John McAfee (INSTARimages.com/Ipa)

John McAfee se n’è andato. A quanto pare si è suicidato nella prigione di Barcellona in cui era rinchiuso dopo aver appreso la notizia dell’estradizione negli Stati Uniti. È successo. E non doveva succedere. Mentre scrivo mi accorgo di chiamarlo solo John. L’ho sempre chiamato John o Johnny, come uno dei suoi tanti nick, JohnnyBeGood, in cui appariva sui diversi mezzi di comunicazione, regolarmente criptati, che usavamo per comunicare. Lo chiamo così da almeno dieci anni, da quella volta in cui, esordendo con un “Dear Mr. McAfee, I would like to…”, gli avevo chiesto un’intervista per un magazine spagnolo. È stata la prima volta in cui la mia vita ha incrociato la sua. L’inizio di tante storie, interviste, chat notturne, videochiamate, telefonate. John in poco tempo era diventato un amico.

Un privilegio, la sua amicizia, che mi consentì di chiedergli un pezzo per il primo numero trimestrale di Wired del 2015 in cui John da strenuo paladino della libertà, e quindi della privacy, sparò a zero su tutto il sistema di sorveglianza di internet, dicendo persino che i cinesi inserivano backdoor nei chip delle loro apparecchiature, e che quei chip erano utilizzati nei sistemi del Pentagono. Anni dopo si scoprì che era vero. Ma se lo diceva John McAfee? Soltanto una paranoia.

La forza della paranoia

Paranoia. Paranoia è il termine forse meno lusinghiero per circoscrivere la sua figura, assolutamente bigger than life, come dicono gli anglosassoni. Ce ne sarebbero tanti altri: genio, avanguardista, libertino, controcorrente, ribelle, scaltro, folle, carismatico, affascinante, visionario, amante della vita. Sarebbero tutti giusti ma la sua forza era proprio la paranoia. È grazie alla paranoia che ha inventato il primo antivirus della storia, ed è stato grazie alla capacità di inculcarla nelle menti degli altri che ha iniziato a costruire la sua fortuna. Da quando mi raccontavaandava in giro con un furgoncino dalle aziende a proporre il floppy con il suo antivirus.

Erano comparsi i primi virus informatici, e lui era lì, come uomo della Provvidenza, a salvare il mondo dall’oscuro pericolo. Il colpo di genio? Non vendeva l’antivirus, l’antivirus lo regalava. Vendeva gli aggiornamenti per i virus futuri. Un precursore. Gli imprenditori all’inizio non sembravano molto interessati, ma visto che era gratis, perché no? Al limite resta nel cassetto. E invece i virus all’improvviso arrivarono, eccome se arrivarono. In California a un certo punto si riproducevano come funghi. La cassandra McAfee aveva avuto ancora una volta ragione. Magari con qualche aiutino… (eh, John?).

La passione per Skype

John non era propriamente un code hacker, ma un esperto di sicurezza sì, e conosceva tutte le tecniche utilizzate dagli “spioni”, così come i sistemi più sicuri. Ma se pensate alla app di messaggistica Signal, consigliata da Edward Snowden (l’ex contractor della National security agency che ha svelato lo spionaggio di massa statunitense), siete fuori strada. Lui odiava Signal, diceva che quando lo usava i suoi sistemi venivano compromessi: “Isn’t it safe? Not at all”. Tra i suoi preferiti c’era il semplice Skype.

La seconda intervista per Wired arrivò proprio per un fatto di cronaca che coinvolgeva un’azienda di sicurezza informatica italiana, Hacking Team, con il breach che aveva causato il furto di tutte le loro informazioni e password. Giga di file che si riversarono nel dark web, acque in cui John sguazzava allegramente come un guppy tropicale e in cui sarebbe stato capace di trovare qualsiasi file gli avessi chiesto. Ed eccolo lì tirarmi fuori file di password 12345, sostantivi pornografici, nomi propri con le cifre dell’anno di nascita e persino banali password utilizzate dai presunti esperti di sicurezza. Con tanto di sano godimento: un’ottima occasione per un libertino come lui di spalare un po’ di letame su spioni accusati di fornire sistemi di vigilanza ai paesi. Dopotutto non è un mistero che tra le nostre aziende ci sia anche chi fornisce quei sistemi ai governi dittatoriali, compresi quelli utilizzati probabilmente dai servizi egiziani per sorvegliare e rintracciare Giulio Regeni.

In ricordo di John McAfee

Il sogno della Casa Bianca

Ti do l’esclusiva!”. Furono queste le prime parole che il faccione sorridente di John esclamò in videochiamata su Skype dopo avermi buttato giù dal letto nel 2015.

La vuoi?

Esclusiva di che?

Mi candido come futuro presidente degli Stati Uniti!

…dai, John….che ca..

Era vero. Quel folle si era veramente candidato alla presidenza del paese più potente del mondo. Un paese che nelle sue agenzie governative più importanti – Cia, Fbi, NSA, Dea – tra l’altro lo odiava o quantomeno lo disprezzava, ricambiando i suoi dolci apprezzamenti spiattellati quasi quotidianamente su tweet, post, interviste. Ed eccolo in macchina, felice come un bambino, andare col suo entourage verso il suo “quartier generale”a preparare l’ascesa al potere.

