partitica e un innato senso dell’umorismo per creare post volti alla divulgazione su larga scala.

Un profilo piuttosto difficile da ricercare sul mercato. Immaginatevi le difficoltà quotidiane del responsabile delle risorse umane della “fabbrica dei troll russi”.

Hacker russi, il caso americano

Gli hacker russi hanno fatto la loro prima comparsa durante le elezioni presidenziali americane del 2016, dove, secondo alcune fonti, la Internet Research Agency società russa con sede a San Pietroburgo (conosciuta anche come Glavset o Trolls from Olgino), ha dato avvio ad un’attività volta a favorire il candidato Donald J. Trump a discapito di Hillary Clinton.

I media mainstream concordano che il budget imputato agli hacker russi della Internet Research Agency si aggiri intorno ai 100.000 $. Importo che confrontato con le spese sostenute dai due principali candidati risulta alquanto ridicolo, basti pensare che il costo complessivo della campagna elettorale di Hillary Clinton è stato di 521 milioni di dollari, quella di Donald Trump poco meno della metà. A questo punto è naturale considerare esagerata la portata del lavoro degli informatici russi, ammesso che ci sia stato.

A rafforzare questa ipotesi, in seguito all’inchiesta denominata Russiagate, è stato stabilito in via ufficiale da parte del procuratore speciale Robert Mueller che non è stata rinvenuta nessuna collusione fra la campagna di Donald Trump e la Russia. Con buona pace dei media nazionali quali Repubblica che non si rassegnano all’esito del tribunale.

Ingerenze russe, il caso italiano

I risultati elettorali del 4 marzo 2018 hanno dato avvio anche in Italia a un aspra polemica circa presunte interferenze di hacker e troll russi nelle elezioni politiche. Sotto accusa sono da un lato alcuni esponenti della Lega e del M5s, rei di avere rapporti col partito di governo russo. Da un’altro lato un sottobosco di influencer italiani e pagine facebook (anch’esse gestite da ragazzi italiani) accusati a vario titolo di essere finanziati dal Cremlino.

Per assurdo gli hacker russi, nella specificità del caso italiano, non risultano essere russi. Bensì italiani di diversa estrazione sociale e politica accomunati da una visione dell’Italia avversa alla globalizzazione. Opinione che di certo non comprende la totalità della popolazione italiana, ma che comunque, in ogni campagna elettorale che si rispetti, risulta essere una presa di posizione legittima e da rispettare.

Conclusione

Quanto descritto nelle righe precedenti la dice lunga sull’esagerazione del “social media power russo” nei processi elettorali di paesi terzi. Ciò che se ne deduce è che gli hacker russi risultano essere la pezza giustificativa di ogni risultato politico fallimentare da parte delle forze politiche globaliste.

Legittimare un risultato elettorale giudicato sovranista/populista equivale ad ammettere il fallimento della sinistra democratica e soprattutto lo scollamento tra essa e la working class, tanto in Italia quanto nell’intero mondo occidentale. I dogmi delle frontiere aperte, dell’integrazione europea, della tecnocrazia finanziaria e dello svuotamento della sovranità nazionale faticano ad essere accettati dalle fasce popolari occidentali. E il merito di tutto ciò non è certamente da imputare ad hacker e troll russi.

(Fabio Sapettini)

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