(foto: Radoslav Zilinsky via Getty Images)

Quante persone con Covid-19 rimangono del tutto asintomatiche durante tutto il periodo in cui sono positive al virus? E quanto sono contagiose? Questi dubbi ci hanno accompagnato durante tutta la pandemia di Covid-19. Oggi un’indagine condotta dall’università di Berna ha revisionato un’ampia quantità di prove e dati disponibili sul tema e indica che gli asintomatici reali (o puri, potremmo dire), che non includono i presintomatici, sarebbero molti meno di quanto stimato finora: le infezioni asintomatiche sarebbero soltanto circa un 20% del totale. È una delle prime volte in cui una ricerca si concentra e prova a distinguere, all’interno del grande gruppo dei sintomatici, chi effettivamente non avrà mai i sintomi e chi non ha sintomi ma li svilupperà a breve (i presintomatici), che sarebbero il restante 80% e che avrebbero un ruolo centrale anche nel contagio, molto più degli asintomatici puri. Lo studio è stato pubblicato su Plos Medicine.

La distinzione è importante: finora vari studi (pensiamo a quello di Vo’ Euganeo e non solo) indicano che quasi la metà dei contagi avverrebbe da persone senza sintomi. E su questa cifra è d’accordo anche Antony Fauci, immunologo a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, protagonista scientifico nella task force Usa per il coronavirus, che ne parla in un’intervista appena pubblicata sul British Medical Journal. In generale il problema di questi studi è che spesso non nascono con l’obiettivo di stimare la percentuale di asintomatici e non è chiaro – e anche nell’intervista di Fauci non è specificato – e non è semplice stabilire, anche a detta degli autori di queste pubblicazioni, se nella categoria siano stati inclusi o meno anche i presintomatici.

Asintomatici o presintomatici?

Oltre ai sintomatici, ci sono gli asintomatici, persone che non hanno sintomi. Fra questi, alcuni, asintomatici reali che, pur positivi al Sars-Cov-2, non svilupperanno mai alcun sintomo. E poi ci sono persone presintomatiche, che non hanno manifestazioni cliniche ma che le presenteranno nel giro di pochi giorni. Queste persone si trovano nel periodo di incubazione – in media si stima che all’interno di questa finestra temporale le persone siano più contagiose a partire da due giorni prima della comparsa del primo sintomo. Già perché Covid-19, a differenza di altre infezioni e malattie infettive, ha un periodo di latenza abbastanza ampio in cui la persona non ha ancora i sintomi ma è già molto contagiosa. Anche questo ha permesso al virus di diffondersi e ancora adesso di circolare più facilmente fra la popolazione, soprattutto se la persona contagiata non adotta le misure di protezione, fra cui il distanziamento e l’uso costante della mascherina.

Lo studio odierno

Gli autori hanno analizzato i dati di 94 studi su pazienti con Covid-19 rintracciati sulle banche dati scientifiche di PubMed, Embase, bioRxiv e medRxiv. Al momento dell’analisi 23 studi risultavano ancora non peer reviewed e in preprint. Nella maggior parte degli studi considerati – 79 pubblicazioni su più di 6mila pazienti, svolte in 19 diversi paesi – i partecipanti che hanno contratto l’infezione e sono rimaste asintomatiche, cioè non hanno mai sviluppato alcun sintomo, sono circa il 20%. Mentre in una piccola quantità di studi la percentuale sale al 31%. Dalla ricerca, dunque, emerge pertanto che in media la maggior parte delle persone contagiate svilupperà qualche sintomo. Gli scienziati hanno anche considerato i presintomatici, spiegando che stimare quanti sono non è semplice e non molti studi si concentrano su questo, per cui non ci sono dati certi. I limiti dell’indagine, inoltre, riguardano il fatto che gli studi esaminati spesso non sono stati realizzati con lo scopo di stimare la percentuale degli asintomatici e che i falsi positivi e negativi non sono stati tenuti in considerazione.

In base ai dati disponibili, inoltre, gli autori indicano che la probabilità di essere contagiati da asintomatici sarebbe più bassa rispetto a quella da sintomatici e a quella da presintomatici, anche se comunque presente. Nell’ordine i più contagiosi sono i sintomatici, seguiti dai presintomatici (2-3 giorni prima della comparsa dei sintomi) e poi dagli asintomatici. I ricercatori specificano che sono necessari ulteriori approfondimenti per capire qual è il reale impatto delle infezioni da asintomatici.

Come interpretare i dati

I risultati dell’analisi non supportano l’idea diffusa che gli asintomatici rappresentino quasi la metà dei contagiati e gli autori scrivono che in molte ricerche ci sono dei limiti o dei pregiudizi prospettici che portano a sovrastimare gli asintomatici. “Per valutare la reale proporzione delle infezioni Sars-Cov-2 asintomatiche”, scrivono gli autori nelle conclusioni, i ricercatori hanno bisogno di realizzare studi prospettici longitudinali con definizioni chiare, metodi che minimizzino errori nelle misure e nella selezione, e una chiara capacità di relazionare questi dati”.

Ma a livello pratico nella nostra vita quotidiana non cambia nulla. “Il contributo dei contagi da pre-sintomatici e asintomatici – proseguono – indica che la combinazione di misure di prevenzione, con un’aumentata igiene delle mani, l’uso delle mascherine, il test tracing e strategie di distanziamento e isolamento sono ancora necessarie”.

Cos’ha detto Antony Fauci al Bmj

Gli studi abbondano, a partire da quello condotto a Vo’ Euganeo e poi molti altri e indicano che un’ampia fetta della popolazione colpita dal coronavirus non avrà mai i sintomi. In questo “abbiamo sbagliato”, ha dichiarato Fauci nell’intervista al Bmj. “Nella fase iniziale non sapevamo che circa il 40-45% dei casi è asintomatico. E recenti studi mostrano che forse fino al 50% delle trasmissioni avviene da un asintomatico a una persona non infetta”, asintomatica a una persona non infetta”. E aggiunge: “Non possiamo ignorare l’infezione asintomatica dato che è uno degli elementi centrali dell’epidemia. A volte capita di fare dichiarazioni sulla base delle informazioni che si hanno. Una delle cose che ho imparato nel corso degli anni è che bisogna essere abbastanza umili e sufficientemente flessibili, man mano che i dati cambiano, per cambiare le linee guida e le raccomandazioni”.

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