Poi quando sarò eletto, ti voglio qui con me”.

Ok John…”.

Inutile dire che non verrà mai eletto, ma le sue apparizioni televisive furono quanto di più esilarante una campagna politica americana abbia mai visto nella sua storia.

In ricordo di John McAfee

La camera da letto più blindata d’America

Dopo qualche progetto andato male, tra cui un incontro a Londra con un russo con cui avremmo dovuto pianificare una blockchain rivoluzionaria o una sua autobiografia scritta da George Jung, più noto al pubblico per essere il narcotrafficante protagonista di Blow (altro personaggio che ho avuto il piacere di conoscere) appena uscito di galera e che secondo i piani avrei dovuto tradurre in italiano, ecco arrivare un altro messaggio Skype.

La storia, enorme, era più o meno così: sarei dovuto andare lì a intervistarlo perché qualcuno voleva ucciderlo e lui doveva dirlo al mondo, ma non si fidava di molti giornalisti. Di me però sì, quindi secondo lui dovevo andare io. I motivi per volerlo morto? La storiaccia in Belize, che non sto qui raccontare perché la trovate ovunque. Lui aveva una registrazione in creolo di funzionari del governo beliziano mentre pianificavano il suo assassinio dopo che aveva scoperto l’enorme corruzione del governo.

In ricordo di John McAfee

Le prove di sicari alle sue calcagna? “Ho trovato nel mio giardino buste di cracker al formaggio, questa è roba che mangiano i messicani, hanno mandato i Los Zetas a sorvegliarmi per farmi fuori”. Prove piuttosto evidenti per John, che aveva pensato nell’ordine di: costruire una camera blindata, riempirla di armi, proteggerla da dieci dobermann (o forse erano pitbull?), assoldare oltre a un nutrito numero di guardie del corpo anche “stagisti” col compito di segnarsi il numero di targa di tutte le macchine che passavano. “È la camera da letto più blindata d’America Ah Ah Ah!”, mi ha detto.

Devo dire che ci ho anche provato per un po’ a fare “l’intervista del secolo”, ma nessun giornale sembrava interessato a pagarmi un viaggio negli Stati Uniti per raccontare che i Los Zetas volevano far fuori McAfee. E che le prove erano nei cracker al formaggio. Che fossero i beliziani, la Nsa, i cinesi, Google o qualche oscuro gruppo, John viveva sempre nel terrore che qualcuno volesse ucciderlo, “collect”. E qualche motivo per crederlo ce l’aveva anche, a dirla tutta. Alla fine è morto veramente, impiccato.

Mesi prima aveva scritto che se fosse stato trovato morto impiccato come il finanziere Jeffrey Epstein, non sarebbe stato suicidio. Perché secondo lui neanche quello di Epstein, in carcere con l’accusa di abusi sessuali. Era stato suicidio. Una provocazione dettata dal malessere o forse già aveva pianificato tutto e voleva perpetuare la sua immagine di pericoloso fuorilegge della libertà? Difficile da credere, con tanto anticipo, mentre il timing nel suo ultimo giorno è stato perfetto: appena prima era arrivata la conferma dell’estradizione. Finire in un carcere americano per lui sarebbe stata la fine. Da lì il suicidio. Questa la conclusione più ovvia a cui giungerebbe chiunque.

Ma John non era ovvio, era visionario. Era paranoico. E così per ricordarlo più degnamente, omaggiandolo, la racconterò come farebbe lui: “Mi hanno fatto fuori perché stavo rivelando su tTwitter i metodi con cui i governi inseriscono agenti nelle aziende informatiche per scrivere ghost code nei chip, backdoor che servono per spiarci, mandare all’aria sistemi, vincere guerre. Nel prossimo post avrei rivelato i metodi per individuarli e smascherarli. Fanculo stronzi”.

Che sia andata così o nella maniera più ovvia, che siano stati quelli della Nsa, i cinesi, o i messicani che mangiano cracker al formaggio, poco importa: John non c’è più. Mi mancherà. Mi mancheranno le sue rivelazioni, le sue intuizioni, i suoi consigli, le sue mirabolanti trovate, il suo umorismo intelligente, gli ambiziosi progetti, le chiacchierate su hacking, Cia, Nsa, dark web, bitcoin, sesso, droghe (“I sali da bagno sono molto meglio dell’Lsd!”). Mi mancherà un uomo raro, anzi unico.

Sono sicuro che continuerà a far parlare di sé anche dopo la sua morte, anzi proprio con la sua morte: nel suo profilo Instagram è da poco comparsa una Q, la Q di Q-Anon. Ma John non amava Donald Trump, al contrario dei seguaci del pazzo culto complottista. Odiava praticamente tutto l’establishment politico americano, senza grandi distinzioni. Era troppo libero per la politica, lo sarebbe stato anche per fare il presidente. E lo era soprattutto per restare in prigione.

La schermata di Skype di John McAfee
La schermata di Skype di John McAfee

Ma chi vorrà sposare la sua meravigliosa e surreale paranoia potrà partire da qui: è stato effettuato un accesso al suo profilo Skype poco dopo che fosse morto.

Ciao John, my friend.

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