Redatto da Oltre la Linea.

Sin a partire dall’insediamento del governo giallo-verde nel Bel Paese, presso l’opinione pubblica italiana (e pure presso quella europea) è cominciato a circolare in maniera sempre più insistente, sempre più capillare e, per ciò stesso, sempre più divisiva, il tema dello scetticismo rispetto all’euro ed alla struttura sovranazionale che oggi include in sé la maggior parte degli Stati del Vecchio Continente.

A prescindere dalle reali intenzioni del governo capitanato da Conte, Salvini e Di Maio in merito; a prescindere dalle eventuali sottese strategie di indirizzamento delle negoziazioni con Bruxelles: a prescindere da tutto ciò, il dibattito sull’Unione Europea ha trovato una diffusione inusitata (il che conferisce un metro di quanto scientemente esso sia stato occultato nel corso degli anni precedenti), dando particolare risalto alle posizioni sovraniste, attaccate in massa compatta tanto dall’opposizione quanto dagli organi di stampa nazionali.

Per questo motivo, vale la pena tenere in altissima considerazione le opinioni dissidenti rispetto a questa narrazione scientemente catastrofista sullo scontro con l’UE: a maggior ragione, se queste provengono da Oltralpe. In questo caso, dal Paese che più di tutti ho giovato della moneta unica continentale e dell’impostazione strutturalmente “carolingia” dell’Unione: la Germania.

Infatti, l’economista ed analista Marc Friedrich, molto riconosciuto e stimato, ha apertamente parlato di una futura uscita dell’Italia dall’Unione Europea, ed in particolar modo dalla moneta unica: quella stessa moneta unica che, secondo un recente studio del think tank teutonico CEP, ha impoverito ogni singolo cittadino del Bel Paese di quasi 75.000 euro (pro capite) in vent’anni.

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L’euro-scetticismo crescente in Italia, non incidentalmente, testimonia questa progressiva consapevolizzazione – teorica e fattuale -, di cui lo stesso Friedrich ha discusso nella sua intervista a Sputnik News: uno scambio di domande e risposte che merita un’attenta ed anatomica analisi.

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1) Secondo l’economista tedesco, l’Unione Europea ha fatto retromarcia rispetto alla procedura d’infrazione da comminare all’Italia per debito eccessivo – una misura, invero, di natura prettamente e palesemente politica, non certamente finanziaria – perché conscia del grande potere contrattuale dell’Italia: il terzo Paese per importanza e grandezza economica dell’UE, che sarebbe capace di far collassare l’intera struttura con una semplicissima scelta di “UscIta”.

È assolutamente vero: infatti, grazie alla propria posizione di forza, l’Italia ha centrato l’obiettivo di guadagnare tempo prezioso. Tuttavia, va sottolineato come la sua pluridecennale rinuncia a disporre delle normali leve economiche e monetarie di un Paese sovrano la ponga comunque in un difficile e delicato equilibrio con la propria controparte. Le armi in mano a Bruxelles e Francoforte (Commissione e BCE, appena rinnovate nel nome dell’austerità) sono potenti, ed occorrono compattezza, coesione e consapevolezza politica per affrontarle con determinazione e volontà di successo.

2) Interrogato sulle varie manovre in corso, da parte dell’Italia, per rientrare nelle misure patteggiate con l’UE, Friedrich ha specificato che lo Stivale ha e può avere diversi assi nella manica. Anche se palliativi.

Ed il vero problema è esattamente questo. In una situazione pluriennale di recessione tecnica e di stagnazione economica, con il Bel Paese prigioniero di vincoli senza fondamento scientifico, con alla tempia le pistole finanziarie dei colossi che agiscono nel mercato finanziario dei titoli di debito (il sistema perverso oggi in vigore, ma non di certo l’unico esistente: la sua scelta sarebbe, banalmente, politica), tradito da molti uomini che hanno ricoperto posizioni chiave (privatizzazioni e svendite a partire dagli anni Novanta), ogni sua misura non potrà che essere intrinsecamente provvisoria. In special modo, nel clima ricattatorio del quale molti fanatici ancora non si sono accorti (o del quale non si vogliono accorgere).

