Redatto da Oltre la Linea.

Henry David Thoreau è stato un filosofo, scrittore e poeta statunitense: nacque a Concord, nel Massachusetts, il 12 luglio del 1817, e morì nel suo paese natale di tubercolosi nel 1862. La sua figura è ancora oggi poco approfondita nel mondo accademico, per quanto la qualità della sua mente filosofica meriterebbe un trattamento ben diverso.

La sua famiglia era di ceto medio, una condizione che lo aiutò nel laurearsi all’Università di Harvard nel 1837. Divenne amico di Ralph Waldo Emerson e di tanti altri pensatori trascendentalisti dell’epoca. Il suo riformismo partiva dall’individuo, prima ancora che dalla collettività, attraverso l’atto di seguire uno stile di vita in perfetta armonia e sinergia con la natura.

Per alcuni anni insegnò presso la scuola privata fondata dal fratello John (il quale morì, con grande dolore di Henry David, nel 1842). Dal 1841 lavorò di tanto in tanto nella fabbrica di matite del padre. In seguito, fu anche collaboratore per la rivista “The Dial”. La stesura del suo celebre libro “Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack” (1839-1849) lo aiutò a superare il grave lutto.

Tra il 1861 e il 1865, negli Stati Uniti, si verificarono diversi importanti processi e fenomeni storici, che contribuirono a portare alla guerra civile: l’espansione verso ovest; la schiavitù; le differenze economiche tra gli Stati del Nord, industriali, e quelli del Sud, prevalentemente agricoli.

Dal punto di vista culturale, i nordamericani rimasero maggiormente legati all’ex madrepatria: non incidentalmente, tanto la lingua parlata quanto quella scritta era rappresentata dall’inglese. Gli autori del periodo, provenienti in gran parte dal New England e dalla città di New York, nelle loro opere esprimevano temi che per lo più facevano riferimento al difficile rapporto tra gli abitanti nordamericani di provenienza europea ed i cosiddetti “selvaggi” da civilizzare.

Dalla rigida dottrina calvinista del Settecento, che vedeva dappertutto Dio, si sviluppò all’inizio dell’Ottocento l’unitarianismo, un movimento che credeva in un Dio buono e giusto ed in un uomo libero. Da questo movimento ebbe origine il trascendentalismo, il quale sosteneva l’abolizione della religione tradizionale e riconosceva la possibilità del singolo – lasciato nella solitudine con i propri sentimenti – di acquisire una profonda sintonia con la natura. Autentica esaltazione dell’individuo nei suoi rapporti con la natura e la società, il trascendentalismo può essere considerata la versione americana del romanticismo.

Il principale teorico del trascendentalismo fu Ralph Waldo Emerson, il propugnatore di una “nuova Inghilterra totale”. Egli ebbe un’enorme influenza su tutto l’ambiente intellettuale americano della sua epoca, soprattutto esortando i nordamericani ad operare un distacco dall’Europa, ad emanciparsene per stabilire un rapporto autonomo ed originale con il “Nuovo mondo”.

Alla base della visione dell’uomo che Emerson proponeva, c’era una concezione idealistica della conoscenza: «Ciò che chiamano trascendentalismo non è che l’idealismo: l’idealismo quale appare oggi, nel 1842. È ben noto al mio pubblico che l’idealismo odierno ha tratto il nome di “trascendentale” dall’uso del termine fattone da Emanuele Kant di Koenigsberg, il quale replicava alla filosofia scettica di Locke, secondo la quale non c’era nulla nell’intelletto che non fosse prima nell’esperienza dei sensi, dimostrando che c’era una classe assai importante di idee o di forme imperative che non derivano in nessun modo dall’esperienza, ma attraverso le quali l’esperienza veniva acquisita; che queste erano intuizioni dello spirito; ed egli le chiamò forme trascendentali». (“The Transcendentalist”, 1842). In questo filone, si inserì anche Thoreau.

Le opere

Siamo nel 1845 quando Thoreau scrisse “Walden, ovvero Vita nei Boschi”, un saggio con il quale l’autore cercò di trovare un equilibrio tra l’uomo e la natura. La sua riflessione partiva da constatazioni fattuali dell’umana esistenza, per come allora era venuta configurandosi. L’uomo moderno è spesso infelice. Sempre più legato agli schematismi che la società industriale impone. Spera di trovare la felicità nel denaro, nel successo lavorativo, o nel diventare famoso a tutti i costi.

Lo scrittore americano amava la natura, era fortemente contrario al mercantilismo ed all’utilitarismo dei suoi concittadini ed aveva capito che l’uomo, per migliorare se stesso, avrebbe dovuto scacciare le proprie preoccupazioni: che fossero esse economiche o sociali. Thoreau considerava infatti la vita come un lungo cammino spirituale.

