L’app di Singapore (foto: Catherine LaiI/Afp via Getty Images)

Immuni”, l’applicazione che nel giro di qualche settimana avremo a disposizione per sperimentare anche in Italia un “contact tracing” in stile Singapore, promette di sollevare diversi problemi. Non solo per il modello tecnologico e di gestione dei dati che alla fine si sceglierà di implementare (centralizzato o decentralizzato, cioè con i dati in mano a server statali o memorizzati negli smartphone delle persone) ma per questioni, per così dire, più antropologiche. Che entrano nel vivo dell’uguaglianza costituzionale fra i cittadini.

Il punto di partenza è che, secondo gli esperti dell’università di Oxford, se un’app di questo genere non viene installata e utilizzata – attenzione, il passaggio è doppio: scaricare e attivare il bluetooth autorizzandone le attività per l’applicazione – dal 60% della popolazione di riferimento, o l’80% degli smartphone, rischia di non essere utile. Costruire modelli epidemiologici, e tracciare rapidamente i contatti avuti da un eventuale positivo, o sospetto tale, nei due o tre giorni precedenti sarebbe insomma fine a se stesso perché la copertura sarebbe insufficiente a ottenere risultati significativi. Sembra quasi ricalcare le logiche della celebre immunità di gregge. Insomma, bisognerà convincere circa 36 milioni di italiani, nonni compresi, a utilizzarla. E no, complicato ci si possa riuscire con gli sms a pioggia in stile Lombardia.

Gli smartphone in Italia, dice l’ultima indagine Auditel Censis, sono 43,6 milioni e le Sim dati 55 milioni (dati Agcom). Aggiungendo che ogni italiano possiede più di uno smartphone e più di una scheda, occorre insomma convincere otto possessori di telefoni su 10 a scaricare e, insisto su questo punto, usare Immuni. Questo è il vero problema: come fare a convincere in breve tempo una tale mole di cittadini a usare l’applicazione? Facebook, il più popoloso social network del mondo, raggiunge una trentina di milioni di persone e ha da tempo toccato una sorta di tetto in termini di crescita.

Oggi il Corriere della Sera paventa un sistema piuttosto scivoloso. Da una parte individua un “braccialetto” per le persone anziane, un po’ sul modello del Lichtenstein. Dall’altra, e qui si entra nel cuore della questione, spiega che una delle strade che il governo potrebbe avere in mente sarebbe quella di penalizzare chi non dovesse scaricare e usare l’app mantenendo restrizioni di qualche tipo alla mobilità. Una stretta agli spostamenti, magari quelli più ampi, come fra comune e comune o, quando sarà possibile, fra regione e regione, per chi si rifiuta di collaborare a un progetto di salute collettiva. L’adesione al quale rimarrebbe comunque, pur con queste limitazioni, volontaria.

Bel vicolo cieco. Da una parte avremo a breve a disposizione uno strumento che, con tutti i suoi grattacapi da risolvere in termini di progettazione e privacy, promette di darci una mano a individuare e isolare tempestivamente i possibili contagi, spegnendo sul nascere nuovi focolai e accompagnandoci in una “fase 2” fatta di distanziamento sociale e di diverse altre strategie. Dall’altra non possiamo obbligare ogni italiano a installarla sul telefono e quindi dobbiamo immaginare un sistema di nudging, cioè una spintarella incentivante piuttosto marcata, per convincerne tanti, e in poco tempo, che ne vale la pena. Perché in fondo, al netto del beneficio collettivo, ciascuno di noi ci guadagna qualcosa.

Qual è il limite di questo sistema di nudging? Fino a quale soglia può spingersi per evitare che “Immuni” si trasformi in un flop? Molti, come il deputato Pd Filippo Sensi, scrivono giustamente che “decisioni che mettano capo a cittadini di serie A e di serie B sono contro la Costituzione. Il sistema a punti lasciamolo ai paesi autoritari. Sicurezza è libertà”. D’altra parte, volendo togliere di mezzo ogni “premialità” o differenziazione fra cittadini, ci vuole allora un lavoro di comunicazione senza precedenti, una rete di “digital angel”, di evangelizzatori che esponga i vantaggi, ne spieghi il funzionamento, ne spinga l’adozione nelle diverse comunità, azienda per azienda, quartiere per quartiere, condominio per condominio, convincendo anche il più dietrologo dei nostri concittadini della bontà del progetto. E la bontà del progetto non può che passare dalle garanzie per la riservatezza e dalla semplicità d’uso. Ma con l’obbligo di arrendersi dietro al rifiuto finale, per passare oltre sperando che troppi rifiuti con costruiscano un fallimento.

Diciamoci la verità: non sarà semplice e per diverse settimane Immuni potrebbe servire a poco. Fin da ora bisognerebbe quindi porsi delle domande realistiche: qual è l’obiettivo da darsi all’indomani del rilascio e, poniamo, per le prime due settimane? Ci saranno valutazioni di tipo geografico da fare? E come controllare davvero che l’app non sia solo scaricata ma venga anche usata? Intorno all’app, insomma, c’è tutto un altro lavoro – anche in questo caso di comunicazione – che dovremmo iniziare adesso.

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