(foto: Gerd Altmann via Pixabay)

C’è una nuova forma di coronavirus con un numero elevato di mutazioni: si tratta della variante C.1.2, scoperta per la prima volta nel maggio 2021 in Sudafrica. Stando a quanto riporta un lavoro ancora non peer reviewed (ma disponibile qui in pre print), la nuova variante risulta essere la più mutata di tutte le altre nella parte centrale del virus, ovvero la sua proteina spike. Alcune mutazioni sono già risultate associate a una maggiore trasmissibilità e hanno dato qualche prova di una ridotta sensibilità – e dunque risposta – alla neutralizzazione da parte degli anticorpi. Pertanto gli autori dello studio, del National Health Laboratory Service a Johannesburg in Sudafrica, richiamano l’attenzione sulla variante C.1.2, per uno stretto monitoraggio e per evitare una diffusione su ampia scala.

Cosa sappiamo sulla nuova variante

La variante è descritta nel database internazionale che raccoglie tutte le varianti note del coronavirus, nel quale le è stato assegnato il nome C.1.2 nella nomenclatura Pango. Attualmente non le è ancora stata attribuita una lettera greca, secondo la nuova lista dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Ma qualcosa già sappiamo. C.1.2 è stata scoperta recentemente ed è frutto dell’evoluzione della C.1, individuata sempre in Sudafrica nel gennaio 2021 (C.1 non è però la variante beta, ex sudafricana, che è ancora un’altra). C.1.2 è attualmente diffusa in Sudafrica e presente anche in altri 7 paesi nei vari continenti (per ora Europa, Africa, Asia e Oceania). Attualmente è poco diffusa e i casi identificati sono poche decine a livello globale, e la maggior parte in Sudafrica, mentre la variante delta domina, anche in questo paese. Tuttavia, non dobbiamo abbassare la guardia dato ha delle caratteristiche che potrebbero renderla pericolosa.

La variante con più mutazioni

Attualmente, secondo i criteri dell’Oms, circolano alcune varianti che destano preoccupazione quali alfa, beta, gamma e delta, con la delta che sovrasta le altre, e alcune varianti “di interesse“, da tenere sotto controllo, ovvero eta, iota, kappa e lambda. La nuova C.1.2 scoperta in maggio, che rientra ora fra le varianti di interesse, presenta delle differenze sostanziali rispetto alla C.1, spiegano gli autori, tanto da essere classificata in maniera (e con una sigla) differente. Si tratta della variante in assoluto con più cambiamenti finora e con un elevato numero di variazioni, dato che presenta dalle 44 alle 59 mutazioni rispetto al virus originario. Molte di queste erano già presenti nelle altre varianti, mentre altre sono state rilevate per la prima volta. Fra queste una mutazione riguarda il dominio Ntd, una parte meno studiata della proteina spike.

Come varie altre varianti “che destano preoccupazione” – scrivono i ricercatori nel testo – C.1.2 ha accumulato un numero di sostituzioni al di là di ciò che ci si aspetterebbe dallo scenario del tasso di evoluzione di Sars-Cov-2”. C’è anche una possibile spiegazione di quest’eccesso di variazioni. “Questo indica probabilmente che queste mutazioni sono comparse durante un periodo di evoluzione accelerata”, proseguono gli autori, “in un singolo individuo con un’infezione virale prolungata nel tempo attraverso una co-evoluzione virus-ospite”. Quest’ipotesi è suffragata da un’altra prova: alcune delle mutazioni – in particolare delle cancellazioni nel Ntd – sono state osservate nel caso di infezioni di grande durata.

Perché bisogna stare allerta

Molte delle mutazioni sono state associate con una maggiore capacità nel legame del recettore Ace2 (che sappiamo essere l’uncino con cui il virus arpiona le cellule) e con una ridotta attività di neutralizzazione, spiegano ancora i ricercatori. “Questi elementi – concludono – forniscono ragioni sufficienti per preoccuparsi di una trasmissione continuata di questa variante”. La vaccinazione di massa, insieme alle altre misure protettive (distanziamento e mascherine), nonché al centrare sequenziamento, saranno armi importanti per il prossimo futuro.

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