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Anzitutto, niente allarmismi: le notizie che negli ultimi giorni si rincorrono a proposito degli effetti collaterali determinati dal vaccino targato AstraZeneca e sviluppato a Oxford sono sostanzialmente corrette, ma descrivono una situazione non molto diversa da quella che ci si sarebbe potuti attendere con una campagna vaccinale intensiva rivolta a una fascia molto ristretta della popolazione.

Il problema sollevato, infatti, non riguarda la gravità delle reazioni avverse, ossia la condizione individuale della singola persona, quanto piuttosto il disservizio determinato dal fatto che tanti (per esempio insegnanti e altro personale scolastico) si stiano assentando dal lavoro quasi contemporaneamente. Forse, con il senno di poi, si sarebbero potute semmai distribuire le somministrazioni su un arco di tempo un po’ più lungo.

Nessuna novità per gli effetti gravi

Dopo aver somministrato circa 400mila dosi di vaccino AstraZeneca al personale scolastico (siamo a un terzo del totale), resta confermato il dato più importante di tutti: le reazioni avverse gravi sono molto rare, ossia si presentano con una frequenza inferiore a una volta ogni 10mila vaccinati. Naturalmente, come per tutti i vaccini, qualche caso sporadico di reazione grave è possibile, ma si tratta come noto di persone che si trovano in condizioni cliniche particolari. Chi ha una forte predisposizione allergica, per esempio, viene sottoposto alla vaccinazione in ambiente protetto ed è tenuto sotto più stretto monitoraggio.

Tutto ciò potrebbe essere considerato una non-notizia, nel senso che semplicemente rispecchia ciò che già ci si attendeva dopo le prime sperimentazioni. Ma fa da doverosa premessa a tutte le altre valutazioni e discussioni.

Lievi, sì, ma troppi?

Ciò che pare avere sorpreso in termini di effetti collaterali del vaccino AstraZeneca è la frequenza delle reazioni di lieve entità, che secondo la percezione di alcuni sarebbe ben superiore rispetto alle attese. “Sono tantissimi i casi segnalati”, “troppi effetti collaterali”, si legge su testate giornalistiche online, e addirittura sui social c’è chi afferma che gli effetti riguardino “quasi tutti” o persino “tutti i vaccinati”.

Tuttavia, sono davvero troppi? Ci sono almeno tre considerazioni da fare. La prima è che la quantificazione della frequenza di ciascun effetto (con relativa determinazione dell’incertezza statistica) richiede una valutazione rigorosa e sistematica. Un campione statistico piccolo come quello dei colleghi, una raccolta in stile cherry picking dei soli casi in cui si segnala qualche reazione avversa e l’effetto del passaparola sono alcuni tipici esempi di piccole distorsioni cognitive a cui tutti siamo esposti, e che possono determinare una rappresentazione della situazione distorta rispetto alla realtà. In linea di principio è senz’altro possibile che gli effetti avversi siano davvero più frequenti delle attese, ma non possono essere le testimonianze raccolte dai social network o le dichiarazioni di pochi dirigenti scolastici a rappresentare la prova schiacciante di una nuova evidenza scientifica.

In secondo luogo, ciascun effetto collaterale è stato definito in modo piuttosto rigoroso. Per esempio, in diversi casi è stato contestato il dato ufficiale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) secondo cui la febbre comparirebbe solo nel 7,9% dei vaccinati, ritenendolo un valore decisamente troppo basso. Tuttavia, in questo caso si definisce febbre solo una temperatura superiore ai 38,0°C, mentre il cosiddetto stato febbricitante (con temperature da 37,0°C a 37,9°C) viene considerato un effetto diverso dalla febbre e riguarderebbe il 33,6% dei vaccinati, ossia in sostanza uno su tre. Qui, dunque, si tratta più probabilmente di un qui pro quo (o di una ambiguità) nelle definizioni che di una vera discrepanza tra evidenza scientifica e percezione.

Qualcosa di simile probabilmente vale anche per la gravità degli effetti stessi: febbre anche oltre i 38°C, dolore alle ossa e ai muscoli, mal di testa, nausea, spossatezza e brividi (magari pure tutti assieme) possono determinare un quadro piuttosto fastidioso in cui il neo-vaccinato dichiara di “stare male” o “malissimo”. Dal punto di vista clinico, però, si parla comunque di effetti molto lievi, lievi o moderati, perché non determinano situazioni gravi o di emergenza, non mettono in pericolo il paziente e tendono a risolversi spontaneamente entro qualche ora o qualche giorno al massimo dall’iniezione.

