(foto: Wikimedia/Pixabay)

Per gestire la pandemia ora abbiamo un semaforo, sì, ma con qualche lampadina già bruciata. Il nuovo impianto di gestione delle chiusure è stato predisposto con l’ultimo Dpcm firmato dal premier Giuseppe Conte questa settimana, e ora è pronto per l’effettiva partenza dopo la serata di ieri e la scaglionatura delle regioni annunciata in conferenza stampa. Un sistema che pare logico nei princìpi, ma complesso e arduo da mettere in pratica nel momento dell’assegnazione regione per regione, eccezion fatta per quei territori più colpiti dal nuovo coronavirus dove le decisioni erano di fatto già prese in partenza.

L’antefatto è ormai storia nota. In tutto il paese con il nuovo decreto vengono attivate ulteriori chiusure rispetto al recentissimo Dpcm del 24 ottobre, rendendo l’Italia intera una cosiddetta zona gialla. Si prevede però – novità assoluta – che in alcune aree corrispondenti ai territori regionali possano essere aggiunti due ulteriori giri di vite. Il primo trasforma da giallo in arancione, ossia riconosce una situazione di elevata gravità, e il secondo porta al rosso, ossia qualcosa di piuttosto somigliante a un lockdown e corrispondente a una situazione di massima gravità. Arancioni, per il momento, sono Puglia e Sicilia, mentre le rosse sono 4: Calabria, Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta.

Al di là delle specifiche restrizioni e dei dettagli fini delle chiusure, di cui abbiamo parlato qui, è interessante capire (o meglio, tentare di capire, visto che non è affatto chiaro) sulla base di quali criteri e parametri vengano individuate le regioni arancioni e rosse. Anticipiamo subito la conclusione: ci sono già parecchi problemi e una certa confusione nella settimana zero di attivazione del provvedimento, e le cose paiano non poter fare altro che peggiorare. Già queste prime assegnazioni, peraltro, sono frutto di un lungo lavoro di discussione e confronto, che ha presumibilmente ritardato di un giorno l’entrata in vigore dei provvedimenti.

Ricordate il flow chart?

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La prima pagina del diagramma del Dpcm del 26 aprile

Nel testo del Dpcm del 3 novembre (qui in pdf), in particolare all’articolo 3 sulle “ulteriori misure di contenimento del contagio in aree […] di alto rischio”, si fa esplicito riferimento al diagramma di flusso pubblicato sempre per decreto lo scorso aprile (altro pdf qui), creato proprio per regolare con un impianto logico-matematico le attivazioni e le disattivazioni delle misure restrittive. A completare lo scenario, e di nuovo citato esplicitamente dall’ultimo Dpcm, è il documento di “prevenzione e risposta a Covid-19 […] per il periodo autunno-invernale(ultimo pdf), chiuso in redazione lo scorso 12 ottobre.

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La seconda pagina del diagramma del Dpcm del 26 aprile

Fin qui l’impianto normativo sembra essere piuttosto chiaro, almeno da un punto di vista qualitativo, tanto che Conte in conferenza stampa ha parlato esplicitamente di oggettività del processo. Le difficoltà, però, iniziano proprio quando si passa alle questioni numeriche. Almeno sulla carta, la valutazione della gravità della situazione dovrebbe dipendere da ben 21 parametri che spaziano dal numero di casi registrati al rapporto tra casi positivi e tamponi fino alla capacità del sistema sanitario di tracciare i contagi e testare i pazienti sospetti. Anzitutto, per 20 dei 21 parametri non si trovano indicate soglie di riferimento che possano distinguere i livelli di gravità. E alcuni, in particolare, sembrano essere proprio impossibili da misurare con valori numerici, come la “possibilità di garantire adeguate risorse per contact tracing, isolamento e quarantena”. Il solo appiglio generale è il riferimento al trend di miglioramento”, che diventa significativo quando vale per “almeno il 60%” dei parametri.

L’unico dei parametri per il quale esistono dei criteri espliciti e specifici è il celeberrimo e chiacchieratissimo indice di trasmissione Rt, in base al quale sono individuati i quattro scenari di rischio. In particolare lo scenario 3, detto di trasmissibilità sostenuta e diffusa, corrisponde a Rt compreso tra 1,25 e 1,5, mentre lo scenario 4, trasmissibilità non controllata, si ha per Rt superiore a 1,5. In particolare, si entra nello scenario 4 quando gli scienziati ritengono che si trovi sopra a 1,5 con una confidenza superiore al 95%.

La perdita di oggettività

Se l’indice di trasmissione Rt si presta a una valutazione quantitativa univoca, l’ultimo decreto del governo scombina le carte introducendo due ulteriori step di valutazione. Il primo è il livello di rischio di ciascuna regione individuato dal lavoro combinato di Comitato tecnico scientifico, Istituto superiore di sanità e ministero della Salute, che deve essere necessariamente alto affinché le misure più restrittive possano essere attivate. Su questo punto, tuttavia, non paiono esistere criteri tabulati o predefiniti, dunque sembra esserci una certa discrezionalità da parte delle istituzioni stesse nel dare una valutazione d’insieme sui 21 parametri di cui si è scelto di tenere conto. Anche ammesso che le decisioni in seno al Comitato, Iss e ministero siano di volta in volta largamente condivise, è evidente che questo (almeno apparente) margine interpretativo possa dare adito a polemiche politiche e proteste, proprio perché le regole del gioco non sono scritte con precisione. Lo ribadiamo: ci sono casi in cui la situazione pare così netta da mettere d’accordo tutti, ma per esempio il limite tra “rosso” e “arancione” non è chiaro quale sia.

