Con il tweet qualche giorno fa della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l’ipotesi di un passaporto vaccinale europeo ha smesso di essere tale. La bozza di un disegno di legge comunitario “per un green pass digitale” arriverà entro metà marzo. Valido sia per chi è già stato vaccinato sia per chi è ancora in attesa, il passaporto sanitario regolerebbe gli spostamenti dentro e fuori l’Unione. Ma la strada è ancora lunga: come ha dichiarato il Garante per la privacy italiano, serve una norma nazionale prima di adottare questo nuovo dispositivo. Eppure, la proposta non dovrebbe sorprenderci. In Europa l’idea di un passaporto sanitario digitale è sul tavolo da ben prima dell’epidemia, così come lo sono il progetto per una carta d’identità globale e i massicci investimenti per lo sviluppo delle tecnologie biometriche in generale.

Secondo l’inchiesta di Vox Europe, il piano delineato da Bruxelles per sviluppare un passaporto sanitario digitale risalirebbe a prima dell’esplosione della pandemia di Covid-19. Già dal 2018 la Roadmap on vaccination comprendeva uno studio quadriennale sull’eventuale adozione a livello comunitario di un documento vaccinale e di un sistema di raccolta dati sull’immunizzazione dei cittadini europei. Un altro degli obiettivi del progetto sarebbe il superamento degli “ostacoli tecnici e legali che rallentano la comunicazione tra i sistemi nazionali“, in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e lo Strategic advisory group of experts on immunisation (un gruppo di esperti in materia).

Ad oggi i paesi a favore di questo documento sarebbero almeno 12, Italia inclusa. In Estonia, con il supporto delle Nazioni Unite, è già iniziato un progetto pilota per lo sviluppo di un certificato vaccinale digitale, così come, su scala nazionale, anche in Polonia, Francia e Danimarca.

La linea dura è davvero l’unica strada?

In Spagna il ministro della Salute  Salvador Illa ha proposto di stilare un elenco con i nomi dei cittadini che rifiutano di vaccinarsi e di renderlo disponibile agli altri Stati dell’Unione. Ma questa linea dura, condivisa anche dal governo francese, si scontra con la realtà dei fatti: alcuni cittadini  non possono vaccinarsi per disfunzioni immunitarie o per gravi reazioni allergiche pregresse.

Per non parlare poi dei dubbi scientifici sull’effettiva durata dell’immunizzazione garantita dal vaccino e delle diversità tra le varie formulazioni sul mercato in termini di efficacia, rapidità e reazione immunitaria indotta. Di fronte a tutte queste variabili, resta da vedere se l’Europa riuscirà a lasciare da parte la retorica e proporre un documento vaccinale flessibile e inclusivo.

I piani di Israele e Cina

Nel frattempo, in alcuni paesi extraeuropei, il passaporto vaccinale è già realtà. La Cina è il primo paese al mondo ad attivare il passaporto vaccinale, che al momento sarà disponibile solo per i cittadini cinesi attraverso la super app Wechat.

Da qualche settimana in Israele solo i cittadini con il green pass, un documento rilasciato dopo la seconda dose di vaccino Pfizer, possono accedere a palestre, hotel, piscine e luoghi di culto. A breve si aggiungeranno anche bar e ristoranti, nell’ottica di favorire la ripresa economica del Paese. Per minorenni, persone con problemi di salute e per buona parte dei cittadini palestinesi (largamente esclusi dal piano vaccinale del Paese), questi luoghi rimarranno perlopiù inaccessibili. Una decisione durissima adottata per incentivare la popolazione a vaccinarsi il prima possibile e che include anche multe superiori ai mille euro per chi decidesse di falsificare il cosiddetto green pass.

Anche le compagnie aeree sembrano volersi muovere in questa direzione: l’International air transport association (Iata) ha lanciato lo scorso dicembre il  Travel Pass, un’applicazione che richiede un certificato di avvenuta vaccinazione o, in alternativa, il risultato di un test per Covid-19. Accenture, Microsoft, Mastercard, Ibm e Google sono solo alcuni dei partner strategici che Iata ha dalla sua parte. A Fiumicino, dal 5 gennaio è in test un’altra applicazione: Aokpass che, tramite un qr code, memorizza il risultato negativo del test per il Covid-19, eliminando i tempi di quarantena all’arrivo a destinazione.

Verso una carta d’identità globale

Il passaporto sanitario potrebbe aprire la strada allo sviluppo di una carta d’identità globale, come auspicato in un white paper dal World Economic Forum del gennaio 2020, che prevede la cooperazione non solo tra pubblico e privato, ma anche tra settori industriali molto diversi tra loro.

Dal 2018 Mastercard e Microsoft lavorano a una carta d’identità digitale valida in tutto il mondo che permetterebbe da sola l’accesso alla sanità, al proprio conto bancario e al welfare. La Francia è stato il primo stato europeo a stringere un accordo in questo senso con Mastercard, firmato a gennaio 2020 e della durata di quattro anni. Nel frattempo, Mastercard starebbe testando in alcuni stati dell’Africa Occidentale una piattaforma simile, accompagnata da un sistema di pagamento basato sulla tecnologia biometrica.

Anche all’interno delle organizzazioni internazionali, la situazione sta cambiando in fretta. Da novembre dello scorso anno, le informazioni sullo stato vaccinale dei funzionari delle Nazioni unite fanno parte di una carta d’identità digitale che contiene anche dati sui loro spostamenti e sulla loro situazione economica (compresi quelli sulla pensione).

Cos’è il programma Horizon 2020

Lo sviluppo di questi strumenti si lega all’uso di dati biometrici per l’identificazione. Tema oggetto di grande ricerca in Europa. Lo dimostrano gli obiettivi del programma Horizon 2020: tra il 2014 e il 2020, il piano ha raccolto 1,7 miliardi di investimenti per lo sviluppo di tecnologie biometriche e punta a stanziarne altri 1,3 nei prossimi sette anni.

Secondo il Guardian, dal 2007 il programma avrebbe distribuito 1,15 miliardi di euro alle aziende private del settore. Tra i beneficiari, Idemia, una compagnia francese che partecipa a un progetto europeo per la raccolta in un unico database di impronte digitali e dati sul riconoscimento facciale di più di 400 milioni di cittadini extraeuropei per regolarne gli spostamenti dentro e fuori l’area Schengen.

Progetti simili non sembrano essere soluzioni temporanee per contenere la diffusione del virus e facilitare la comunicazione tra gli Stati: sono sistemi destinati a entrare presto a far parte delle nostre vite. Per questo il dibattito sulla privacy e sulle libertà personali non può essere sacrificato sull’altare dell’emergenza.

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