Nell’epoca del trionfo della tecnologia digitale, i fallimenti fanno ancora più rumore. L’elenco, inoltre, inizia a essere lungo: a dieci anni dalla sua creazione, le applicazioni concrete della blockchain (per non parlare dei bitcoin) sono ancora modeste, soprattutto per uno strumento che avrebbe dovuto cambiare il mondo. Le auto a guida autonoma – la cui comparsa era prevista proprio nel 2020 – vengono invece costantemente rimandate, e lo stesso si può dire per le macchine volanti o per i droni con passeggero. Un destino (comprensibilmente) ancora peggiore quando fantascientifici sogni vengono confusi per reali possibilità: dalla superintelligenza artificiale alla diffusione dei robot da compagnia, fino alla replica digitale del cervello umano che ci avrebbe permesso di conquistare l’immortalità. Dopo averci lasciato immaginare un futuro alla Ghost in the Shell, la Silicon Valley si sta bruscamente risvegliando. E l’ultima grande promessa a subire una brutta battuta d’arresto è la realtà aumentata.

Attenzione: la promessa mancata non è la realtà aumentata nella sua versione più semplice – come Pokémon Go o altre applicazioni per smartphone – ma quella che puntava a proiettare il mondo digitale, attraverso un visore, direttamente davanti ai nostri occhi, fondendo definitivamente l’ambiente fisico e quello digitale nel Mirrorworld immaginato da Kevin Kelly o nella Hyper-reality del designer Keiichi Matsuda.

Questo futuro immaginifico ha subito una brusca battuta d’arresto nel momento in cui Magic Leap, la startup più promettente e ambiziosa del settore, ha annunciato il licenziamento di mille persone (circa metà del suo staff) e la volontà di abbandonare la conquista del mercato di massa per puntare esclusivamente su quello aziendale. Un drammatico ridimensionamento per la società fondata in Florida nel 2010 e che per lunghi anni ha tenuto il mondo tecnologico col fiato sospeso, centellinando i demo che mostravano una mixed reality immersiva in cui draghi digitali facevano capolino nell’ambiente fisico e in cui le notifiche dei social network comparivano direttamente davanti ai nostri occhi.

Che i segnali giunti nell’ultimo paio d’anni non fossero incoraggianti si era capito. Alcune recensioni avevano già sottolineato i numerosi difetti dei prototipi di Magic Leap, ma una prima vera indicazione di come le cose stessero prendendo una brutta piega è giunta quando – dopo una fase di sviluppo lunga cinque anni – il primo prodotto messo in commercio, il Magic Leap One, si è risolto in un flop di vendite clamoroso.

Il Ceo della società Rony Abovitz aveva affermato di voler vendere un milione di Magic Leap One nel primo anno, ma le cose sono andate molto diversamente: nel dicembre 2019, a sei mesi dal lancio, erano stati venduti solo seimila dispositivi. Troppo ingombranti, troppo costosi (2.300 dollari) e soprattutto dotati di poche applicazioni (videogiochi o altro) per convincere i consumatori a spendere una cifra del genere, quando per molto meno è possibile vivere notevoli esperienze immersive in realtà virtuale.

Un rovescio della sorte fino a poco fa imprevedibile per la startup che era considerata l’unicorno del settore hardware, e che nel corso degli anni aveva accumulato finanziamenti pari a 2,6 miliardi di dollari (erogati da colossi come Google, Jp Morgan Chase, Alibaba, AT&T, Morgan Stanley, il fondo pubblico dell’Arabia Saudita, Qualcomm Ventures e altri ancora).

Per quanto possa sembrare paradossale, il Magic Leap One è ricaduto negli stessi errori che hanno messo fine alla prima incarnazione dei Google Glass: la tecnologia è promettente, ma non si capisce bene a che scopo utilizzarla. Le vere potenzialità di un dispositivo di questo tipo, nel mercato di massa, si potranno esprimere quando sarà possibile indossarlo in mobilità, per andare in giro immersi in un mondo in cui il digitale e il fisico si sono fusi. Sfruttarlo in casa (chi andrebbe a spasso con un apparecchio del genere in testa?) significa invece limitarlo ai soli videogiochi. Ma in questo settore il mondo delle console tradizionali e quello della realtà virtuale godono di un vantaggio al momento incolmabile.

È la fine? Non potremo goderci (o forse subire) quel futuro onlife senza più distinzione tra fisico e digitale? Non è detto. Anche l’intelligenza artificiale ha impiegato decenni per affermarsi, dopo una serie interminabile di false partenze, ritirate strategiche e sparizioni durate anni. Forse Magic Leap riuscirà a ricrearsi un mercato nel mondo business (come Hololens di Microsoft e la nuova incarnazione dei Google Glass) che le consentirà più avanti di ritrovare la strada del mercato di massa. O più probabilmente questo traguardo verrà raggiunto dagli altri colossi finora rimasti nell’ombra ma che da tempo stanno lavorando ai loro visori in realtà aumentata (tra cui Apple, Amazon e Facebook).

La strada perseguita da questi colossi sembra però andare in direzione opposta rispetto a quella di Magic Leap. Apple e gli altri non stanno progettando prodotti ingombranti e già dotati di una completa esperienza in realtà aumentata, ma occhiali il più possibile agili da indossare (per usarli ovunque senza problemi) e dotati solo delle caratteristiche che si possono inserire senza comprometterne il design.

Altre realtà guardano ancora più avanti: alle lenti a contatto smart. Mojo Vision è una startup californiana fondata nel 2015 che ha l’obiettivo di portare la realtà aumentata direttamente sulla retina. Dopo aver appoggiato le lenti a contatto sugli occhi non sarà possibile solo zoomare digitalmente sugli oggetti, ma avere anche a portata di sguardo tutta una serie d’informazioni: ruotando gli occhi verso sinistra potrete vedere la temperatura, le previsioni meteorologiche e altre informazioni utili. Puntando lo sguardo a destra otterrete invece le condizioni del traffico e le alternative migliori al tragitto per recarvi al lavoro. Verso l’alto, a ore 12, si trova invece il calendario degli appuntamenti e una lista delle cose da fare.

Il progetto – di cui esistono solo dei primi prototipi – ha raccolto finora 160 milioni di dollari da realtà come Gradient Ventures (di proprietà di Google), la Stanford University, Motorola e altri. Stando a quanto affermato da Mojo Vision, ci vorranno ancora due o tre anni prima che il prodotto approdi sul mercato, e nessuno si stupirebbe se queste smart lens (che inizialmente saranno un dispositivo medico per chi soffre di disturbi oculari) subiranno ritardi o peggio. Dopo il flop di Magic Leap, non è facile dare credito alle fantascientifiche promesse dell’ennesima startup rivoluzionaria. Ma continuare a sognare – a meno che non siate investitori milionari – non costa nulla.

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