(Photo Illustration by Pavlo Conchar/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

La battaglia sul voto nelle ultime elezioni presidenziali statunitense si arricchisce di un nuovo capitolo.  Da un lato, capeggiato da Rudy Giuliani, c’è l’entourage dell’ex presidente Donald Trump, accusato di aver usato fake news nella contestazione dei risultati elettorali. Dall’altro c’è una tra le maggiori aziende nel mercato del voto elettronico, Dominion Voting Software, accusata di parzialità a favore dell’attuale inquilino della Casa Bianca, Joe Biden. È anche accusata di essere connessa con la Smartmatic, che ha un passato legato ai regimi venezuelani di Chavez e Maduro e di legami con il finanziere George Soros, acerrimo avversario di Trump. L’imparzialità della Dominion è dubbia anche per alcune dichiarazioni del vicepresidente, Eric Coomer, accusato (senza prove) per aver partecipato a una telefonata di un gruppo antifa dove avrebbe garantito la non elezione di Trump (Coomer nel frattempo si è consensualmente allontanato dalla Dominion).

La battaglia legale

La battaglia dei sostenitori di Trump per rovesciare il risultato elettorale nelle corti elettorali è stata persa. Sono stati riconosciuti alcuni fallimenti dei sistemi di voto elettronico, ma non verificate le affermazioni grossolanamente esagerate degli accusatori. Poi la battaglia si è spostata nei tribunali per le cause milionarie intentate dalla Dominion e da Coomer a un po’ tutti quelli che hanno propagato le notizie, a loro dire, diffamatorie.  

Anche se le posizioni della Dominion e della Smartmatic sembrano solide e le accuse di broglio appaiono infondate, le aziende sanno di essere in una posizione rischiosaIl mercato dei sistemi di voto elettronico si basa sulla fiducia ma non sulla trasparenza. L’attività di queste aziende è fondato sulla segretezza dei sistemi, dei procedimenti e dei contratti. Il comportamento dei dirigenti delle aziende dovrebbe essere il più irreprensibile possibile. Soprattutto se di mezzo ci sono le elezioni. Purtroppo sia Dominion sia Smartmatic sono carenti in questo: si muovono come aziende commerciali talvolta poco avvezze alle sabbie mobili della politica. 

Il precedente della Diebold

Dominion e Smartmatic hanno poi alle spalle un tragico precedente. Nel 2004, il repubblicano George W. Bush vinse la presidenza grazie ai 20 delegati determinanti dell’Ohio. A quel tempo furono i Democratici a contestare il voto. Le macchine per il voto utilizzate in Ohio erano vendute dalla Diebold, che era in una posizione di mercato anche migliore di quella che ha oggi la Dominion. I Democratici scoprirono che l’amministratore delegato di Diebold, Walden O’Dell, era donatore repubblicano di lunga data e che un anno prima delle elezioni aveva scritto una lettera a circa cento persone invitandole a una raccolta fondi in cui senza mezzi termini diceva: “Mi impegno ad aiutare l’Ohio a consegnare i suoi voti elettorali al presidente [Bush, ndr] l’anno prossimo”.

I democratici sostennero che avrebbe potuto impegnarsi al punto di manipolare le sue macchine di voto. O’Dell tentò di derubricare la questione come una maliziosa interpretazione, poi ammise l’”enorme errore“. La pressione del mercato fu fortissima e la società, alla fine di un periodo orribile, vendette la sua attività di macchine per il voto e si concentrò sul mercato dei bancomat, sopravvivendo fino alla recente acquisizione di Nixdorf. Dominion e Smartmatic non producono altro che sistemi di voto. Cosa rimarrebbe di loro se venisse meno il mercato elettorale?

Oltre i tribunali

A metà agosto, uno dei maggiori sostenitori delle tesi complottistiche, l’ad di MyPillow Mike Lindell, bersaglio di una causa milionaria della Dominion, ha fatto sapere di aver riunito in South Dakota alcuni esperti di tecnologie e attivisti dei diritti civili e aver consegnato loro una copia del software delle macchine di voto Dominion provenienti dalla contea di Mesa in Colorado, e di Antrim, nel Michigan, dove era stata intentata causa senza successo contro i risultati elettorali.

Questo stesso software è utilizzato in circa 30 stati, comprese le contee di California, Georgia e Michigan.Presente all’evento anche Harri Hursti, l’hacker noto per aver messo in ginocchio i sistemi di voto Diebold con quello che è oggi denominato “Hursti Hack” ripreso nel documentario Hacking Democracy (2006). Hursti ha affermato che sono state fornite tre copie separate dei sistemi di gestione delle elezioni provenienti da Antrim e Mesa. Le copie sono state rese disponibili per il download anche ad altri esperti di informatica e hacker. È quindi possibile creare un “ambiente di test” per sondare le vulnerabilità. “La porta è ora spalancata – ha detto Hursti -. L’unica domanda è: come fai a intrufolarti nella porta?”.  C’è da credere che presto lo scopriranno.

L’analisi della Johns Hopkins University 

Anche questo ha un precedente. Nel 2004 non furono solo le scellerate affermazioni di O’Dell a mettere nei guai la Diebold, ma anche il fatto che il codice sorgente del sistema di voto trapelò pubblicamente e finì nelle mani di Aviel D. Rubin, professore di sicurezza informatica alla Johns Hopkins University. Il professor Rubin, insieme ai suoi colleghi della Hopkins e della Rice University di Houston, analizzò le 49mila righe di codice in una revisione approfondita e pubblicò un’analisi sulla sicurezza del software. La condanna fu senza appello: “La nostra analisi mostra che questo sistema di voto è molto al di sotto anche degli standard di sicurezza più minimi applicabili in altri contesti”. Ebbe vasto eco sulla stampa e contribuì alla uscita di Diebold dal mercato del voto elettronico. 

Le possibili conseguenze

Il leak del sistema Dominion, se confermato e se vi si troveranno vulnerabilità, porrà dubbi sulla validità di tutte le elezioni che hanno usato (e useranno) questi sistemi. La divulgazione di un asset così riservato pone inoltre interrogativi sulla capacità dell’azienda di proteggere, anche per il futuro, il sistema elettorale. Inoltre la possibile presenza di vulnerabilità, che siano state sfruttate o meno, potrebbe rendere ragionevoli le finora squalificate affermazioni dei complottisti, invalidando le cause della Dominion. L’opacità dei sistemi di voto elettronico incentiva la sfiducia. L’episodio dimostra che la conflittualità politica va esercitata su un campo di battaglia affidabile “oltre ogni ragionevole dubbio”, per non minare le fondamenta della democrazia: la verificabilità “ad occhio nudo” è il requisito più importante del voto.

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