Huawei Connect 2019 (Foto Antonio Dini)

Shanghai – La miglior difesa, si sa, è l’attacco. Il ban voluto dall’America di Donald Trump verso Huawei e altre quattro aziende cinesi sta modellando la strategia del colosso di Shenzen. L’azienda creata da Ren Zhengfei trentadue anni fa, e che oggi conta quasi duecentomila dipendenti in tutto il mondo, un fatturato da 105 miliardi di dollari e la presenza in quasi tutti i settori dell’elettronica e dell’informatica (dai monopattini elettrici ai server, dai tablet alle smart tv passando per sistemi operativi, consulenza e servizi gestiti sino all’intelligenza artificiale e le Cpu), reagisce aprendo a nuovi settori dove era già presente, e intensificando le attività.

Mentre in Germania veniva presentato il nuovo Mate 30 nella versione 4G e 5G, a Shanghai si è tenuta la settimana dello Huawei Connect 2019, l’evento annuale dedicato a mostrare le nuove tecnologie business dell’azienda e a ingaggiare la community degli sviluppatori. Nel 2015 l’azienda aveva investito un miliardo di dollari nel suo programma “Terreno fertile” arrivando ad avere 1,3 milioni di sviluppatori dedicati al lavoro sulle piattaforme tecnologiche di Huawei e 14mila software house indipendenti (la maggior parte in Cina), sia hardware che cloud. Adesso, annunciando un ulteriore investimento di un altro miliardo e mezzo di dollari, l’obiettivo è di arrivare a cinque milioni di sviluppatori.

Sopra tutto quest,o l’azienda annuncia la sua filosofia di fondo per bocca del vicepresidente Ken Hu: non si può immaginare il settore delle telecomunicazioni senza l’informatica, la convergenza ormai è completa. Però questo settore è in ritardo, la legge di Moore sta finendo, e c’è ancora molto che si può fare, anche perché secondo le stime di Gartner il settore varrà duemila miliardi di dollari nel 2023.

Il libro con le interviste di Ren Zhengfei, fondatore di Huawei (Foto Antonio Dini)
Il libro con le interviste di Ren Zhengfei, fondatore di Huawei (Foto Antonio Dini)

Per questo nei prossimi dieci anni Huawei vuole lanciare nuove generazioni di processori scalabili per server e per apparecchi della internet delle cose (Kunpeng, Ascend, Kirin e Honghu), sviluppare la nuova architettura per cpu scalabili “Da Vinci”, che permetterà di aggirare i limiti della legge di Moore, e soprattutto dedicare la sua attenzione ai sistemi di calcolo statistici, cioè dedicati all’addestramento delle reti neurali e utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale. Un settore dove, anche con la presentazione del nuovo cluster Atlas 900 (basato su chip Ascend) capace di risultati spettacolari di soli 59,8 secondi nell’addestramento di una rete neurale secondo il benchmark internazionale ResNet-50.

Huawei produce anche apparecchi consumer nel settore informatico (per esempio, i suoi computer portatili MateBook) ma l’obiettivo è nei servizi cloud, creando una serie di piattaforme che siano sostanzialmente l’alternativa ad AWS di Amazon, Azure di Microsoft e al cloud di Google. Infrastrutture programmabili, capaci di addestrare le intelligenze artificiali e di offrire servizi a una generazione di nuovi sviluppatori e nuovi programmatori: «Tutte le aziende – dice Hu – stanno andando verso il digitale e al centro c’è l’intelligenza artificiale. Il settore informatico sta esplodendo e noi continueremo a investire a partire dalle sfide più difficili, come la creazione di nuove architetture capaci di innovare e processori inediti nel settore».

La manovra che Huawei sta facendo secondo alcuni è pensata soprattutto per sfuggire al ban di Donald Trump. Per questo ci sono i telefonini senza Google, e per questo si lavora a HarmonyOS per il futuro. Ma c’è di più. La “Entity list” dove Huawei è prigioniera è un sottoinsieme di un più ampio problema. L’azienda cinese, che da alcuni anni accumula scorte di componenti tecnologici occidentali fondamentali per le sue attività, è prigioniera di brevetti made in Usa, di produzioni made in Usa o comunque controllate da aziende americane, e da un quadro di riferimento pensato e sviluppato da aziende americane.

Intelligenza artificiale tra i temi più importanti di Huawei Connect 2019 (Foto Antonio Dini)
Intelligenza artificiale tra i temi più importanti di Huawei Connect 2019 (Foto Antonio Dini)

La risposta di Pechino a questo problema è un’autarchia tecnologica alla quale Huawei e poche altre grandi del tech cinese sufficientemente grandi da poter fare sistema, risponde con determinazione. Lo sforzo non è giocare il campionato dei big del tech nella Silicon Valley e vincere, ma creare un campionato diverso e renderlo più grande e avanzato di quello americano.

In questa idea c’è non solo lo sviluppo di nuovi chip come l’Ascend 910 a bassissimo consumo per l’elaborazione di dati necessari all’addestramento di reti neurali, ma anche la creazione di strati di software in open source per attrarre sviluppatori e consolidare la propria leadership tecnologica alla luce del sole. Anche l’inaspettata dichiarazione del fondatore Ren qualche giorno prima della conferenza, nella quale annunciava di voler “regalare” il codice alla base dei sistemi 5G di Huawei – una attività che per esempio l’americana Qualcomm si guarda bene dal fare – ha lo scopo di creare una piattaforma cinese dominante sopra la quale costruire un nuovo continente di servizi.

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