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Se si è già stati infettati dai coronavirus del comune raffreddore, le probabilità di sviluppare una grave infezione da Covid-19 potrebbero essere più basse. Il motivo è che questi virus insegnano al nostro sistema immunitario a riconoscere il nuovo coronavirus. È questa l’ipotesi, ancora tutta da validare, di un team di ricercatori de La Jolla Institute for Immunology, secondo cui la possibilità di ammalarsi di Covid-19, o meglio di contrarre l’infezione in forma più lieve, potrebbe dipendere in parte da come l’organismo ha reagito in precedenza ai coronavirus del raffreddore. Il loro studio è stato appena pubblicato su Science.

Il Sars-Cov-2, ricordiamo, non è il primo coronavirus che conosciamo: ne esistono infatti altri quattro (HCoV-OC43, HCoV-229E, HcoV-NL63 e HCoV-HKU1) che possono causare il raffreddore comune. Come vi avevamo raccontato, ricerche precedenti dello stesso team di ricerca avevano già dimostrato come molte persone, mai esposte al nuovo coronavirus, presentavano cellule immunitarie T in grado di riconoscere alcuni siti del Sars-Cov-2, tra cui l’ormai famosa proteina spike. Basandosi su queste evidenze, i ricercatori del nuovo studio hanno cercato di capirne il motivo, analizzando alcuni campioni di sangue raccolti tra il 2015 e il 2018 e quindi molto prima che il nuovo coronavirus arrivasse per la prima volta nella città di Wuhan.

Dalle successive analisi, il team ha scoperto che le cellule T presenti nei campioni erano capaci di riconoscere e reagire non solo ai coronavirus del raffreddore, ma anche a molti siti specifici del Sars-Cov-2. Questa sorta di immunità, raccontano i ricercatori, deriverebbe parzialmente dalla memoria del sistema immunitario, ossia dalle precedenti risposte delle cellule T (più precisamente i linfociti T helper) sviluppate contro i cugini meno pericolosi del Sars-Cov-2, e in particolare i coronavirus del comune raffreddore. “Questo studio fornisce la prova diretta che la memoria delle cellule T può identificare sequenze molto simili tra i coronavirus del comune raffreddore e Sars-Cov-2”, ha spiegato Alessandro Sette, tra gli autori dello studio.

I risultati dello studio, quindi, suggeriscono che la memoria del sistema immunitario potrebbe aiutarci a capire perché alcune persone riportano infezioni più lievi da Covid-19, mentre altre si ammalano più gravemente. Ma non solo: oltre a legarsi alla proteina spike, sottolineano i ricercatori, le cellule T cross-reattive sono state in grado di riconoscere molte altre proteine virali. Un dato che suggerisce come i vaccini contro il nuovo coronavirus non dovrebbero concentrarsi solo sulla proteina spike, ma sfruttare questa cross-reattività delle cellule T per aumentare l’efficacia del vaccino.

Tuttavia, sottolineano i ricercatori, questa è per ora solamente un’ipotesi, e servirà ancora molto lavoro per arrivare a prove più solide. “Ora abbiamo dimostrato che, in alcune persone, la memoria delle cellule T contro i coronavirus del comune raffreddore può riconoscere anche il nuovo coronavirus, fino alle sue strutture molecolari”, ha spiegato la co-autrice Daniela Weiskopf. È plausibile, quindi, che questa reattività immunitaria possa tradursi in diversi gradi di protezione alla Covid-19. “Avere una forte o migliore risposta dei linfociti T può dare l’opportunità di reagire molto più rapidamente”, conclude Sette.

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