(foto: Rafael Henrique/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

Al primo recepimento della direttiva europea, operato dalla Francia in ossequio anche all’articolo 15 (ex 11) del provvedimento sul copyright, Google ha scartato di lato. Com’era ovvio che accadesse: onestamente nessuno che abbia seguito gli eventi degli ultimi anni poteva aspettarsi che andasse in modo diverso.

Big G non si sogna neanche lontanamente di pagare i diritti agli editori per la diffusione degli snippet dei loro articoli, cioè delle sintetiche anteprime con titolo, foto e poche righe di sommario. Il modo in cui le news verranno proposte nei risultati di ricerca, sia nelle pagine generali del motore che sugli aggregatori dedicati come Google News, si ridurrà all’osso per rimanere entro i limiti di ciò che la legislazione continentale consente di ripubblicare senza incorrere nella violazione del diritto d’autore. Gli editori che vorranno, dovranno farsi vivi e sottoscrivere un accordo che preveda la gratuità di quella cessione. In cambio continueranno a ricevere il ricco traffico in entrata sui loro siti che i servizi di Mountain View garantiscono loro. Per gli altri, i rubinetti potrebbero stringersi.

Il principio stabilito dalla direttiva 2019/790 sul diritto d’autore e sui diritti connessi nel mercato unico digitale che ha modificato le direttive 96/9/CE e 2001/29/CE è come tale condivisibile: chi prende e rilancia oltre una certa soglia, a dire il vero minimale, paga. Specie se con quei contenuti guadagna perché li circonda di pubblicità, tant’è che rimangono fuori ad esempio gli scopi di ricerca o educazione. D’altra parte Google, lo ha fatto in un post del vicepresidente Richard Gingras, spiega di fare già tanto, per il settore dell’informazione: “Tramite Google Search e Google News, che aiutano le persone a trovare e accedere ai contenuti e ci consentono di veicolare una grande quantità di traffico agli editori – scrive il manager – ma abbiamo anche creato strumenti per le pubblicità e gli abbonamenti che aiutano gli editori a far crescere il loro fatturato e poi c’è il nostro programma di finanziamento e formazione, la Google News Initiative”.

Qualche numero? Secondo Google gli editori non hanno che vantaggi dai loro servizi. In Europa gli utenti cliccano sui link delle notizie più di 8 miliardi di volte al mese, circa 3mila clic al secondo verso siti e piattaforme di testate, giornali e magazine digitali. Stando a uno studio Deloitte, il valore si aggirerebbe sui 4-6 centesimi di euro a clic, considerando poi ciò che gli utenti faranno sul sito dell’editore, dalle “impression” pubblicitarie alle conversioni in abbonamenti e così via. Le tecnologie pubblicitarie, aggiunge Gingras, hanno consentito agli editori di guadagnare 14 miliardi di dollari in tutto il mondo – in questo caso manca però il dato europeo – ospitando inserzioni di vario tipo sui propri canali.

Insomma, la tesi di Google è chiara: non intendiamo pagare, come previsto dalla direttiva e dalle diverse leggi che la recepiranno nei singoli paesi, perché già paghiamo con il traffico che vi mandiamo, con i tool per l’advertising e con diverse altre iniziative. Se il mancato accordo sulla licenza ci impone di non mostrare più anteprime complete dei vostri contenuti, lo faremo. Ma a vostro rischio e pericolo.

Inutile dire che, in questo senso, fanno scuola (e un po’ ricatto) i casi tedesco e spagnolo degli anni scorsi. Nel primo in virtù di una legge del 2013 antesignana della direttiva Ue colossi come Axel Springer tentarono di sfruttare per monetizzare i propri contenuti tornando rapidamente sui propri passi, nel secondo con la chiusura di Google News nel 2014 (con cali fino al 15%). Vedremo cosa accadrà in Francia.

Pur con tutte le critiche che abbiamo mosso alla direttiva sul copyright nei mesi scorsi, alcune davvero molto puntute e approfondite, rimane tuttavia una sensazione di fondo. Che non ruota tanto all’informazione ma tocca in sostanza tutti i servizi legati all’accesso al web di superficie, chiamiamolo così: la posizione dominante. In altre parole, la sensazione che la partita sia, banalmente, mutilata. È infatti innegabile che, tenendo fuori i social network e i motori interni a colossi come Amazon, Google non potrebbe mai fare un simile discorso se avesse almeno un concorrente degno di questo nome. Sarebbe in qualche modo costretta quantomeno a sedersi al tavolino e trattare una qualche forma di accordo, sensato o meno che fosse.

A livello mondiale controlla infatti oltre il 75% delle ricerche online, seguita solo dalla cinese Baidu intorno al 9%, più o meno come Bing. In Europa, nonostante realtà confortanti come la francese Qwant, la sua quota sale addirittura al 90% tanto che, dopo la multa di Bruxelles dell’estate 2018, dal 2020 in Europa si dovrà scegliere quale motore di ricerca usare alla prima installazione di un dispositivo Android.

Insomma, Google sfrutta la propria posizione di rendita – sanzionata d’altronde con una maximulta da oltre 4 miliardi di euro per le pratiche legate ad Android – per opporsi a qualsiasi richiesta degli editori, giusta o eccessiva che sia. Dice di sostenerli e finanziarli, con i suoi strumenti, a modo suo, non secondo lo schema classico di una licenza per rilanciare i loro contenuti. Hanno tutti ragione, dal proprio punto di vista. Ma gli atteggiamenti cambierebbero se di Google, in Europa, ce ne fosse almeno un altro.

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