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Quello del 2020 è un Nobel carico di significato. Un Nobel che vuole celebrare i progressi fatti nella lunga battaglia contro le malattie virali, e gli sforzi che li hanno prodotti. E che, non a caso, arriva nel bel mezzo di una pandemia che ha ricordato anche all’occidente quanto sia concreto questo pericolo mai sopito. Protagonisti di peso in questo campo non ne mancano di certo, ma con gli scopritori dell’hiv già premiati nel 2008, la scelta quest’anno era quasi obbligata. Harvey J. Alter, Michael Houghton e Charles M. Rice sono infatti un simbolo di impegno, ma anche di speranza: la loro scoperta dell’Hcv, e la dimostrazione che è l’agente causale dell’epatite C, ha permesso enormi passi in avanti nella diagnosi e nella cura di questo killer silenzioso, conclusisi con il recente sviluppo dei primi farmaci in grado di debellare la malattia dall’organismo dei pazienti. Quanto di più simile a una soluzione si può sperare di ottenere in assenza di un vaccino. Vediamo meglio qual è stato il contributo dei tre premi Nobel per la medicina del 2020.

L’epatite

Partiamo dall’inizio. Con epatite si intende qualunque forma di infiammazione del fegato,che può essere causata da fattori diversi come l’utilizzo di farmaci, il consumo eccessivo di alcol, infezioni virali o batteriche. I problemi maggiori nascono quando l’infiammazione si fa cronica, e può progredire in cirrosi, esponendo il paziente a un grave rischio di sviluppare un tumore del fegato o di necessitare un trapianto. Nel caso delle epatiti virali, le più gravi e comuni tra le forme infettive, ne esistono due tipologie principali: una prima forma legata al consumo di acqua o cibo contaminato, e una seconda, ben più pericolosa, trasmessa invece dal contatto con sangue o fluidi corporei di una persona infetta (un po’ come avviene nel caso dell’hiv). Nel 1947 un epatologo inglese stabilì questa classificazione basandosi sulle caratteristiche cliniche e la trasmissione delle malattia, chiamando la prima forma epatite A e la seconda epatite B.

Il Nobel per la medicina 2020 alla scoperta dell’epatite C ci ricorda che i virus si possono sconfiggereSfoglia gallery

Nel caso delle epatiti trasmesse dai fluidi corporei, la malattia che ne consegue è particolarmente pericolosa perché provoca infiammazioni croniche che possono rimanere silenti per parecchi anni prima di rivelarsi fatali, concorrendo così alla diffusione del virus. La prima svolta in questo senso arrivò negli anni ‘60, quando il medico e genetista americano Baruch S. Blumberg identificò il virus dell’epatite B, o Hbv, una scoperta che gli fruttò il premio Nobel nel 1976, e che lui stesso perfezionò in seguito sviluppando un test diagnostico e un vaccino contro il virus. Il problema a quel punto poteva finalmente sembrare risolto. Ma purtroppo le cose non stavano così.

La scoperta dell’epatite C

Nei primi anni ‘70 Harvey J. Alter era un giovane dottore impiegato nel servizio trasfusionale del National Institute of Health americano. Aveva già avuto modo di collaborare con Blumberg allo studio del virus dell’epatite B, e nel suo nuovo ruolo aveva continuato a interessarsi del virus studiando i casi di infezione legati alle trasfusioni di sangue. Presto, i suoi studi rivelarono un particolare inaspettato: eliminando dalle liste dei donatori i volontari positivi per il virus dell’epatite B il numero di nuovi contagi diminuiva solamente del 20%. Qualche altro agente patogeno – si rese conto Alter – doveva essere responsabile di quell’80% di infezioni che ancora avvenivano a causa delle trasfusioni di sangue infetto. Grazie alle sue ricerche, Alter dimostrò inizialmente che le due forme di epatite da trasfusione presentavano caratteristiche cliniche differenti, e poi che uno stesso paziente poteva essere contagiato prima da uno e poi dall’altro virus, chiarendo una volta per tutte che doveva trattarsi di patogeni diversi.

