(illustrazione: Getty Images)

Davvero tutto è cominciato in Cina alla fine del 2019? Davvero il coronavirus è arrivato in Italia solo nel febbraio 2020? Le domande sull’origine di Sars-Cov-2 e sulle tempistiche della pandemia rimangono aperte. Ma anche se gli esperti sono abbastanza propensi a credere che il nuovo virus circolasse ben prima del suo riconoscimento ufficiale, fanno discutere le conclusioni di uno studio dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano (Int): dalle analisi su 959 campioni di persone sane, raccolti prima dell’esplosione dell’epidemia in Italia, è emerso che oltre il 10% sembra possedere anticorpi contro Sars-Cov-2. Dati ben diversi da quelli dell’indagine di sieroprevalenza condotta dal ministero della Salute, e gli esperti non nascondono qualche dubbio sull’interpretazione dei risultati.

Lo studio dell’Int

L’11 novembre è apparso su Tumori Journal, praticamente una rivista interna dell’Istituto dei Tumori, uno studio destinato a far discutere. 959 campioni di sangue di volontari sani, raccolti tra settembre 2019 e febbraio 2020 nell’ambito di una ricerca sullo screening del tumore ai polmoni, sono stati analizzati per la presenza di anticorpi contro Sars-Cov-2: 111 sono risultati positivi. Un dato davvero sorprendente perché in proiezione significherebbe che più del 10% della popolazione italiana avrebbe avuto anticorpi contro Sars-Cov-2 già alla fine dell’estate 2019, quando del coronavirus che sarebbe emerso in Cina non si sospettava affatto, e che dunque il patogeno stesse già circolando nel nostro Paese.

Che cosa non convince?

Come non hanno mancato di notare gli stessi autori dello studio, questi dati sono ben diversi da quelli ottenuti dall’indagine di sieroprevalenza condotta in scia della prima ondata dal ministero della Salute e dall’Istat, che aveva trovato anticorpi specifici contro il coronavirus solo nel 2,5% della popolazione italiana.

Come è possibile avere numeri così diversi? Forse l’inghippo, sostengono esperti come Antonella Viola e Enrico Bucci, sta nel metodo di ricerca degli anticorpi contro il coronavirus utilizzato dal gruppo dell’Int.

La tecnica impiegata è stata sviluppata in casa dagli stessi ricercatori dell’Int e va a cercare nei campioni biologici anticorpi in grado di riconoscere il dominio Rbd della proteina spike di Sars-Cov-2. Il test, però, è descritto solo in un articolo in preprint, che significa che non ha ancora passato il vaglio della comunità scientifica. Gli esperti che in queste ore stanno commentando lo studio sollevano dubbi sulla specificità del test dei colleghi dell’Int: altre indagini di recente pubblicazione hanno messo in evidenza infatti come anticorpi contro altri coronavirus (quelli che causano comuni raffreddori) possano reagire anche a diversi domini (tra cui Rbd) della proteina spike di Sars-Cov-2. Circa un 10% della popolazione globale avrebbe dunque una risposta aspecifica al nuovo coronavirus.

Questo fenomeno si chiama cross-reattività e non è un concetto nuovo in immunologia, spiegano gli esperti. Prima di trarre delle conclusioni bisognerebbe escluderla, in primis con un controllo di specificità del test (che al momento manca all’appello) e magari replicando gli esperimenti con altri test anticorpali già validati. E per essere ancora più rigorosi, aggiunge Viola in un’intervista a RaiNews, bisognerebbe fare una verifica su campioni biologici raccolti in tempi non sospetti, anche 1/2/3 anni fa.

Che qualcosa non torni lo si nota dagli stessi dati dell’Int: 111 campioni conterrebbero anticorpi specifici contro Sars-Cov-2, ma solo in 6 sarebbe stata verificata la capacità di combattere l’infezione. “Un numeroscrive Bucci su Facebookpienamente compatibile con errori del test e rumore statistico”.

Insomma, è possibile che Sars-Cov-2 sia in giro da prima di quanto si sia creduto finora, ma non sarebbe lo studio dell’Int a dimostrarlo.

The post I dubbi sullo studio che dice che il coronavirus è arrivato in Italia nel 2019 appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it