Redatto da Oltre la Linea.

Quando, nei primi anni ‘90, è finita la Guerra Fredda, molti studiosi delle relazioni internazionali hanno concluso che il realismo come approccio teoretico avrebbe gradualmente perso la sua capacità di spiegare le relazioni internazionali.

L’emergere di un’egemonia americana senza alcun rivale, l’adesione dei paesi ex-comunisti in Europa centrale e orientale alle organizzazioni occidentali come la NATO e l’UE, l’ingresso di paesi non-occidentali come Cina, Brasile, India e Russia nella WTO e l’adozione dell’economia del libero mercato, la trasformazione della Comunità Europea nella Unione Europea con caratteristiche post-nazionali e la crescita della democrazia liberale come modo più legittimo di comunità politica avevano contribuito all’emergere del pensiero liberale nelle relazioni internazionali.

L’accelerazione del processo di globalizzazione avvenuto negli ultimi tre decenni ha contribuito all’illusione che il mondo stesse rapidamente diventato un piccolo villaggio globale nel quale fare politiche sulla base di differenze identitarie – fossero esse nazionali, etniche, religiose, geografiche e linguistiche – sarebbe stato obsoleto.

L’accelerazione dello sviluppo economico e la libertà di movimento di persone, beni, capitali e servizi sarebbe gradualmente culminata in una comunità globale nella quale persone di diversa posizione geografica sarebbero state unite dai valori comuni di multiculturalismo, secolarismo, tolleranza, costituzionalismo, libertà individuale e consumismo.

Gli iper-globalisti sostenevano anche che il processo di globalizzazione, nonostante le sue contraddizioni interne, avrebbe ridotto il gap di ricchezza tra il mondo sviluppato e quello in via di sviluppo, e avrebbe sollevato milioni di persone dalla povertà. Più il liberalismo avrebbe preso piede, più gli stati avrebbero impiegato politiche morbide e civili nella loro politica estera, e il mondo sarebbe diventato più kantiano e lockiano che hobbesiano.

La “bilancia del potere” realista sarebbe presto stata sostituita dagli sforzi di integrazione regionale e internazionale, e le strategie di sicurezza orientate all’auto-aiuto sarebbero state rimpiazzate da prospettive di cooperazione interstatale. La mentalità “siamo tutti sulla stessa barca” avrebbe preso piede rispetto alla predisposizione realista del cercare la sicurezza secondo la logica a somma zero.

IL RITORNO DEL PARTICOLARISMO

Nonostante l’ottimismo dei liberali, il mondo ha recentemente visto un forte ritorno al pensiero realista nelle relazioni internazionali. Il nazionalismo e la geopolitica vedono un forte revival, non siamo più sul punto di trascendere verso un mondo senza confini in cui l’universalismo ha sostituito il particolarismo.

L’emergere del Putinismo come ideologia politica sembra essere stato strumentale in questo processo. Dalla sua ascesa alla presidenza alla fine degli anni novanta, il presidente russo Vladimir Putin ha dato vita a una strategia caratterizzata dal rafforzamento dell’identità eurasiatica e di superpotenza della Russia, così come dall’allargamento della sfera di influenza a spese della penetrazione occidentale nella geografia post-sovietica; una politica che ha modellato l’attuale politica estera e di sicurezza della Russia.

Gli Stati Uniti offrono un altro esempio di questo revival del pensiero realistico nelle relazioni internazionali. Il processo è iniziato con Barack Obama ed è continuato con Donald Trump. Obama, sostenendo di essere il primo presidente americano del mondo post-americano, ha riconosciuto i limiti del potere americano nel dare vita a un mondo veramente liberale sulla base dei valori che sono stati tradizionalmente definiti dell’ “eccezionalismo americano”.

Trump è stato eletto su una base politica caratterizzata da realismo transazionale, mercantilismo, protezionismo, anti-globalismo e nativismo “America First”. Trump non solo ha rinunciato alle aspirazioni wilsoniane di rendere il mondo un posto sicuro per la democrazia, ma ha anche visto il mondo attraverso il prisma della competizione tra grandi potenze. Trump critica addirittura le fondamenta morali dell’America, mettendo in discussione i tratti multiculturali, secolari e universali della politica americana. Al contrario di Obama, che sembrava liberale in casa e realista all’estero, Trump sembra rinunciare alle credenziali liberali della politica su entrambi i fronti.

L’evoluzione della politica estera cinese nell’ultimo decennio suggerisce che la svolta realista ha preso piede negli anni recenti. Più la Cina è diventata potente in termini di capacità materiali, più ha iniziato a mettere in questione l’egemonia americana nell’Asia orientale e sudorientale, così come a promuovere il suo modello politico-economico oltre i propri confini attraverso iniziative come la Belt and Road. Gli sforzi cinesi di accattivarsi i propri vicini attraverso accordi di libero scambio e iniziative diplomatiche sembrano avere ormai reso noto che, per quei paesi che vedono gli USA come una sicurezza, non c’è un modo facile per dire di no alla Cina. La Cina sta creando, nella regione, uno spacco tra gli Stati Uniti e i suoi alleati.