Alter riuscì quindi a infettare uno scimpanzé (unico altro animale suscettibile al virus dell’epatite) utilizzando il sangue di un paziente. E grazie al provvidenziale arrivo dei primi kit diagnostici per l’epatite A, divenne chiaro che non era questo virus il responsabile delle malattie individuate da Alter. Il nuovo tipo di epatite virale venne etichettato come epatite non A, non B, e diversi gruppi di ricerca in tutto il mondo iniziarono a cercare di snidare il possibile colpevole.

Un virus da Nobel

Michael Houghton era uno degli scienziati impegnati nella corsa per scoprire il nuovo virus. Lavorando dei laboratori dell’azienda farmaceutica Chiron, il giovane virologo iniziò ad utilizzare una nuova tecnica di indagine basata sullo screening dei frammenti di materiale genetico presenti all’interno del sangue di uno scimpanzé infetto. Inizialmente il team della Chiron tentò di identificare l’Rna del nuovo virus utilizzando il sangue di uno scimpanzé sano come controllo, eliminando tutte le sequenze presenti nei campioni del soggetto sano da quelli dei soggetti malati, per arrivare a identificare del materiale genetico caratteristico dell’infezione. L’approccio si rivelò fallimentare, ma Houghton non si perse d’animo, ideando una nuova strategia. L’Rna isolato nel sangue infetto venne trasferito all’interno di alcuni batteri. E a quel punto Houghton utilizzò il siero di un paziente umano per cercare di pescare il virus in questione, convinto che dovesse contenere degli anticorpi specifici in grado di riconoscere il patogeno. E dopo oltre un milione di tentativi, finalmente il virologo dimostrò di avere avuto ragione: studiando a fondo la colonia di batteri identificata dagli anticorpi, Houghton riuscì a identificare la presenza di Rna appartenente a un Flavivirus, che venne prontamente ribattezzato Human hepatites C Virus, o Hcv.

La prova finale

A questo punto la comunità scientifica conosceva la nuova malattia, l’epatite C, e aveva un candidato perfetto come agente causale. Mancava però la prova definitiva che il virus fosse realmente in grado di causare la malattia. Senza ulteriori indizi, era infatti impossibile escludere il coinvolgimento di altri fattori nello sviluppo della patologia. Tra gli scienziati che lavoravano per risolvere l’ultimo pezzo del mistero c’era ovviamente il terzo premio Nobel di quest’anno, Charles Rice, un altro giovane virologo americano che all’epoca lavorava alla Washington University di Saint Louis. Rice fu tra i primi a identificare una regione dell’Rna del nuovo virus che sembrava particolarmente importante per la sua replicazione. Inizialmente provò a ingegnerizzare un Rna virale contenente le sequenze così scoperte, per verificare se questo fosse in grado di replicarsi all’interno del fegato di uno scimpanzé. L’esperimento di rivelò fallimentare, ma Rice non si perse d’animo.

Consapevole del fatto che i virus a Rna sono particolarmente soggetti a mutazioni che silenziano il loro materiale genetico, Rice si rimboccò le maniche e creò nuovamente un genoma virale che conteneva le sequenze precedentemente identificate, utilizzando però questa volta una tecnica che permette di limitare il rischio di nuove mutazioni. E finalmente l’esperimento si dimostrò un successo: iniettato nel fegato di uno scimpanzé il nuovo virus si replicò con successo, provocando sintomi epatici simili a quelli che si osservano nei pazienti umani. Il mistero era finalmente risolto: l’Hcv veniva finalmente riconosciuto come causa unica dell’epatite C. Una scoperta che ha permesso nei decenni successivi di sviluppare accurati kit diagnostici, nuove strategie di prevenzione e di cura, fino ad arrivare ai più recenti antiretrovirali con cui oggi è possibile curare realmente i pazienti da un’infezione che nel 2015 uccideva ancora un milione e mezzo di persone ogni anno.

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