Redatto da Oltre la Linea.

«Il 25 aprile è come un derby tra fascisti e comunisti» ha detto pochi giorni fa Matteo Salvini. E subito insulti, critiche e – ci permettiamo di dirlo – molti piagnistei gratuiti ed esagerati. Al di là della terminologia, quanto ha detto il leader leghista coglie ciò che per molti italiani è piuttosto veritiero: le celebrazioni del 25 aprile sono ormai alla stregua di un derby, con “tifosi”, “ultrà”, cori, schieramenti, colori, folklore e mitologia. Un derby (monocolore, aggiungiamo noi) dove ciò che manca è il senso della storia e una conseguente riflessione di portata più ampia.

Non vogliamo certo far passare assurdità del tipo “si stava meglio prima”, o “l’Italia sarebbe migliore se avessero vinto i tedeschi”, intendiamoci. La questione (al di là delle valutazioni storiche, che non affronteremo in questa sede) è come viene vissuta e celebrata questa ricorrenza, in special modo da chi la festeggia e in quale modo. È da qui che nascono le vere crepe che dividono e spaccano la politica nazionale come ha ben spiegato, il candidato sindaco di Firenze di centrodestra Ubaldo Bocci: «Purtroppo quella che dovrebbe essere una celebrazione condivisa, da tempo si è trasformata in una liturgia ideologica, divisiva, di cui si è appropriata una parte politica (peraltro riducendo a un colore unico un fenomeno complesso e plurale come la Resistenza)».

Guardiamoci in faccia: cos’è rimasto nel 2019 del 25 aprile? Gli ultimi rimasugli dell’ANPI, i sindacati (o ciò che ne rimane), l’opposizione di sinistra e una parte della società civile che è collegata alle tre categorie precedenti. Un ammasso di sigle e nomi che sono tutt’altro che plurali e nazionali, una vera e propria “fazione” che si è appropriata ufficialmente dell’evento – quella che poi, ad ogni 25 aprile, decide ufficialmente chi è il nuovo “fascista” contro cui loro, i novelli “partigiani” autoproclamati tali, dovranno combattere.

Gli slogan sono sempre quelli, a partire dall’ormai moribondo “Ora e sempre resistenza”. Il contenuto attuale del 25 aprile è diventato il dividere il “fascista” dall’”antifascista”, il “cattivo” dal “buono”. Ovviamente identificandoli forzatamente con i protagonisti della vita politica contemporanea. Un’operazione che, ripetuta assiduamente nel tempo, ha portato alla paranoia del vedere ovunque un “pericolo fascista”.

Nelle commemorazioni per il 25 aprile non troverete dibattiti sui molteplici significati della ricorrenza (stiamo pur sempre parlando della più grande sconfitta umana e militare italiana), né troverete bandiere di diversi colori che ricordano in modo unitario questo evento come patrimonio comune – qualcosa del genere non lo troviamo nemmeno in eventi sulla carta ben più unitari come il 4 novembre o il 17 marzo, figuriamoci il 25 aprile!

Troverete invece solo bandiere rosse sbiadite che pretendono di identificarsi con gli stessi partigiani che sette decadi fa combatterono il fascismo – e che lo vorrebbero combattere ancora oggi, dicendo di vederlo prima qua e poi là sotto “diverse forme”! Il tutto accompagnato da una narrazione storica fatta ad uso e consumo dell’orgoglio dei “rossi”, senza contare le molteplici voci che il 25 aprile ha in sé.

E così ci tocca leggere Repubblica e Open che si lamentano del sostanziale disinteresse di un’ampia parte della società civile per il 25 aprile! Ma questo non è un disinteresse verso le istituzioni democratiche e repubblicane o un “ritorno del fascismo”: è una comprensibile reazione ad un modo unilaterale e anacronistico di appropriarsi di un evento nazionale.

Quando la sinistra parla dell’importanza del 25 aprile come celebrazione della Costituzione, della libertà, della democrazia, ecc., dovrebbe mettersi in testa che la vera celebrazione della Repubblica è quella che viene fatta tutti i giorni attraverso la partecipazione nel processo democratico e il rispetto dello Stato di diritto (sì, anche quando si tratta di rispettare gli avversari politici o applicare una legge statale).

(di Leonardo Olivetti)

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