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La fine di Immuni, come l’ha chiamata qualcuno, contiene un significato più grande dei problemi di un’applicazione di notifica di esposizione al rischio di contagio. Quello del nostro disincanto tecnologico: pensavamo di poter affrontare questa pandemia con infiniti mezzi tecnologici a disposizione e invece la cassetta degli attrezzi è mezza vuota. Ci ritroviamo infatti a combatterla più o meno con gli stessi strumenti di cent’anni fa: mascherine, distanziamento, igiene. Peggio: quarantene, come i quaranta giorni (all’inizio erano trenta) che le imbarcazioni dirette a Venezia dovevano trascorrere, nel 14esimo secolo, al largo della città lagunare, per proteggere la città dalla “peste nera”.

Immaginavamo che bastasse un tap sullo smartphone per proteggerci in una campana di immunità (lo dice pure il nome) e così forse immaginava il legislatore, che intorno a quella piattaforma – com’è capitato pressoché ovunque eccetto che in Germania – non ha costruito uno schema chiaro ed efficiente di azione. Parafrasando Massimo D’Azeglio, fatta l’applicazione bisogna fare il tracciamento. Che è un lavoro tecnologico fino a un certo punto, visto che è fatto di persone che devono farti un tampone in tempi rapidi, persone che devono intervistarti per ricostruire i contatti delle precedenti 48 ore, persone che devono tenerti sotto controllo se hai sintomi e sei a casa e così via. E invece un “notificato” deve avere fortuna: se non ne ha, rimane solo in preda al panico di fronte alla notifica push. E la sua via crucis diventa inutile ai fini del contenimento dei contagi.

Lo spiegava bene qualche mese fa David Rotman, editor at large di Mit Technological Review, in un articolo certo provocatorio che fece molto discutere intitolato “Perché la tecnologia non ci salverà dal Covid-19”. “Nell’epoca dei big data, in cui compagnie come Google e Amazon sfruttano ogni tipo di informazione personale per la loro pubblicità e lo shopping, le autorità sanitarie hanno fatto delle scelte alla cieca” scrisse Rotman. Si concentrava sugli Stati Uniti in un discorso in buona parte applicabile anche da noi: sterminata fiducia nei colossi hi-tech e nell’innovazione guidata dal libero mercato ma pochi investimenti nella ricerca di base e applicata e nello sviluppo di infrastrutture essenziali in grado di garantirci sicurezza dai rischi ambientali e sanitari che gli esperti annunciavano da anni.

Il punto è che le armi tecnologiche che credevamo di avere in mano erano clamorosamente sbilanciate su certi fronti, non troppo utili per una guerra di questo tipo: commercio, intrattenimento, farmaci ad elevata diffusione piuttosto che vaccini e capacità produttive in grado di intervenire sugli aspetti fondamentali delle supply chain anche locali e di rendere un sistema resiliente, con buona pace di chi non sopporta più questo attributo. Il risultato è che in certi momenti della crisi avevamo migliaia di ore di serie tv a disposizione, l’ultimo smartphone con un refresh rate pazzesco per giocarci come fosse una console ma ci mancavano i bastoncini per i tamponi, per non parlare dei reagenti che in certi casi ci siamo dovuti fare in casa. Gli investimenti privati vanno verso i mercati più redditizi, i governi avrebbero dovuto colmare gli altri. Gran parte dei ritardi allo schock sta in quello spazio di disimpegno dei primi e latitanza dei secondi.

Non finisce qui. Si va dai modelli matematici che come ha spiegato Tristan Greene su The Next Webnon si sono rivelati più precisi delle nostre migliori ipotesi”, esercitandosi d’altronde su una pandemia senza precedenti in termini di dati disponibili, all’intelligenza artificiale che ha di fronte una lunga strada prima di cambiarci davvero la vita, fino all’arrivo delle app al termine della scorsa primavera che appunto ci avevano illuso di poter tornare presto alla normalità.