Ad esempio, i MiniBot nascono con una natura transitoria, ma potrebbero essere una vera boccata d’ossigeno per un’economia profondamente strozzata, dove la competitività del modello di esportazione ha abbattuto la domanda interna e precarizzato il lavoro, giocando al ribasso coi salari ed al rialzo coi profitti. Una provvisorietà che, nei lacci e lacciuoli europei, è naturale conseguenza di questi ultimi; ma che, al di fuori di essi, sarebbe una mera errata scelta politica.

3) Disquisendo del debito pubblico italiano, l’intervistato ha espresso una frase emblematica, pregnante, imprescindibile: «All’interno dell’euro-zona, all’interno dell’euro e con il basso tasso d’interesse, l’Italia non si riprenderà mai. Ricordate le mie parole!». L’alto tasso di disoccupazione – le cui cifre, peraltro, sono previste dall’indice europeo NAIRU – e l’emigrazione sempre più spinta sono segnali ineludibili di un trend economico negativo, che va invertito con gli strumenti necessari di un Paese sovrano: che, nell’euro, l’Italia non è.

Friedrich ha anche detto che l’Italia è in bancarotta, ma questa affermazione è semplicemente di un catastrofismo non corrispondente al vero: nel primo trimestre del 2019, l’Italia ha trainato l’Europa nella produzione industriale (con un tessuto nazionale settimo al mondo, nonostante tutte le svendite e le partenze); le recenti vendite dei BTP sono state altissime (una richiesta da parte degli investitori di 17 miliardi per i 50ennali al 2067, a fronte di un’offerta di 3 miliardi); il saldo delle partite correnti è in positivo; la bilancia commerciale ha il segno più, ed è dietro nel continente soltanto a quelle di Germania e Paesi Bassi.

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Tuttavia, una realtà fattuale è altrettanto innegabile: in assenza di una moneta sovrana, dipendendo dall’emissione di una valuta straniera, uno Stato può fallire, in quanto ha scelleratamente rimesso la propria facoltà di creare moneta ad enti altri, alle cui scelte si è legato mani e piedi. L’Italia – ma non soltanto l’Italia -, con l’euro, ha fatto esattamente questo.

4) In seguito, Friedrich è stato interpellato sui MiniBot: titoli di Stato cartolarizzati, spendibili nel pagamento delle imposte, che non violano i trattati internazionali e che, de facto, non sono né propriamente moneta né nuovo debito, ma para-monetizzazioni dei debiti già esistenti della Pubblica Amministrazione verso le private imprese presenti sul territorio (in pratica, 70 miliardi di nuovo circolante, di cui usufruire nel circuito economico interno italiano).

L’economista tedesco si è espresso positivamente a riguardo, riconoscendo l’intelligenza dello strumento, atto ad alleviare le sofferenze degli italiani, penalizzati dalla moneta unica. «I politici italiani si rendono conto che il paese non ha alcuna possibilità di sopravvivenza all’interno dell’euro e con l’euro, e per questo giustamente cercano delle alternative. So che molte aziende sono già ansiose di introdurre i MiniBot»: la sua dichiarazione.

5) Sull’ItalExit, egli non ha esitato a rispondere: prima o poi avverrà, e sarà molto più determinante, per l’Unione Europea, di quando lo sia invece la Brexit. Attualmente poco incisiva, dati i continui rinvii ed i tentennamenti dell’ex ministro Theresa May; ancora meno incisiva, perché il Regno Unito non è mai entrato nell’unione monetaria, mantenendo invece la propria sterlina (una misura prevista e sponsorizzata persino dall’iper-liberista Thatcher negli anni Settanta).

6) Friedrich ha concluso il proprio intervento chiosando sulle notevoli discrasie di applicazione delle regole, da parte dell’Unione Europea, sugli Stati membri: discrasie che hanno creato crepe, e reso nota la natura matrigna dell’UE stessa, e del fatto che essa abbia figli e figliastri. Quest’ultima, secondo la sua opinione, non si salverà: proprio per le irrimediabili fallacie e paradossalità della sua struttura, avente profondi deficit democratici, monetari ed economici.

(di Lorenzo Franzoni)

L’articolo Italexit: intervista di Sputnik all’economista Friedrich originale proviene da Oltre la Linea.



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