Quella che il coronavirus può aiutare ad alleviare il dolore sembrerebbe un’affermazione fuori da ogni logica. Eppure, i ricercatori della University of Arizona Health Sciences lo hanno appena dimostrato. Dal loro studio, infatti, è emerso che la proteina spike, la chiave che permette al virus di entrare nelle cellule umane, agisce come un analgesico, una sorta di silenziatore del dolore. Questa scoperta, appena pubblicata sulla rivista Pain, potrebbe quindi aiutarci finalmente a capire perché ci sono così tanti asintomatici, che contribuiscono notevolmente alla diffusione del coronavirus.

Sappiamo che il nuovo coronavirus utilizza l’enzima 2 convertitore dell’angiotensina (il recettore Ace2) per entrare nelle cellule. Ma non è il solo: come dimostrato da recenti studi, infatti, una seconda proteina può entrare in gioco per favorire l’ingresso del coronavirus, la neuropilina-1. “Questa scoperta ha attirato la nostra attenzione, perché negli ultimi 15 anni il mio laboratorio ha studiato un complesso di proteine e percorsi associati all’elaborazione del dolore e derivati dalla neuropilina”, commenta Rajesh Khanna, tra gli autori dello studio. “Così abbiamo fatto un passo indietro e ci siamo resi conto che forse la proteina spike è coinvolta in una sorta di elaborazione del dolore”.

Molti percorsi biologici segnalano al nostro corpo quando provare dolore. Tra questi, per esempio, c’è la proteina chiamata fattore di crescita dell’endotelio vascolare-A (Vegf-A), che svolge un ruolo essenziale nella crescita dei vasi sanguigni, ma che è anche associata a malattie come i tumori e l’artrite reumatoide. Quando Vegf-A si lega al recettore della neuropilina, raccontano i ricercatori, da il via a una cascata di eventi che portano ad attivare specifici neuroni che, di conseguenza, ci fanno sentire dolore. Nel nuovo studio, i ricercatori hanno scoperto che la proteina spike del coronavirus si lega alla neuropilina nella stessa esatta posizione del Vegf-A. Per dimostrarlo, hanno svolto una serie di esperimenti in laboratorio, utilizzando per prima cosa il fattore di crescita per indurre dolore e successivamente aggiungendo la proteina spike. Il risultato? La spike è riuscita a dirottare il percorso del dolore Vegf-A/neuropilina. “Questa ha completamente invertito la sensazione del dolore indotta da Vegf-A”, commenta l’autore. “A prescindere se usavamo dosi molto alte o estremamente basse della proteina”.

Secondo le ultime stime degli statunitensi Cdc, il 50% della trasmissione del coronavirus si verifica prima della comparsa dei sintomi e ben il 40% dei positivi risulta asintomatico. I nuovi risultati, quindi, potrebbero avere importanti implicazioni per riuscire a spiegare l’enorme diffusione del nuovo coronavirus, soprattutto da parte degli asintomatici. “Forse la ragione è che nelle prime fasi della malattia, quando non ci sembra essere malati perché il nostro dolore viene soppresso”, ha commentato Khanna. “Se siamo in grado di dimostrare che questo sollievo dal dolore è ciò che sta causando diffusione della Covid-19, sarà un enorme valore aggiunto”.

Oltre al coronavirus, questi risultati potranno essere utili per combattere un’altra epidemia: quella da oppiodi. Il prossimo passo dei ricercatori, infatti, sarà quello di esaminare ulteriormente la neuropilina per riuscire ad alleviare il dolore, senza servirsi degli oppiodi. “Questa ricerca solleva la possibilità che il dolore, come un sintomo della Covid-19, possa essere ridotto dalla proteina spike che silenzia le vie di segnalazione del dolore dell’organismo”, commenta il vicepresidente della UArizona Health Sciences, Michael D. Dake. “Questa scoperta potrà essere sfruttata anche per esplorare una nuova classe di terapie per il dolore, molto preziosa per affrontare l’epidemia da oppioidi”.

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