Il secondo step decisivo è che l’ordinanza del ministro della Salute non è affatto automatica, ma deve essere decisa “d’intesa con il presidente della Regione interessata”. Inoltre, il mancato automatismo è ribadito anche dal testo nel passaggio in cui si afferma che l’ordinanza semplicemente “può essere prevista”. “Può”, non “deve” né “è”. Anche se in conferenza stampa Conte ha descritto questo passaggio più come un gioco di squadra che come una potenziale fonte di conflittualità (che resta tutto da dimostrare), il fatto stesso che esistano questi confronti e mediazioni indica che le decisioni non sono affatto meccaniche e algoritmiche, bensì collegiali e frutto di un dibattito.

A dimostrazione di questo margine di libera interpretazione ci sono anche le tante mappe delle regioni comparse nelle ore immediatamente successive alla pubblicazione del decreto. A livello mediatico, infatti, si è tentato di azzardare una colorazione di tutte le regioni italiane, basandosi su un mix delle indiscrezioni uscite dalle sale della politica e dell’unico criterio misurabile e parametrizzato a disposizione: il solito Rt. In pratica è stato arbitrariamente associato lo scenario 4 di Rt alle zone rosse, e lo scenario 3 alle zone arancioni. Molte testate giornalistiche, giustamente, hanno però specificato accanto alla mappa che si trattava di “restrizioni non ufficiali”, proprio perché la decisione ha un margine discrezionale che può essere decisivo. E infatti poi quelle stesse mappe si sono rivelate solo parzialmente allineate con le decisioni prese dal governo.

Il fattore tempo

Secondo il Dpcm la valutazione delle zone rosse e arancioni deve essere ripetuta con frequenza almeno settimanale. Ossia nella pratica, presumibilmente, sulla base dei dati cumulativi raccolti dal lunedì alla domenica, a cui si aggiunge anche tutto lo storico precedente e dunque il trend di medio periodo. Il passaggio a una zona più scura viene rivalutato ogni settimana, mentre il ritorno in fascia più chiara più avvenire solo dopo due settimane di dati rassicuranti.

Tuttavia, occorre tenere conto che all’aggravarsi della situazione epidemica anche tutta la macchina di raccolta dati potrebbe andare in tilt. Questo parametro, ossia l’impossibilità di avere dati per fare una valutazione del livello di rischio, è in qualche modo contenuto tra le righe nei 21 criteri su cui dovrebbe basarsi il Comitato tecnico scientifico, anche se non esplicitamente citato. Vale a dire, il mancato conferimento dei dati da parte di una Regione è esso stesso un elemento che suggerisce e indica un elevato livello di problematicità nella gestione dell’epidemia.

Tutto apparentemente sensato, senonché già nella settimana di avvio di questo nuovo sistema pare che il metodo abbia funzionato solo parzialmente. Sulla carta, infatti, i provvedimenti di chiusura decisi questa settimana dal Ministro della salute Speranza insieme ai presidenti delle Regioni dovrebbero essere stabiliti soprattutto in base all’ultima settimana di dati, ossia dal 26 ottobre al primo di novembre. Invece, causa ritardo nella trasmissione dei dati al Comitato tecnico scientifico, si è stabilito in corsa che tutte le decisioni fossero basate su informazioni che si fermavano alla settimana precedente, ossia dal 19 al 25 ottobre.

Le criticità sono almeno un paio. Per prima cosa, soprattutto in una fase di crescita rapidissima del contagio e di progressivo affaticamento dei sistemi sanitari regionali, prendere il 4 novembre una decisione basata su dati vecchi di 10-16 giorni (che poi sappiamo essere ulteriormente allungati dai tempi fisiologici di raccolta e trasmissione) significa essere parecchio in ritardo rispetto alla situazione odierna. Una situazione che oggi è, presumibilmente, ovunque ben peggiore di quella di allora. E poi, per secondo, è la prova plastica di come tutto l’impianto semaforico decisionale sia di fatto piegabile al volere e alla volontà politica. Come confermato dal fatto che le decisioni sulle singole regioni siano state a lungo in bilico, e non certo perché qualcuno doveva finire di fare dei conti.

Ciò non significa che le decisioni finali, e l’assegnazione di settimana in settimana delle zone arancioni e rosse, siano necessariamente sbagliate. E in questo l’analisi dei dati compiuta da esperti sulla base dei trend e non dei bollettini quotidiani può certamente fornire una fotografia più sensata della situazione. Ma suggerisce come tutto il meccanismo delle chiusure e riaperture si prospetti frutto di compromessi, scelte e strategie politiche (oltre che, si spera, di buon senso), e non su criteri scientifici precisi, quantitativi, chiari e misurabili. O per lo meno, se anche questi criteri esistessero, nessuno li ha mai detti o esplicitati.

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