di Paolo Ghezzi e Felicia Pelagalli

Tecnologia è Umanità”, annuncia un grande striscione fucsia posto sulla facciata principale del Politecnico di Torino. La tecnologia non è contro né a favore, non si tratta di una competizione, ma è semplice espressione del nostro essere umani, del nostro modo di funzionare, pensare, vivere. Proposta interessante. Il Festival della Tecnologia supera vecchie dicotomie tra culture (umanistica e scientifica) e cerca soluzioni alle grandi sfide dell’umanità. Quattro intensi giorni di lavoro, dal 7 al 9 novembre; più di 300 relatori coinvolti; un grande tema portante: il futuro del genere umano.

Il percorso per la costruzione del nuovo secolo, il XXI, ha bisogno di un progetto, di una narrazione di prospettiva, di una condivisione di metodo, della capacità di esplorare e di sperimentare. E soprattutto ha bisogno di fiducia, precondizione per qualsiasi processo di cambiamento individuale e sociale. All’interno del Festival della Tecnologia, venerdì 8 novembre parleremo di innovazione e fiducia nel panelInnovare per ricostruire fiducia e sviluppare i territori”, curato da InfoCamere in collaborazione con la Camera di Commercio di Torino. Al Panel prenderanno parte Maria Chiara Carrozza, Ordinario dell’Istituto di biorobotica della Scuola Sant’Anna di Pisa; Paolo Ghezzi, direttore generale di InfoCamere; Gianmarco Montanari, direttore generale dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova, Luca De Biase, direttore Nòva Sole 24 Ore; Roberto Piatti, amministratore e fondatore di Torino Design, Felicia Pelagalli, docente Sapienza università di Roma e Ceo di Culture srl.

Le tecnologie digitali e lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale possono offrire opportunità per affrontare sfide importanti come la cura dell’ambiente, la riduzione delle diseguaglianze, la lotta alle malattie incurabili. Di fronte al forte invecchiamento della popolazione di alcune aree del mondo (come l’Europa e il Giappone) le tecnologie di intelligenza artificiale e la robotica possono essere strumenti preziosi per l’assistenza, il monitoraggio e la cura degli anziani. Le proiezioni demografiche elaborate da Eurostat mostrano un costante aumento delle fasce più anziane e fragili della popolazione. Nel 2030, 4 milioni e mezzo di over 65 vivranno da soli (e di questi 1 milione e 200 avrà più di 85 anni). Nel 2045, gli over 65 saranno il 34% delle popolazione (oggi sono il 23%). La percentuale di persone in età lavorativa si ridurrà sempre più, mentre il numero dei pensionati si espanderà e il numero di caregiver non professionali diminuirà drasticamente. Abbiamo bisogno di nuove soluzioni che partano da una lettura dinamica e più consapevole dei dati (sempre più ricchi) a nostra disposizione.

Se ascoltati e interpretati nel loro complesso, i dati hanno molto da raccontare. Non semplice strumento di registrazione di fatti accaduti, ma elemento chiave per costruire nuove ipotesi di comprensione e guida dei fenomeni sociali ed economici. Nel campo della salute, medici e ricercatori possono eseguire analisi mirate e dettagliate sui complessi dati sanitari dei pazienti giungendo a cure preventive su misura, diagnosi precoci più accurate, trattamenti più efficaci e di nuova generazione. Nell’economia reale, l’accesso diffuso a dati e informazioni affidabili su operatori, prodotti e mercati e la possibilità di estrarne conoscenza, può ridurre le asimmetrie informative, rendere le attività d’impresa più efficienti, promuovere la cultura dell’innovazione in modo capillare.

Occorre però garantire sicurezza e privacy dei dati, facilità di accesso a ciò che è pubblico e conoscibile, trasparenza degli algoritmi, superamento di pregiudizi, etica e rispetto dell’autonomia decisionale umana; occorrono competenza e nuovi attori istituzionali e d’impresa che sappiano definire modelli per osservare e comprendere, estrarre conoscenza dai dati, ricreare relazioni positive tra i cittadini e tra i cittadini e le realtà locali.