Henry David Thoreau, una sottovalutata mente filosofica americana

Egli fece un esperimento: per due anni, visse felicemente tra i boschi del New England, per dimostrare ai suoi concittadini – attraverso questo libro, che ne era il frutto finale – quanto semplice potesse essere vivere in armonia, da soli e in contatto con la natura, rinunciando alle comodità della vita cittadina.

In sintesi la ricetta di Thoreau era quanto mai semplice, eppure per ciò stesso di niente affatto facile applicazione, per quelle popolazioni che stavano vivendo l’inebriante esuberanza del progresso: vivere con saggezza, vivere felicemente e con laconicità, contro la nuova società dei consumi, all’epoca in rapida espansione nel Nord America.

Come scrisse nel suo libro [H. D. Thoreau, “Walden ovvero Vita nei Boschi”, BUR Rizzoli, Milano 1988]: «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici».

Negli Stati Uniti, la critica contemporanea fu abbastanza favorevole. J. S. Dwight, del “Journal of Music”, pose soprattutto in evidenza lo stile «elegante, terso, chiaro», e nello stesso tempo apprezzava «l’interesse economico e sociale dello scrittore» (12 agosto 1854).

Non mancarono tuttavia dure critiche, come quella del poeta Greenleaf Whittier (1807-1892), che definiva «malvagio e pagano» il messaggio di Walden, e il suo autore un uomo che si abbassava «al livello delle marmotte, camminando a quattro zampe». Anche il celebre scrittore scozzese Robert Louis Stevenson fu duro nel considerare «la scelta di Thoreau di vivere lontano dal consorzio umano scarsamente maschile, anzi narcisista e femminea». Anche lo scrittore Nathaniel Hawthorne, suo contemporaneo, nei suoi diari, lo paragonò ai pellerossa.

Nel 1848 Henry David Thoreau fu incarcerato per non aver pagato una tassa di finanziamento della guerra in Messico. Egli condannò apertamente le scelte del governo statunitense, in particolare la pratica (immorale) della schiavitù, e la guerra espansionistica contro il Messico.

Rimesso in libertà dietro cauzione (versata da un parente contro la sua volontà), l’anno dopo tenne, durante un’assemblea pubblica, un famoso discorso che sarebbe poi stato pubblicato e avrebbe ispirato tantissime generazioni di giovani. Il titolo di questo discorso era “Resistenza al governo civile”, poi cambiato in “Disobbedienza Civile”.

Il filosofo americano si poneva una domanda fondamentale, nel contesto degli Stati Uniti di metà Ottocento, ovverosia se fosse giusto osservare delle leggi che offendevano la coscienza dell’uomo e, più in generale, ubbidire ad uno Stato che detestava la volontà dei suoi cittadini.

Secondo il filosofo, era fondamentale rispettare la propria coscienza, prima ancora di ogni regola. Le stesse norme dello Stato dovevano rispettare la dignità di tutti i cittadini e non solo dei più potenti o dei più ricchi, rifacendosi alla legge divina o, per chi non è credente, alla legge di coscienza. Posto davanti a questa scelta, Thoreau non aveva dubbi: «Dovremmo essere prima di tutto uomini, e poi sudditi». Nella sua opinione: «Se mille individui decidessero di non pagare le tasse, ciò non rappresenterebbe una misura molto violenta, mentre veramente violento sarebbe pagarle e permettere allo Stato di commettere violenze e versare sangue innocente». Il panorama era quello dell’espansione statunitense verso l’Ovest del XIX secolo. Il filosofo definiva questo piccolo gesto una «rivoluzione pacifica» per esprimere il proprio dissenso.

Nel suo saggio, lo scrittore americano non parla mai di protesta violenta: soprattutto grazie ad illustri “discepoli” quali Gandhi e Martin Luther King, che fecero della non-violenza il carattere essenziale della loro politica, oggi “Disobbedienza Civile” è considerato un testo, in certo qual modo, d’ispirazione.

In sintesi, Henry David Thoreau era un uomo libero, e della libertà decise di fare tanto il suo “modus vivendi” quanto il suo “modus cogitandi”: «Quando la persona soggetta avrà rifiutato l’obbedienza, ed il pubblico ufficiale avrà dato le proprie dimissioni dall’incarico, allora la rivoluzione sarà compiuta», lo si potrebbe parafrasare dalla sua opera. Per una rivoluzione di coscienza che, senza ipocrisie, aiutasse a non voltare la faccia in presenza di gravi crimini.

(di Giuseppe Ciriello)

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