(foto: chinaphotographer via Getty Images)

Il ministero della Salute ha appena approvato la possibilità di somministrare una dose sola di vaccino anti Covid-19 alle persone che hanno già avuto l’infezione da coronavirus. L’indicazione è contenuta in una circolare, firmata da Giovanni Rezza, direttore generale della Prevenzione presso il ministero. La raccomandazione è che in questo caso il vaccino sia eseguito ad almeno tre mesi di distanza dall’infezione ed entro i sei mesi – anche in linea con le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità che indicava la possibilità di posticipare la vaccinazione fino a sei mesi in chi ha avuto un tampone molecolare positivo al Sars-Cov-2, sia in presenza di sintomi sia nei casi asintomatici, in questo periodo. Ma perché basta una dose sola?

Perché per ora può bastare una dose sola

La possibilità di effettuare una dose sola del vaccino ha questo razionale: l’ipotesi è che chi è risultato positivo al virus, anche asintomatico, ha sviluppato una qualche forma di immunità. Questa protezione risulta durare per un certo periodo, stimato da alcuni studi come pari probabilmente a qualche mese – circa 6 mesi. Se si ritarda il vaccino, effettuandolo non subito dopo la guarigione e a ridosso dell’infezione, si prolunga la durata dell’immunità. In questo caso per il momento (e per le conoscenze attuali) si può evitare la seconda dose, in qualche modo rimpiazzata dalla prima.

In ogni caso il ministero precisa che lo svolgimento di un test sierologico per verificare la risposta anticorpale non è a oggi un sistema raccomandato rispetto alla decisione sulla vaccinazione. Rimane centrale, invece, la documentazione (e la data) della positività al coronavirus, che dovrà essere raccolta dagli operatori sanitari e, in assenza di questa, è bene compilare nel modo più completo possibile le informazioni che saranno poi autocertificate.

Ma la regola non vale per tutti

Questa indicazione non è valida per le persone con patologie quali un’immunodeficienza primitiva, di origine genetica, o secondaria (causata da altre condizioni o malattie, come i tumori). In questo caso, infatti, non si può prevedere l’entità e la durata della risposta immunitaria al coronavirus e dunque la protezione della persona e in questi pazienti rimane l’indicazione alla vaccinazione in doppia dose per tutti e tre i vaccini a oggi disponibili (Pfizer-BioNTech, Moderna e AstraZeneca).

Monitorare le varianti

Il ministero della Salute conclude precisando che questa raccomandazione potrà essere rivista qualora emergano e si diffondano nuove varianti associate a un maggior rischio di reinfezione. Attualmente la variante cosiddetta inglese, che secondo gli ultimi dati dell’Istituto superiore di sanità rappresenta il 54% dei casi ed è dunque prevalente, risulta coperta dagli attuali vaccini. La cui efficacia potrebbe essere almeno in parte ridotta da altre varianti, come quella scoperta in Sudafrica o in Brasile.

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