Infine, come terzo punto, va sottolineato che in generale i diversi effetti lievi e moderati indotti dal vaccino sono tutti piuttosto frequenti, quindi è assai probabile averne almeno qualcuno. In pratica, è più probabile avere male al braccio nel punto dell’iniezione che non averlo, è più probabile avere mal di testa che non averlo, è più probabile sentirsi stanchi che in forma, è quasi equiprobabile avere o non avere dolore ai muscoli, e così via. Dunque, statistiche alla mano, sarebbe quasi un caso eccezionale il non provare alcuno di questi sintomi, mentre il caso più probabile è certamente di sperimentarne più d’uno.

Statistiche alla mano

Come anticipato, la frequenza degli effetti avversi non gravi è piuttosto alta per diverse condizioni. Si parte ovviamente dal punto dell’iniezione: arrossamento e calore non sono nemmeno considerati effetti avversi, mentre il dolore (secondo i primi studi) si manifesta nel 63,7% dei vaccinati se si esercita pressione, e nel 54,2% anche senza toccare o stimolare il punto del braccio in questione. Seguono la stanchezza o l’affaticamento con il 53,1%, la cefalea con il 52,6%, il malessere generale con il 44,2%, il dolore ai muscoli con il 44,0%, i brividi o i tremori con il 31,9%, il male alle ossa con il 26,4% e la nausea o il vomito con il 21,9%. La temperatura alterata riguarda il 33,6%, con il superamento di quota 38°C nel già citato 7,9% dei casi.

A queste si aggiungono, poi, altre possibili reazioni avverse meno frequenti. Tra le non comuni, ossia presenti con frequenza tra lo 0,1% e l’1%, ci sono l’ingrossamento dei linfonodi, la riduzione dell’appetito, la sonnolenza, i capogiri e le vertigini, le eruzioni cutanee, il prurito e la sudorazione eccessiva. Altre manifestazioni, più o meno serie, si manifestano invece in meno di un caso ogni mille.

In generale tutte le reazioni avverse, incluse quelle lievi o lievissime, tendono a manifestarsi più spesso nelle persone giovani o comunque sotto ai 65 anni di età. Ciò sarà determinante in futuro, perché il vaccino AstraZeneca è ora autorizzato in Italia per tutti i maggiorenni ritenuti non vulnerabili, mentre finora non ha inciso affatto dato che gli over 65 nel nostro paese non sono mai stati vaccinati con questa formulazione. Questo effetto dell’età è comunque dovuto al fatto che i più giovani hanno una risposta immunitaria più forte al vaccino, che indica in generale una più alta probabilità di sviluppare anticorpi e diventare immuni al Covid-19.

Secondo le statistiche sugli effetti avversi raccolte in Francia tra il 6 e il 10 febbraio (un campione di 10mila persone) quelli ritenuti meritevoli di segnalazione sono circa l’1,5% del totale. Ciò non significa che tutte queste segnalazioni – in numero assoluto sono state 149 – siano corrisposte a eventi gravi, ma perlomeno questo dato permette di fissare un limite superiore: il 98,5% dei pazienti che in quel periodo hanno ricevuto AstraZeneca ha avuto reazioni così lievi da non ritenere di dover segnalare alle autorità il proprio caso. Per l’Italia non abbiamo ancora a disposizione rapporti che includano il vaccino AstraZeneca, ma verranno pubblicati nelle prossime settimane qui.

Niente panico, ma razionalità

Anche se i dati disponibili a oggi non destano alcuna particolare preoccupazione sulla sicurezza del vaccino Oxford-AstraZeneca, ciò non significa che tutto stia filando nel migliore dei modi possibili. Anche se si tratta solo di qualche linea di febbre, di un po’ di nausea e spossatezza, la somministrazione del vaccino può comunque determinare un malessere generale sufficiente a far saltare il lavoro o gli altri impegni per qualche giorno.

Si tratta di un aspetto per cui non ha senso allarmarsi, ma a cui occorre essere preparati e che va gestito. Vaccinare un’intera famiglia, l’intero corpo docente di una scuola o un reparto di un’azienda potrebbe non essere una scelta lungimirante, perché potrebbe mettere temporaneamente ko tutti quanti assieme. Scaglionare di qualche giorno appena le somministrazioni, sia per la prima sia per la seconda dose, potrebbe essere sufficiente ad affrontare la campagna vaccinale con più serenità.

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