(Foto: Fusion Medical Animation on Unsplash)

Il coronavirus sta mutando e continuerà a farlo, perché è nella sua natura. La scoperta di mutazioni nella sequenza originale di Sars-Cov-2 è stata annunciata ormai diverse volte nel corso dei mesi passati, e adesso a confermarlo c’è il più ampio studio peer reviewed.

Un team di ricercatori statunitensi ha analizzato il genoma del coronavirus in oltre 5mila pazienti Covid-19 identificando fino a 285 punti di differenza rispetto al virus originale di Wuhan. Un processo naturale di deriva genetica, dicono gli esperti, guidato dal caso e in parte promosso dalla pressione selettiva del nostro sistema immunitario.

La maggior parte di queste mutazioni, però, non sembra aver dato un particolare vantaggio al patogeno, anche se i ricercatori continuano a tenere d’occhio la D614G che, stabilizzando la proteina spike, potrebbe aver reso il virus più contagioso, ma non più mortale.

Un ceppo più contagioso, forse

Gli scienziati hanno analizzato le sequenze genetiche di Sars-Cov-2 in 5.085 pazienti tra la prima e la seconda ondata nell’area metropolitana di Houston, confermando che si tratta nella maggior parte dei casi di un virus diverso dall’originale di Wuhan. Delle 285 differenze identificate, nessuna ha apparentemente dato un particolare vantaggio al coronavirus.

Fa eccezione l’alterazione D614G, che (come vi avevamo già raccontato qui e qui) potrebbe aver reso il patogeno più contagioso.

Lo studio, coordinato dai ricercatori dello Houston Methodist Hospital (Austin, Texas, Usa), conferma infatti che quando il virus con l’alterazione D614G ha fatto la sua comparsa (ed è stato introdotto in diversi momenti e da diverse provenienze) ha spodestato le altre linee: nella prima ondata è stato responsabile del 71% delle infezioni analizzate, mentre nella seconda ondata addirittura del 99,9%. Una tendenza – scrivono i ricercatori – che rispecchia quella nel resto del mondo.

La D614G comporta la sostituzione di un aminoacido nella proteina spike: tale cambiamento, sostengono ormai diversi studi, potrebbe averla migliorata, aumentando la capacità del virus di attaccarsi alle cellule e infettarle. Tuttavia né le ricerche precedenti né gli accertamenti svolti dai ricercatori texani hanno collegato l’alterazione a una maggiore pericolosità del coronavirus. In altre parole essere infettati da questo ceppo non darebbe luogo a una malattia più grave.

Nessun problema coi vaccini, per ora

La ricerca, ha precisato Ilya Finkelstein dell’università del Texas, ha lo scopo di monitorare la genetica del coronavirus nel corso della pandemia, per non rischiare di avere brutte sorprese anche sul fronte dello sviluppo di un vaccino efficace.

Non è solo l’alterazione D614G a essere attenzionata, ha fatto notare l’autore dello studio: c’è anche una mutazione sempre nella proteina spike che dai loro esperimenti preliminare pare conferire al virus la capacità di eludere una certa tipologia di anticorpi neutralizzanti che il nostro organismo produce a seguito dell’infezione.

Tuttavia, per fortuna, non sembra che le attuali differenze nella sequenza genetica del virus incidano sulla potenziale efficacia dei vaccini in sperimentazione. Nessun virus da loro isolato, ha riferito Finkelstein, ha dato prova di essere in grado di sfuggire alle risposte immunitarie indotte dai vaccini di prima generazione o dalle terapie con anticorpi monoclonali.

“Gli sforzi di sorveglianza in tempo reale, come il nostro studio, garantiranno che i vaccini e le terapie globali siano sempre un passo avanti”, ha concluso.

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