(Foto: Antonio Masiello/Getty Images)

Tra i protagonisti principali della fase di lockdown, le mascherine continuano a far parlare di sé anche in questa fase 2 dell’emergenza coronavirus. Infatti, il loro ruolo nel ridurre e riuscire a contenere la diffusione del nuovo coronavirus è stato ampiamente dibattuto, tra chi ne elogiava le potenzialità e chi, invece, si è mostrato fin da subito dubbioso, sminuendone l’efficacia. Ma ora in una nuova e ampia review, in attesa di essere pubblicata sulla rivista Pnas, i ricercatori dell’Università della California di Los Angeles hanno messo nero su bianco il fatto che le mascherine rappresentano uno strumento utile nel ridurre la diffusione della Covid-19.

Sappiamo che il nuovo coronavirus si trasmette principalmente attraverso le ormai famose droplet, le goccioline di saliva infette che possono colpire chi si trova nelle immediate vicinanze e contagiarlo. Secondo le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), tuttavia, le mascherine non servono per proteggersi dall’infezione, ma piuttosto per proteggere gli altri da chi è positivo al coronavirus (quindi anche presintomatici e asintomatici). Inoltre, sempre secondo l’Oms, se il loro utilizzo non viene associato alle principali misure per contenere la diffusione del nuovo coronavirus, ossia mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro gli uni dagli altri e lavarsi regolarmente le mani con acqua e sapone, le mascherine diventano strumenti inutili, se non dannosi, in quanto possono dare un falso senso di sicurezza a chi le indossa.

Nel nuovo studio, i ricercatori hanno indagato gli effetti delle mascherine chirurgiche, che trattengono all’interno il virus (potere filtrante sulla sorgente di emissione) e delle mascherine dotate di filtri, ossia quelle in grado di bloccare l’assunzione del virus (potere filtrante verso l’esterno), dimostrando come il loro uso sia un aiuto efficace. “La maggior parte delle prove disponibili in letteratura indica che l’uso della mascherina limita la trasmissione del virus tramite le goccioline infette sia in laboratorio che in contesti clinici, mentre in pubblico è più efficace quando il loro utilizzo è maggiore”, si legge nello studio. “Una ridotta trasmissibilità potrebbe diminuire sostanzialmente il bilancio delle vittime e l’impatto economico”. Come sottolineano i ricercatori, la raccomandazione da seguire è quella di utilizzare le mascherine (anche quelle di tessuto, nel caso in cui dovessero mancare quelle mediche) in pubblico, in combinazione con le strategie di igiene, distanziamento e tracciamento dei contatti. “Raccomandiamo ai governi di incoraggiare fortemente l’uso delle mascherine in pubblico”, continuano.

A commentare questa nuova review è stato Enrico Bucci, biologo alla Temple University di Filadelfia, in un lungo post pubblicato su Facebook, nel quale sottolinea l’importanza di utilizzare le mascherine in pubblico. “La lezione è molto chiara: le mascherine, come sappiamo almeno dal 1918 (spagnola) costituiscono un presidio efficace”, scrive Bucci. “Sono limitanti del nostro comportamento, pesanti da un punto di vista sociale, forse pure non sostenibili nel lungo periodo; ma, finché circola il virus, aiutano eccome. Inoltre, le mascherine possono fare il grosso del lavoro preventivo”.

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L’esperto pone l’attenzione su un grafico proposto dai ricercatori della review, che vedete qui sopra. “Gli autori considerano due variabili: il potere delle mascherine di bloccare il virus (da 0 a 100%, sull’asse delle x) e la frazione di popolazione che utilizza la mascherina (sull’asse delle y, da 0 a 100%)”. Il colore del grafico, prosegue l’esperto, è indicativo del valore assunto dal famoso parametro R (numero di riproduzione di base che indica la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva) per ogni coppia di valori possibile. Nella zona blu, quindi, si trovano i casi in cui R scende al di sotto di 1. “Una mascherina che filtri il virus al 60%, adottata dall’80% della popolazione, per esempio, determina un valore di R al di sotto di 1, che ricade nella zona blu del grafico; l’epidemia quindi si spegne”, spiega Bucci. “Una mascherina con 80% di potere filtrante, adottata solo dal 10% di popolazione, invece, ricade in una zona in cui R è superiore a 2”. Come tiene a precisare l’esperto, come tutti gli studi di questo genere, anche quest’ultimo presenta alcune limitazioni, dovute all’estrema semplificazione nel modellare le mascherine su un solo parametro (il potere filtrante), “che in realtà non è controllabile facilmente, perché dipende anche dal comportamento delle persone (quanto correttamente siano indossate le mascherine, la loro durata eccetera)”, conclude Bucci.

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