In altre parole, è necessario lavorare per il bene comune, uscendo dalle logiche egoistiche di un capitalismo che consuma il mondo, e ricostruire fiducia nelle capacità dell’uomo di migliorare le condizioni della società in un gioco che non sia a somma zero.

Come è stato sottolineato nel recente documento redatto dal gruppo di esperti ad alto livello (Ai Hleg) della Commissione europea, è importante sviluppare sistemi di intelligenza artificiale che siano degni di fiducia. Gli esseri umani saranno in grado di trarre pienamente e con sicurezza i benefici dell’Ia solo quando la tecnologia – compresi i processi e le persone dietro la tecnologia – sarà affidabile. Processi e persone degne di fiducia: due punti fondamentali. La tecnologia deve essere ben progettata, ma è soprattutto l’umanità che dovrà ritrovare se stessa, e costruire un senso per il suo domani.

Lo scrittore britannico Ian McEwan nel suo ultimo romanzo Macchine come me (Einaudi) immagina la produzione di 25 prototipi di esseri umani artificiali (dodici Adam e tredici Eve). Macchine dotate di un corpo, di intelligenza, di sentimenti, e di una coscienza. Androidi creati dagli uomini a loro immagine e somiglianza. Ma qualcosa di imprevisto accade: gli umanoidi sparsi per il mondo iniziano, uno dopo l’altro, a suicidarsi. Razionali nel ragionamento e nell’interpretazione dei principi morali, scoprono nella realtà quanto il mondo sia imperfetto, avvertono la bufera di contraddizioni, ineguaglianze, ingiustizie, menzogne. Violenze, foreste che bruciano, razzismo, genocidi. Non capiscono, rimangono senza speranza. E allora, vengono ritirati dal mercato per essere riprogrammati.

La poca fiducia verso la tecnologia sembra esprimere una scarsa fiducia verso l’umanità; verso le intenzioni umane di manipolazione, controllo, supremazia. Sembra esprimere l’assenza di un nuovo, chiaro, condiviso, progetto a cui tendere.

Il ruolo delle imprese nel creare valore territoriale e fiducia relazionale è fondamentale. La lezione di un grande imprenditore italiano, Adriano Olivetti, è ancora viva nella nostra mente. Fondare la strategia dell’impresa sul riconoscimento delle specificità del territorio, in cui è radicata e opera, per aprirsi alle sfide planetarie. L’innovazione come ricerca della bellezza delle forme, dei luoghi di lavoro e del benessere di chi partecipa alla creazione del valore che, per avere senso, non può essere solo economico ma deve avere anche una valenza sociale. La produzione di cultura e di valori da diffondere nelle comunità locali. Il legame con il territorio quale capacità competitiva per agire nei contesti internazionali. Il rapporto con le istituzioni, a garanzia di un’amministrazione trasparente, efficiente, custode della “fede pubblica”. Il futuro nasce dal progetto, nasce da un sogno che ha valore se viene condiviso. Una tecnologia che sappia contaminare e includere è condizione indispensabile perché questo sogno resti umano.

La forza di una civiltà si misura anche dai suoi sogni, dalla sua capacità di immaginare alternative radicali allo stato presente delle cose. Il giornalista Fabio Chiusi, in un recente articolo, lancia una provocazione, domandando: “E se la catastrofe dell’immaginazione, in cui siamo talmente immersi da non accorgercene, fosse urgente quanto quella climatica?”.

Nel panel dell’8 novembre e nei quattro giorni del Festival della Tecnologia, scienziati, ricercatori, imprese, giornalisti e istituzioni avranno l’opportunità di lavorare insieme per tracciare una direzione collettiva che, muovendo dai territori, riesca a costruire il sogno e il senso di una comunità globale: l’umanità.

 

Paolo Ghezzi, direttore generale InfoCamere 

Felicia Pelagalli, docente Sapienza università di Roma e Ceo Culture srl

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