Non ci hanno aiutato neanche le piattaforme sociali. Sì, certo, ci hanno consentito di rimanere in contatto con le persone che amiamo e in certi casi di continuare a lavorare nei momenti più complessi di lockdown, e anche adesso. Hanno stretto le distanze, come la smielata retorica di Menlo Park spiega in continuazione. Ma a un prezzo molto alto. L’universo dei social costruito nella Silicon Valley, che nel tempo ha frammentato in nicchie sempre più microscopiche la sua audience a scopi pubblicitari, ha finito per amplificare le voci divisive, la disinformazione, l’incertezza e le truffe, precipitando in un continuo braccio di ferro con i suoi stessi problemi strutturali per cui ogni giorno ci aggiornano su quante migliaia di pagine o profili fasulli o pilotati siano stati rimossi. I gesti filantropici, come le donazioni multimilionarie dei facoltosi Ceo come Mark Zuckerberg, non sono tecnologia.

Sui test rapidi per individuare Sars-Cov-2 e in generale sulla diagnostica abbiamo ancora qualche dubbio e siamo comunque arrivati molto tardi, la ricerca ha i suoi tempi (quelli sì velocizzati dalla tecnologia ma comunque incomprimibili entro una certa forchetta), i tanti gadget che promettono di darci una mano in questa “nuova normalità” in realtà non hanno senso se non acquisiscono una dimensione collettiva (e spesso non hanno senso a prescindere se non in situazioni ristrette, perché insostenibili sotto tutti i punti di vista).

Insomma, gran parte di quella tecnologia a cui ci affidavamo è figlia stessa del mondo che l’ha generata: continua a farci lavorare, ci fa fare le videochiamate e perfino le fiere virtuali ma non ci porta fuori dalla pandemia. Anche perché, lo dicevamo, i governi non le hanno consentito di mettere a frutto tutte le potenzialità, almeno laddove erano disponibili e utili alla battaglia.

Penso al lavoro di Big G e Apple per consentire l’interoperabilità dei dispositivi e la tecnologia di contact tracing: burocrazia, lentezza, lacune formative e mentalità hanno ucciso quelle prospettive. Basti pensare che a otto mesi dall’inizio della pandemia e a cinque da quando Immuni è disponibile è stato necessario con l’ultimo dpcm, quello di domenica 18 ottobre, obbligare l’operatore sanitario “del Dipartimento di prevenzione della azienda sanitaria locale, accedendo al sistema centrale di Immuni”, a “caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività”. Per mesi, infatti, in certi posti come il Veneto la procedura – essenziale per allertare le persone con cui siamo stati in contatto nei 14 giorni precedenti – non era operativa e anche altrove si procedeva a caso. Siamo insomma ancora qui a raccomandare alle Asl, che d’altronde non abbiamo messo nelle giuste condizioni in termini di personale, di ricordarsi di usarla, Immuni.

In questo senso diciamo che la tecnologia, da sola, non ci salverà: le abbiamo assegnato un potere quasi divino mentre la sua dimensione è tutta umana. Bisogna orientarne gli sviluppi e gli investimenti verso i fronti più utili, e bisognava farlo da prima anche con strategie nazionali più ambiziose; occorre predisporsi a sfruttarne le potenzialità, favorendole in modo coatto quando necessario o con raffinate strategie di nudging quando entrano nella sfera personale; serve formare le persone perché le tecnologie vanno usate e ancora prima capite. Non siamo neanche riusciti a far funzionare una didattica a distanza decente: ciascuno ha proceduto in base alla propria coscienza e alle proprie competenze. Sempre che ne avesse voglia.

Abbiamo insomma sperato che la “macchina” facesse il resto, perché in fondo a questo ci ha abituato la tecnologia di consumo. In questi mesi il soluzionismo tecnologico ci ha invece denudato di molte delle nostre illusioni, lasciandoci soli proprio come ci ritroviamo di fronte a una notifica push di Immuni. La macchina siamo noi, ancora prima di un’app o un algoritmo.

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