Redatto da Oltre la Linea.

Quando Julius Evola dedicò un saggio allo scrittore americano Henry Miller, newyorchese figlio di emigrati tedeschi, si rammaricava che questi facesse un uso compiaciuto e spregiudicato di un linguaggio volgare. Effettivamente i libri di Miller sono un reticolo di volgarità, ma se ci limitassimo a definirli come una raccolta di turpiloqui – oltre ad autoescludersi la necessità di parlarne – ci sfuggirebbe tutto quello che rende l’opera milleriana un incontro inimitabile.

Parafrasando G. K. Chesterton, possiamo dire che non è il caso di abbattere una palizzata senza conoscere la ragione per cui fu eretta. Anche il ricorso alla volgarità, tra le pagine dello scrittore americano, ha il suo motivo d’essere. È la messa a nudo impulsiva e istintuale della scabrosità del mondo moderno, il modo migliore per unire la verità alla realtà una volta che è stata messa in mutande, proprio come voleva uno degli scrittori di riferimento per Miller: Walt Whitman.

La vita di Miller fu segnata dall’incertezza economica e amorosa. I cinque matrimoni e gli inconsueti trascorsi biografici fornirono la materia grezza che gli permise di trasformare la quotidianità in arte. Merito anche del suo genio alchemico e di una singolare consapevolezza cosmica. I fisici ci insegnano che, all’origine dell’universo, l’energia positiva e quella negativa vennero comunemente a prodursi e a controbilanciarsi. Così anche nella scrittura milleriana, non estranea a temi astrali e a curiosi interessi oroscopici. In essa, acute riflessioni si accompagnano ad una eccedente vitalità, equilibrata però dalla sovrabbondante comparsa di brutalità, perversioni, crudeltà e immoralità. Tutte cose che, secondo l’autore, sono importanti almeno quanto il bene.

Non è difficile capire perché gli scritti dell’autore americano siano stati continuamente coinvolti in molteplici censure e vicende giudiziarie. Fino al 1964 il “Tropico del Cancro”, dopo trent’anni dalla prima edizione, rimase proibito negli USA e, ad alcuni librai che ne avevano concesso la commercializzazione pirata, accadde di finire in manette.

Non mancarono però le prese di posizione a difesa dell’autore: Ezra Pound, ad esempio, dichiarò che si trattava di uno degli unici libri non pubblicabili che valeva la pena leggere. Il clima censorio che gravitava intorno alla figura di Miller non fu mai un ostacolo insormontabile: la minuziosa costruzione dello scandalo rientrava pienamente nelle sue intenzioni artistiche. Ma decifrare in profondità la sua forma letteraria non doveva essere facile, e non lo è nemmeno ora.

Ancor meno semplice fu per il giudice Louis Goodman che ebbe il compito di processarlo – non prima di aver letto il “Tropico del Cancro” e il “Tropico del Capricorno”, i due capolavori della sua produzione. Egli riconobbe il merito letterario di alcuni suoi brani, bollando come «scurrili e indecenti» le oscenità raccolte altrove. In questa maniera, sia in Europa che negli Stati Uniti, si scatenò l’affaire Miller, dove a prendere posizione a favore dell’imputato non mancarono all’appello, solo in territorio francese, Andrè Gide, Jean Paul Sartre e Georges Bataille.

La descrizione minuziosa degli organi genitali femminili, in particolare, non dava pace al giudice. Ma forse il problema maggiore era che i Tropici saettavano le pietre angolari del sistema societario americano e costituivano una sfacciata minaccia ai valori di cui Goodman giurava di farsi rappresentante, difensore e latore.

Tra posizioni reazionarie, accuse di antisemitismo (talvolta addirittura di neofascismo) e l’enfasi a favore di un erotismo maschilista i libri di Miller navigano da sempre in acque torbide, rendendo quasi bonaria la sua classificazione all’insegna del politicamente scorretto. Il suo compito fu di scavare dentro se stesso spogliando la propria soggettività e assecondando pregiudizi, prevenzioni e fantasie lussuriose. Basti pensare alle peccaminosità della sua opera parigina “Opus pistorium”, tra le meno interessanti a giudizio di chi scrive, commissionata dal libraio Milton Luboviski affinché nello scritto si parlasse solo ed esclusivamente di sesso. Ne conseguì un lavoro pornograficamente ottimale, con un contenuto a dir poco discutibile.

Eppure, nello squallore di una sessualità disordinata, nevrotica, che dimora in luoghi raccapriccianti è possibile scorgere il bisogno di qualcosa di più. Il sesso, nei romanzi senza trama di Miller, è il trasmittente di una via di fuga anelata ma che lascia continuamente insoddisfatti. È l’esternazione di una malattia interiore in un mondo dove tutti sono nevrotici e tentano di approdare ad una qualche salvezza.

In un episodio del suo libro autobiografico “Sexus”, il primo della trilogia “The rosy of crucifixion”, lo psicanalista Kronski concede a Miller di psicanalizzarlo. Per lo scrittore, alla continua ricerca di denaro, si tratta di un espediente finalizzato al guadagno. Per Kronski, di un modo per riconoscere la propria condizione nevrotica. Durante la seduta la resistenza incontrata da Miller derivò dal tentativo di Kronski di sfoggiare la sua cultura dimostrando di saperla più lunga dell’aspirante psicanalista. A quel punto Miller rese noto a Kronski che se la cultura avesse saputo salvarlo, lui non avrebbe avuto bisogno di stendersi su quel divano.

È un tracciato emblematico dell’unilaterale vuotaggine esistenziale della contemporaneità. Quel vuoto che fu il principale bersaglio della prosa apocalittica dello scrittore americano. Nientemeno che uno dei volti del tramonto dell’Occidente, secondo il titolo del capolavoro di Spengler che Miller convocava come propria lettura di conforto dopo che provvidenzialmente gli fu donato da un uomo in un bar. Al cospetto delle ulcerazioni della terra del sol calante, l’immaginazione milleriana non faceva che infiammarsi, slanciandosi fino al surrealismo. Non a caso la scoperta tardiva di Cendrars, Vaché, Grosz, Ernst, Apollinare fu una vera sorpresa per lui che coltivò, accanto alla scrittura, anche la dote pittorica.

Per quanto abbia lasciato un impatto meno incisivo in veste di pittore, Miller considerò sempre quest’arte una sorgente d’acqua cristallina, un ristoro per la psiche e l’intero essere. L’ammirazione rivolta al già citato Ernst, o per Albert Cossery, Jean Varda e Beauford Delaney si incrociò con la stima e l’empatia nei confronti di Beniamino Bufano, scultore dileggiato da un’America sterile, senz’anima né cultura, irriconoscente nei riguardi dei suoi spiriti migliori. L’arte, si evince dalle pagine di Miller, è un affare per uomini interiormente risvegliati. È un varcare la soglia accomunandosi alla spontaneità della creazione divina.

Solo i coltivatori di spiriti, i “liberatori” quali Dostoevskij o Whitman, ne possono conoscere la reale portata. Trattando la «carogna d’una civiltà in sfacelo» – citando Mario Praz – e puntando gli occhi sull’ordinario l’arte cerca di cogliere uno stato di coscienza superiore. Come nella poesia di William Blake, l’arte può «Vedere il mondo in un granello di sabbia, / il firmamento in un fiore di campo, / l’infinito nel cavo della mano / e l’eternità in un’ora». E abbracciando gioiosamente la nostra reale condizione, secondo Miller, manifesta l’autentica apertura dei nostri occhi e del nostro cuore.

(di Enrico Ildebrando Nadai)

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