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Non sempre pazienti con il coronavirus e qualche sintomo vengono sottoposti al tampone e ricevono una diagnosi sicura. Per evitare di “perdere” questi casi positivi un aiuto potrebbe arrivare da una guida sui principali sintomi maggiormente associati a Sars-Cov-2.  Oggi, un gruppo di ricerca dell’Imperial College, nel Regno Unito, ha analizzato di nuovo, su un campione molto vasto di pazienti inglesi, i disturbi più spesso riportati in presenza di una diagnosi di Covid-19.

Anche se l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha già da tempo fornito l’elenco dei sintomi più comuni, aggiornare costantemente i dati, anche vista la comparsa di nuove varianti – alcune associate a manifestazioni cliniche leggermente diverse – può aiutare a sveltire il processo diagnostico e a riconoscere un maggior numero di positivi. Secondo i ricercatori inglesi ci sono 7 sintomi più diffusi, elencati in un lavoro su Plos Medicine.

Riconoscere i casi

Oggi la reperibilità e l’accesso ai tamponi risultano molto agevolati e più semplici rispetto all’inizio della pandemia. Tuttavia, nei paesi in difficoltà, a basso-medio reddito, i test potrebbero essere ancora poco diffusi: in alcuni casi riuscire a fare una diagnosi, o almeno una prima scrematura dei casi, anche senza il tampone, può essere essenziale.

Per queste e altre ragioni i ricercatori hanno preso parte a uno studio che ha coinvolto più di 1 milione di volontari, nel Regno Unito. I partecipanti hanno ricevuto un test per Sars-Cov-2 da giugno 2020 a gennaio 2021, approssimativamente nella seconda ondata della pandemia). La ricerca si chiama React-1 (Real-time Assessment of Community Transmission-1) ed è parte di una serie di trial clinici inglesi che servono a comprendere meglio come evolve la pandemia.

I 7 sintomi più comuni

I ricercatori hanno realizzato un modello che combinava i dati di tutte queste persone. I 7 sintomi più ricorrenti sono: perdita o alterazioni dell’olfatto, perdita o alterazioni del gusto, febbre, tosse nuova persistente, brividi, perdita dell’appetito e dolori muscolari. Nel Regno Unito, la presenza dei primi 4 sintomi citati è ancora adesso l’elemento discriminante, nel triage, per lo svolgimento del test tramite il sistema sanitario.

In Italia le indicazioni per il tampone riguardano casi con sintomi (non c’è la regola dei 4 sintomi) oppure pazienti asintomatici ma che hanno avuto un contatto stretto con un positivo.

Come vediamo dai risultati inglesi, i cambiamenti nell’olfatto e nel gusto, all’inizio della pandemia non contemplati nella lista ufficiale dell’Oms (e oggi invece presenti e ritenuti comuni anche dall’ente), sono oggi annoverati fra i più frequenti e già inseriti nei criteri inglesi per sottoporsi al tampone. Mentre non sono inclusi la stanchezza (che secondo l’Oms è fra le manifestazioni più diffuse), il mal di gola e le difficoltà respiratorie. Queste ultime non sono fra i problemi più ricorrenti ma sicuramente sono molto frequenti nei casi gravi e devono porre un sospetto.

Un’idea per modificare i criteri del tampone

Secondo i ricercatori, il nuovo modello, basato su 7 e non su 4 sintomi, potrebbe aiutare a rintracciare più pazienti. E per questo auspicano un cambiamento dei criteri di eleggibilità al tampone nel Regno Unito. Infatti, le stime indicano che si amplierebbe il campione della popolazione sintomatica eleggibile al test per Sars-Cov-2, passando dal 10% degli individui di oggi al 30-40%. Inoltre, stando alle stime statistiche, fra queste persone circa il 70-75% potrebbero effettivamente risultare positive al coronavirus. “Questi risultati – spiega Paul Elliott, che ha condotto lo studio insieme a Marc Chadeau-Hyam – suggeriscono che molte persone con Covid-19 non riceveranno il test, dunque non aderiranno all’isolamento, a causa dei loro sintomi”.

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