L’Unione Europea, figlia del processo di integrazione postmoderna che punta a trascendere le secolari pratiche di realpolitik in Europa, da molti anni sta cercando la propria anima. È ormai diventato evidente che l’UE, per proteggere la sua identità distintiva e i propri obiettivi liberali nel nascente mondo realista, deve possedere gli strumenti di un grande attore geopolitico e strategico.

LE DINAMICHE EMERGENTI

La crescente tendenza a trovare soluzioni per le diverse sfide di politica estera e di sicurezza nel mondo attraverso la cooperazione tra le superpotenze, e altri meccanismi interstatali tradizionali, ha contribuito alla rinascita del pensiero realista nelle relazioni internazionali. Pratiche di sicurezza collettive, alleanze a lungo termine, partnership strategiche basate su valori comuni e la percezione di minacce solide si sono erose negli ultimi anni.

La speranza liberale che le soluzioni alle sfide globali potessero essere trovate nell’organizzazione collettiva e nelle pratiche multilaterale si sta rapidamente erodendo a causa del crescente appeal del bilateralismo e dello svuotamento di organizzazioni internazionali come la World Trade Organization.

La pratica della cooperazione ad hoc basata sui bisogni pragmatici e le priorità comuni è diventata popolare tra gli stati. La partecipazione a diverse organizzazioni regionali e internazionali è già diventata una pratica comune nelle relazioni internazionali.

Un’altra ragione per cui il realismo sta prendendo piede è perché l’equilibrio tra sicurezza e libertà ora tende a preferire la prima. Le pratiche volte a ottenere sicurezza e benessere all’interno dei limiti territoriali degli stati-nazionale e a mettere l’appartenenza nazionale al centro delle multiple identità di uno stato si è intensificata negli ultimi anni.

La crescita del terrorismo internazionale, del mercato globale senza restrizioni, dei movimenti migratori trans-nazionali e dell’erosione delle strutture statali principalmente nei paesi del terzo mondo hanno esasperato le ansie di sicurezza nei paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo. Ciò suggerisce che le persone, in molti paesi, vedono sempre più alle proprie autorità statali come i fornitori più credibili e affidabili di sicurezza e benessere.

Promuovere la democrazia liberale all’estero e lavorare per l’emergere di una vera comunità globale di esseri umani ha dato il via ai tentativi di rafforzare le strutture statali e a coltivare la legittimità interna attraverso la costruzione di una nazione più forte. In mondo volubile, incerto, complesso e ambiguo, molti stati hanno iniziato a mettere al centro delle proprie politiche la difesa territoriale e la preservazione della sovranità nazionale.

La trasformazione delle regioni mediorientali in un esempio vivente di anarchia hobbesiana dimostra che né la libertà né la democrazia possono prendere piede in un ambiente insicuro, in cui non ci sono meccanismi statali funzionanti. La globalizzazione sregolata e le crescenti interconnessioni hanno reso evidente che le insicurezze fuori dai nostri confini non restano mai lì. Nel mondo di oggi, le crisi hanno effetti contagiosi.

Ci stiamo muovendo verso un mondo di realismo strategico. Ciò che importa nel mondo di oggi è di essere in buoni rapporti col maggior numero di paesi possibile, non importa come sono governati internamente, così che gli stati possano garantirsi la propria integrità territoriale e la coesione sociale contro le minacce esterne. Questa è una svolta a centottanta gradi rispetto ai giorni dell’ottimismo liberale praticato nei primi due decenni dell’era post – Guerra Fredda.

FARE I CONTI CON LA NUOVA REALTÀ

La svolta realista nella politica estera americana, probabilmente, si intensificherà negli anni a venire, non importa che Trump vinca le prossime elezioni presidenziali del 2020 o meno. Le pratiche di smettere di promuovere la democrazia liberale all’estero, di rilegare le responsabilità ai poteri regionali, di diminuire la presenza militare americana in Medio Oriente, di fare pressione sugli alleati europei affinché spendano di più per la propria difesa, e lavorare nell’Asia orientale per contenere l’avanzata cinese sono cose che Trump ha ereditato da Obama. Lui ha, in più, fatto intendere che non ama le piattaforme multilaterali, come la NATO.

Il declino del primato della potenza occidentale nella politica globale, così come l’erosione dell’ordine mondiale liberale a guida americana, è accelerato con Trump. Non solo l’amministrazione Trump ha adottato una politica estera nativista e pseudo-isolazionista, ma anche gli alleati europei dell’America hanno iniziato a dedicare il proprio tempo e le proprie energie sulle sfide intra-europee con l’idea di salvare ciò che è rimasto del processo di integrazione dell’Unione Europea.

Dall’altro canto, rinforzate dal progressivo declino dell’Occidente, le potenze non-occidentali anno iniziato, negli anni recenti, a giocare un ruolo molto più decisivo e influente nella politica globale. Il mondo realista è nel pieno della sua realizzazione.

(da Daily Sabah – traduzione di Federico Bezzi)

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