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Così non funziona. Gli sforzi che si stanno facendo per contenere il contagio da parte del nuovo coronavirus non sono sufficienti per ridurre in fretta la diffusione dell’infezione. Lo scrivono 290 ricercatori italiani – direttori degli Irccs e dei principali istituti di ricerca biomedica, biologi molecolari e biotecnologi – al presidente del consiglio Giuseppe Conte e ai governatori delle Regioni. Non è una critica, ma una proposta: facciamo più tamponi per individuare chi è asintomatico o ha sintomi lievi e utilizziamo le competenze, il personale formato, gli strumenti di analisi che adesso sono in standby dalle loro normali attività per via dell’emergenza. Questi cervelli non scappano, usiamoli.

Le attuali strategie prevedono l’identificazione dei soli soggetti sintomatici, ma è ormai palese – scrivono gli scienziati – che la principale fonte di contagio siano i soggetti asintomatici o pauci-sintomatici (quelli con pochi sintomi lievi) che inconsapevolmente continuano a promuovere la diffusione del virus.

L’ideale sarebbe fare tamponi a tappeto così come è stato fatto in Corea del Sud e anche a Vo’ Euganeo, identificando tutti i positivi (che stiano male o no) e mettendoli in isolamento. Una via che però gli esperti sanno non essere praticabile, data l’ampiezza della popolazione esposta.

Allora, qual è la proposta? Facendo una stima di massima di forze e risorse, secondo i firmatari della lettera è possibile mettere in pratica un piano di sorveglianza attiva che preveda di fare ripetuti tamponi rino-faringei per individuare la presenza del virus almeno alle categorie a rischio: medici, infermieri, farmacisti e altro personale sanitario, ma anche forze dell’ordine, personale di tutti i servizi commerciali aperti (forniture alimentari, edicole, poste), autisti di mezzi pubblici e taxi, addetti alle pompe funebri, addetti a filiere produttive essenziali.

Gli esperti ritengono che ci sia margine per estendere rapidamente il numero di test da poter effettuare e che mettendo in moto la macchina sia possibile anche sviluppare tecnologie diagnostiche più rapide che possano essere validate in poco tempo, così da essere disponibili per le fasi successive dell’epidemia.

I ricercatori italiani, insomma, sono a disposizione, pronti a uno sforzo comune.

Come quello che si sta attuando in Veneto, dove – stando a quanto riferito dal Il Bo Live, il magazine dell’università di Padova – Regione, università, scuole di medicina collaborano per arrivare nel tempo a effettuare 20mila test al giorno. “Come università abbiamo chiesto ai laboratori di ricerca di mettere a disposizione le macchine, abbiamo chiesto ai colleghi generosamente di spostare il loro ambito di ricerca in aiuto al lavoro del professor Crisanti [il direttore dell’unità di microbiologia e virologia all’ospedale di Padova e ha coordinato la raccolta dei dati a Vo’ Euganeo dallo scoppio dell’epidemia, ndr] ha dichiarato il rettore Rosario Rizzuto. “È uno sforzo a cui hanno già risposto in molti. Metteremo a disposizione competenze di ricerca molto alte da affiancare allo sforzo che l’eccellente laboratorio del professor Crisanti da solo non sarebbe in grado di sostenere. L’università in questa battaglia è in prima linea”.

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