(foto: HeungSoon/Pixbay)

Con l’annuncio mediatico della presunta efficacia del 90% del vaccino Pfizer-Biontech contro Covid-19, l’ipotesi di avere presto una formulazione vaccinale approvata e commercializzabile si è fatta un po’ più concreta. Al di là dei tempi tecnici per l’autorizzazione, e del fatto che si stanno ancora attendendo i risultati scientifici definitivi della sperimentazione di fase 3, non va però scordato che la sfida del vaccino non si potrà dichiarare già vinta al momento della conclusione dell’iter sperimentale.

Anzi, per i singoli paesi, Italia inclusa, sarà quello il momento del via della vera partita, ossia quella di ottenere, distribuire e somministrare un enorme numero di dosi presso la popolazione. Come ben noto, peraltro, al momento stanno affrontando la fase finale della sperimentazione diverse altre formulazioni vaccinali, e complessivamente pare ragionevole ritenere che già tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 possa iniziare questa seconda parte della partita del vaccino. Un match che non si giocherà più tra simulazioni numeriche, laboratori di ricerca e studi clinici, ma tra stabilimenti di produzione, accordi politico-commerciali, filiere logistiche e centri vaccinali. Naturalmente si parla di tempi nell’ordine dei mesi, perché è inverosimile che si possano vaccinare milioni di persone nel giro di pochi giorni o in una manciata di settimane.

Sarà, inutile nasconderlo, uno dei temi decisivi del 2021, quello che ci potrebbe consentire (o meno) di arrivare più preparati alla stagione fredda 2021-2022 e all’ipotetica terza ondata. Al netto di tutte le incognite che ancora restano sull’efficacia dei vaccini in sé – per esempio, quanto a lungo si resta protetti – si tratta in ogni caso di una situazione per la quale non ci si può permettere di farsi trovare impreparati.

Di quante dosi parliamo?

Purtroppo, è ancora molto presto per dirlo. Come evidenziato da uno studio scientifico pubblicato lo scorso luglio sull’American Journal of Preventive Medicine, ci sono diversi fattori (per ora impossibili da quantificare) che concorrono a stabilire di quante dosi c’è bisogno per proteggere una popolazione. Occorre tenere conto, per esempio, di qual è l’effettiva efficacia del vaccino, di quanto si riesce a mantenere basso il valore dell’indice di trasmissione Rt (quindi saranno necessarie opportune misure di contenimento, almeno nella fase transitoria), di quante persone sono effettivamente contagiate al momento della campagna vaccinale, di eventuali differenze di efficacia al variare dell’età e in generale dei dettagli fini dei protocolli di somministrazione.

Qualche stima numerica comunque c’è. Se l’efficacia del vaccino fosse dell’80%, in una situazione di contagio zero si dovrebbe vaccinare almeno il 60% della popolazione, mentre se l’efficacia fosse al 70% dovremmo vaccinare i tre quarti della popolazione. Un’efficacia più alta, come quella annunciata del 90%, permetterebbe di scendere di qualche percento, mentre se fosse più bassa e poco superiore al 50% dovremmo di fatto vaccinare la quasi totalità degli italiani. Insomma, per formare la pandemia parliamo di un minimo di 30 milioni di persone per l’Italia e più ragionevolmente di 40-45 milioni. Nel caso più complesso, potremmo anche dover superare i 50 milioni di vaccinati. E non sappiamo ancora se sarà sufficiente una dose a testa o se ne servirà più di una, né se la somministrazione dovrà essere ripetuta periodicamente e con quale frequenza.

Come procurarsi le dosi

Tutti i paesi vogliono il vaccino, e lo vorrebbero subito. Naturalmente la prossimità o lontananza geografica dell’azienda che riceverà per prima l’approvazione può rappresentare un elemento di vantaggio o svantaggio competitivo, ma in tutti i casi l’Italia rientra negli accordi quadro presi dall’Unione europea con le singole aziende produttrici.

Per fare qualche esempio, con Pfizer-Biontech l’Europa ha già un accordo per l’acquisto di 200 milioni di dosi, eventualmente estendibile a 300. Dalle indiscrezioni giornalistiche pare che un non meglio precisato accordo tra l’Italia e Pfizer ci possa garantire 1,7 milioni di dosi del vaccino già entro la fine di gennaio 2021. Per il vaccino Oxford-AstraZeneca, poi, con l’Europa sono già state pattuite 400 milioni di dosi, in un accordo che ha visto l’Italia come capo-cordata insieme a Germania, Francia e Paesi Bassi. E altri accordi sono definiti o in via di definizione con Sanofi-Gsk, JanssenCure Vac e Moderna.

Tuttavia, un po’ come è accaduto con le mascherine in primavera, non si può escludere che ci saranno altri intrecci geopolitici e commerciali che potrebbero alterare il quadro teorico della distribuzione, in meglio o in peggio. Ed è anche verosimile che una volta arrivati a regime possa esserci la compresenza di forniture vaccinali da parte di aziende diverse.

Il piano, le priorità, l’etica e i centri

C’è ancora molto da fare, naturalmente, per organizzare al meglio la campagna vaccinale. La Germania sembra in questo momento fare scuola. Sta infatti già definendo gli ultimi dettagli di un piano di distribuzione con l’individuazione già entro questa settimana dei centri dove effettivamente avverranno le somministrazioni. Si parla di almeno 60 centri nazionali, di cui una buona dozzina nella sola Berlino. Sono in fase di sviluppo due diverse app per la gestione degli appuntamenti e per la segnalazione di eventuali effetti avversi, e inoltre l’ordine di precedenza su chi vaccinare sarà stabilito (non appena si avrà una quantificazione esatta delle dosi) dal lavoro congiunto di Consiglio etico, Accademia leopoldina e Istituto Robert Koch. Nonostante a livello mediatico le istituzioni stiano restando molto caute nel fornire informazioni su tempistiche e quantità, di fatto il governo si sta preparando a reggere l’onda d’urto dell’arrivo del vaccino anche nell’ipotesi più ottimista, ossia completare i primi milioni di somministrazioni entro gennaio 2021.

Per l’Italia al momento sappiamo che si intende dare la priorità agli operatori sanitari e agli ospiti delle strutture che ospitano persone fragili come le Rsa, e che per accelerare i tempi sarà coinvolto anche l’esercito. Anche a livello europeo sono state definita delle linee guida generali sulla gerarchia della progressione: gli operatori sanitari, gli over 60, chi ha a che fare con problemi di vulnerabilità sociale e poi i lavoratori che per le peculiarità della propria professione non possono rispettare il distanziamento.

Le difficoltà logistiche

Una grande complessità, e forse la più grande tra tutte le sfide, sta nella gestione dei canali di distribuzione. “Per gli operatori che dovranno reggere la catena distributiva sarà decisiva la temperatura di gestione dei vaccini”, ha spiegato a Wired Mila De Iure, direttrice dell’Associazione operatori commerciali e logistici (Assoram) che rappresenta 160 centri italiani. “Al momento mancano dati certi, e dalle notizie divulgative sappiamo che il vaccino Pfizer-Biontech potrebbe richiedere -70°C o anche -80°C, quello di Moderna tra i -18°C e i -20°C, mentre per altri come quello Oxford-AstraZeneca si parla di +2°C o +8 °C. Dal punto di vista della filiera logistica e della catena del freddo, la differenza è enorme“.

Al momento la stessa Assoram ha avviato una mappatura per verificare l’ammontare dei carichi gestibili e la capacità di stoccaggio nei magazzini nelle differenti condizioni possibili di temperatura. Le grandi aziende, dal canto loro, sono in linea di principio capaci di gestire qualunque temperatura, ma hanno comunque bisogno di un tempo congruo per poter organizzare gli spazi.

“Il rischio è che tutto lo sforzo di velocità ed efficienza produttiva risulti vanificato da deficit logistici e di distribuzione, ed è fondamentale che i centri logistici possano interfacciarsi al più presto con le istituzioni, continua De Iure. “Prioritaria è la creazione di un piano nazionale che sciolga le attuali riserve sui canali di distribuzione, per farsi trovare pronti, non creare colli di bottiglia e fare le scelte giuste“.

A ciò va aggiunto anche il recepimento quantomai urgente della Good distribution practice. “Avere buone pratiche di distribuzione è necessario per garantire livelli di qualità generale, e in particolare per la formazione del personale che andrà all’atto pratico a gestire questa sfida”, ricorda De Iure. Anche perché, a livello normativo, in Italia siamo ancora firmi al decreto datato luglio 1999 dell’allora ministra della sanità Rosy Bindi.

E se è vero che in alcune parti del pianeta la sfida del freddo potrebbe essere così ardua da non poter essere nemmeno accolta, per l’Italia la gestione logistica della campagna vaccinale potrebbe essere un grande successo per il sistema paese, ma anche un clamoroso fallimento.

“Mai come in questo caso la macchina può funzionare solo se c’è un raccordo tra i vari anelli della filiera, ciascuno dei quali è fondamentale. Il nostro parere come Assoram è che sia già tardi per mettere in funzione la macchina organizzativa: si rischia di arrivare a ridosso dell’immissione in commercio senza dati certi. E non è nemmeno un problema solo italiano, perché in generale a livello globale non si stanno predisponendo piani nazionali di distribuzione. Insomma, prima se ne parla e meglio è”, chiosa De Iure.

L’ultimo miglio

Ammesso che il vaccino concluda con successo l’iter di sperimentazione, che venga prodotto in quantità sufficienti, che l’Italia si accaparri un buon numero di dosi, che esista un piano per stabilire le priorità, che siano individuati i centri vaccinali e che le dosi li raggiungano con una buona organizzazione logistica, manca solo un’ultima parte del lavoro per farsi trovare pronti.

Servono medici e infermieri a disposizione per la campagna vaccinale, serve una macchina organizzativa a livello regionale, provinciale o comunale per contattare le persone da vaccinare, fissare gli appuntamenti e calendarizzare le attività, e serve pure che le persone siano concordi nel sottoporsi a vaccinazione. Quest’ultimo elemento, in particolare, richiede forse fin da subito una importante e trasparente azione informativa. Non va scordato infatti che il nostro paese esce da un lungo periodo in cui i vaccini sono stati al centro di aspre polemiche, e per quanto queste si siano rette spesso su argomentazioni pseudoscientifiche non ci si può certo illudere che le sacche di resistenza e di perplessità svaniscano d’un tratto proprio per il vaccino anti-Covid-19. Essere pronti ad accogliere il vaccino non è infatti solo una questione scientifica, amministrativa, aziendale o istituzionale, ma è pure un tema culturale.

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